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Marc Augé e il football come fenomeno religioso

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Nel 1967 il Celtic Glasgow, la squadra cattolica della città scozzese, vince la sua prima (e unica) Coppa dei Campioni, battendo in finale l’Inter di Helenio Herrera. Pochi giorni dopo il trionfo un uomo corre all’ufficio anagrafe di Glasgow per registrare il nome del figlio appena nato. Quando avrà coscienza di sé, il bambino scoprirà di avere addosso undici nomi in sequenza, quelli di tutta la formazione titolare del Celtic, dal portiere fino all’ala sinistra («sul certificato i nomi non ci stavano tutti»). Ad aggravare la situazione ecco che la moglie/madre è protestante, e dunque naturalmente tifosa della squadra rivale, dei Rangers.

Il marito approfittò con un certo cinismo del ricovero post parto di sua moglie. Bum: «Per la frustrazione, la donna tirò giù a calci una porta». L’aneddoto è raccontato da Simon Kuper in Football Against the Enemy (in Italia Calcio e potere, uscito per Isbn nel 2008). Il rapporto tra calcio e religione, che a Glasgow si sovrappone(va, il tempo ha modificato leggermente le cose) quasi alla perfezione, torna in un volumetto pubblicato pochi giorni fa da EDB, Football – Il calcio come fenomeno religioso. Si tratta di un saggio di Marc Augé uscito nel 1982 sulla rivista le débat ma per niente invecchiato, perché il ragionamento di Augé si svolge su un piano teorico, per così dire fuori dall’attualità e quindi perfettamente attuale («Agli etnologi è capitato di affermare e poi di dubitare del fatto che la distanza aguzzi lo sguardo etnologico», spiega con una punta d’ironia nelle primissime righe).

Ecco, diciamo che a voler essere blasfemi l’equivalente contemporaneo e postmoderno del nostro tifoso scozzese, il battezzatore compulsivo, potrebbe essere il tizio le cui gesta sono state raccontate dai tabloid inglesi dopo la sorprendente vittoria del Leicester in Premier League. Vera o falsa che sia, la storia riguarderebbe un elettricista – di Glasgow pure lui! Ecco una città dall’indubbio fervore – che sfruttando la forte somiglianza con Claudio Ranieri avrebbe per così dire sedotto quasi trenta donne invaghite dell’allenatore romano. In questo caso, anche fosse una panzana, ci sarebbe da scomodare più che altro la categoria del totemismo.

Tornando subito al saggio di Augé: in realtà i riferimenti storici, sì, ci sono, ma ricadono tutti nei primissimi campionati inglesi di fine ‘800, quando il calcio, nato come portatore di valori “elevati” medio-altoborghesi, dall’eleganza al coraggio e alla generosità, sport disinteressato e individualista, si trasforma rapidamente in un fenomeno di massa. Si affacciano i professionisti che di prepotenza soffiano la scena ai dilettanti; gli stadi si vanno riempiendo, con il risultato che già nel 1897 gli ideali elitari di Eton erano andati in fumo, per dire meglio erano evaporati tra le nebbie dei cinquantamila tifosi che assistevano alla finale della Coppa d’Inghilterra, facendo del calcio uno sport sempre più popolare («Oppio o stimolante? Entrambi forse, nello stesso modo in cui si può osservare che i movimenti religiosi possono contribuire nel corso della storia, simultaneamente o in successione, all’oppressione o alla liberazione di coloro che vi aderiscono»: in Football – Il calcio come fenomeno religioso non mancano riferimenti, questi sì un po’ datati, alla coscienza di classe consentita dallo stare-insieme-allo-stadio).

Ma il calcio costituiva ormai “una fonte di spettacolo per le masse e portava profitti finanziari, contrariamente al ruolo di sviluppo personale e di interesse generale che si voleva attribuire al principio”. Ora, se l’élite inglese arricciava il naso già a fine ‘800 (e Rudyard Kipling in un articolo sul Times denunciava “lo sport-spettacolo come simbolo di decadenza e impotenza di fronte alle minacce della Germania”), è difficile non sorridere dinanzi alle lamentazioni che ciclicamente si ripetono sullo snaturamento del calcio, sul deturpamento dei suoi valori originari e via discorrendo.

