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Di Maratone, Bruce Springsteen e del sangue che (s)corre nelle vene

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di Federico Vergari

“We were born to run”. Siamo nati per correre. Oppure, in una rilettura di uno dei massimi scrittori-esperti di Springsteen Gianluca Morozzi: “Siamo nati per rincorrere”.

Questa frase di Bruce Springsteen che, a prescindere dalle due traduzioni non cambia il suo valore e resta intatta e si erge, almeno per me, nel simbolico Louvre delle citazioni che possono in un modo o nell’altro cambiarti la vita. E dirò di più: questa frase è tatuata e ben leggibile sul mio interno bicipite destro. Andò più o meno così: “Se riesco a finire la mia prima mezza maratona mi tatuo la frase del Boss”. E così fu. Era marzo 2014 e da quel giorno di mezze maratone ne ho corse tante, alternandole con tante Dieci, diverse Trenta e anche con una prima – recente – maratona, a Firenze lo scorso il 25 novembre.

Inutile dire quanto sia felice, dunque, di tenere tra le mani questo libro, uscito per CasaSirio editore. Il titolo è leggermente diverso, Nato per non correre, ma mi è stato chiaro sin dall’inizio, ancora prima di leggere la mail dell’ufficio stampa, ancora prima di aprirlo che quella non era una dichiarazione di resa. Tutt’altro. Se ami correre, se ami Bruce Springsteen allora sei uno che combatte. E Salvo Anzaldi non solo combatte. Vince anche.

Il nome del Boss, il nome di Bruce Springsteen, compare ben undici volte all’interno del libro (sì le ho contate!). E accanto al suo nome ogni volta l’autore apre delle parentesi belle e indelebili che solo chi ama Springsteen può capire appieno e questo forse è l’unico vero dispiacere: il non riuscire a far comprendere fino in fondo quanto non sia solo una canzone, quanto non sia solo un concerto a chi non c’è mai stato e a chi non lo ha mai realmente ascoltato.

Nato per non correre – Come vincemmo la Maratona di New York,io e il mio ginocchio di titanio inizia dalla fine: il Primo novembre del 2015 Anzaldi, con un tempo di una manciata di secondi sopra le sei ore chiude la Maratona di New York insieme aun gruppo di runner emofilici. È la prima volta nella storia che accade qualcosa di simile.

L’autore è emofiliaco e all’inizio spende delle pagine importanti e preziose che ripercorrono la storia della malattia, la spiegano: sapevate ad esempio che soltanto gli uomini possono essere emofiliaci, perché si tratta di un difetto del cromosoma X? E che le donne possono essere portatrici sane? Troviamo anche delle importanti letture sociali. Sapete quanti emofiliaci morirono tra gli Ottanta e i Novanta per colpa dei cosiddetti emoderivati infetti? Quasi tremila. Tremila vite che non ci sono più perché hanno ricevuto del sangue sbagliato in una roulette russa a cui non avevamo chiesto di partecipare.

Correre una maratona non è scontato nemmeno per i più allenati, ma ecco spiegato perché correre una maratona per Salvo Anzaldi non era per niente qualcosa di scontato. Qualcosa che rasentava l’impresa. Il libro ripercorre nei primi capitoli l’infanzia e l’adolescenza di Anzaldi con ovviamente un’attenzione particolare ai primi avvicinamenti allo sport.

Quello che davvero mi manca negli anni del liceo è la partecipazione alle lezioni di educazione fisica. Finalmente si gioca: a calcio, a basket, a tennis! Ma io devo rinunciare per i soliti motivi: non sono allenato a sufficienza per sostenere senza conseguenze le due ore di ginnastica del martedì, in programma dalle 14 alle 16 nel campetto adiacente l’edificio scolastico o nella palestra della vicina scuola media. L’approccio allo sport è decisamente ancora off limits per un emofilico della mia generazione, cresciuto al motto di meno ti muovi e meglio è.

E poi l’avventura della maratona. Una maratona – chiariamolo subito – non è i 42 km e 195 metri. Quelli sono i più emozionanti, ma sono anche la punta dell’iceberg. Sotto, sommersi, ci sono mesi (dieci nel caso specifico di Anzaldi) di allenamenti, di paure, di insicurezze alternati poi a momenti di bellezza ed euforia. E poi ancora sacrifici che ti portano a domandarti perché lo stai facendo e che si alternano con attimi di estasi e bellezza. Insomma, diciamocelo, la vita del maratoneta, soprattutto di quello non professionista è un filo teso su cui camminare in equilibro tra la follia e la felicità. Come un lunatico con le scarpette da corsa e la maglia traspirante.

E poi c’è il momento in cui si inizia la gara e si corre ed è il più bello perché sai che in ogni caso, in un modo o nell’altro tu quel capitolo della tua vita lo chiuderai e poi lo potrai raccontare.

Perché la Maratona di New York è una corsa ma è prima di tutto una festa pazzesca. Un party lungo 42 km e 195 metri – molto americano, molto rock – al quale sei ammesso in virtù del tuo pettorale di gara e per il quale il tuo nome di battesimo scritto a pennarello sulla maglietta diventa l’obbligo assoluto di incitarti e farti divertire. “Go Salvo!”, “Great job!”, “Don’t give up, guys”: ce l’hanno gridato a centinaia, assiepati lungo tutto il percorso. Io, Eleonora, Alberto e Marco abbiamo corso in gruppo i primi 28 km e ci siamo divertiti come fanciulli al luna park: ballando e cantando, rispondendo agli incitamenti della folla, dando il cinque a quei bambini (Dio, che belli!) di ogni etnia possibile immaginabile, talmente piccoli da stare sotto il nastro blu della polizia (Do not cross the line) e tendere le loro mani lungo il bordo della strada.

Immancabile anche in questo momento del racconto la comparsa di Bruce.

Pronti via e al terzo chilometro, in prossimità di una curva a sinistra un altoparlante sparaa tutto volume “Born To Run”. Bruce canta «I wanna die with you Wendy in the streets tonight in an everlasting kiss» e lascia al sassofono di Clarence che riempie l’aria, provoca un enorme groppo in gola e mi dà la sentenza definitiva: la Maratona di New York va goduta attimo per attimo, è il premio straordinario a un anno di durissimo lavoro ed è bene portarlo a casa lasciandosi trasportare dall’onda. Il cronometro può attendere.

 

Bruce Springsteen canta, New York recita la parte che le riesce meglio: sé stessa in autunno e poi contrariamente a quanto avviene in Italia ai bordi della strada non ci sono automobilisti inferociti che non sapevano del blocco del traffico, ma persone sorridenti pronte a darti una mano e a incitarti. Bisogna solo farsi trasportare dall’onda, mettere un piede davanti all’altro e resistere. Ma questa per uno come Anzaldi, per uno che ama Springsteen è forse la cosa più semplice.

Se amate la corsa, se amate Springsteen, se amate le storie belle e raccontate bene Anzaldi in questo libro unisce tutto e ve lo regala. Vi mette in mano una fetta importante della sua vita e poi sparisce. Torna a correre, a scrivere, a raccontare. Potete aspettarlo o correre con lui. Lui è Bruce, voi siete Wendy. Cosa scegliete?

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