Il repertorio in perenne refresh va dai centocinque milioni di lire spesi nel 1952 da Achille Lauro per portare a Napoli l’attaccante svedese Hanse Jeppson (‘o Banco ‘e Napule, lo ribattezzarono i tifosi) all’elicottero di Silvio Berlusconi e a mister cento miliardi Bobo Vieri, fino all’attuale vortice di denaro su scala globale che ha/sta costringendo persino tre delle società più popolari e ricche d’Italia alla cessione, la Roma agli americani – la dolly vita – e le milanesi agli asiatici. «Devo passare la mano a qualcuno che sia in grado di mettere fondi necessari per far tornare il Milan protagonista e i soldi vengono o dalla Cina o dal petrolio», ha detto poche ore fa Berlusconi, e pazienza se qualche giorno prima, in un video già di culto, confessava di voler lasciare la sua squadra in mani “possibilmente italiane”.

Il pallone dunque come fonte di spettacolo e profitto, certo: ma piuttosto sui generis, nota Augé… Qui abbiamo a che fare con flussi di persone che si muovono simultaneamente a intervalli regolari per confluire nelle nuove cattedrali, gli stadi, o, sempre a orari fissi, davanti agli “altari domestici”, le televisioni, sia pure in tutte le declinazioni odierne. Se un gruppo di uroni o persiani sbarcassero sulla Terra contemporanea, scrive Augé, «sarebbero sensibili alla regolarità e all’intensità degli spostamenti che si verificano il mercoledì sera o la domenica pomeriggio. Osserverebbero comodamente che questi raduni popolari si accompagnano paradossalmente a un’intensificazione del culto domestico e scoprirebbero con interesse che il dramma, celebrato in un luogo posto al centro della scena da ventitré officianti e qualche comparsa, davanti a una folla di fedeli di importanza variabile, è seguito con la stessa fede da milioni di praticanti a casa, talmente a conoscenza dei dettagli della liturgia che, apparentemente senza scambiarsi una parola, si alzano, gridano, strepitano o si rimettono a sedere allo stesso ritmo della folla riunita allo stadio».

Un format che persiste ormai da più di un secolo, mix tra rito e sport su cui si soffermava un paio di anni fa Francesca Serafini in un breve e appassionato saggio, Di calcio non si parla, uscito per Bompiani, sottolineando in questo passaggio un motivo fondamentale del suo successo: «l’idea che nella partita singola possa accadere di tutto, anche la vittoria di Davide contro Golia, rende le puntate di questo lungo racconto, dal numero potenzialmente infinito, una bibbia laica affascinante per tutti, indipendentemente dalla classe sociale, dal livello di cultura».

E «per quanto i tecnocrati lo programmino perfino nei minimi dettagli, per quanto i potenti lo manipolino, il calcio continua a voler essere l’arte dell’imprevisto”, aggiungeva Eduardo Galeano. Anche se bisogna ammettere che qualche manipolazione, qua e là, è occorsa (e se volessimo assurgere le partite “truccate” al livello di un’eresia con un santo protettore, questi sarebbe senz’altro Ramón Quiroga, il portiere peruviano che incassò sei gol al mondiale argentino per far passare la squadra, in piena giunta militare).

Eppure, non è forse ancora più potente un’attrazione che può sapersi a volte manipolata, e che ciò nonostante continua a stregare milioni di spettatori? Siamo lì ad aspettare qualcosa di imprevedibile, preghiamo/imprechiamo per la nostra squadra e a allo stesso tempo cerchiamo di decifrare il futuro per poterci guadagnare una discreta sommetta… una chiesa di soldi e ardore religioso. «Se arrivasse un genio della lampada che mi chiedesse di esprimere un desiderio, gli chiederei questo: di tornare a luglio e puntare cento euro sul Leicester campione», mi ha confessato un amico qualche giorno fa.

Quel Leicester che ha incarnato alla perfezione la Grande Epopea accennata da Serafini, quella del Davide che sconfigge Golia (e per spiegare il sostegno alla squadra di Ranieri, un tifo che è andato ben oltre i confini del piccolo club inglese, ecco Augé: «i gruppi che si scontrano si identificano fino a un certo livello: possono riconciliarsi a un livello superiore contro un avversario assoggettato allo stesso modo a questa logica segmentaria di identificazione-opposizione»; insomma, ci siamo tutti identificati contro un Golia immaginario). Una storia talmente farcita di simboli, dal cannoniere operaio all’allenatore che dopo anni di vagabondaggi sbanca il jackpot, che per essere pienamente compresa meritava d’estinguersi nel momento esatto del suo compimento, perché le lunghe articolesse del seguito sono già fuori dalla festa autentica.

Perché, ecco, dopotutto, la verità è questa, e Augé la riserva alla fine del suo breve saggio: «Nel rituale sportivo l’attesa si colma con la celebrazione stessa: alla fine del tempo regolamentare le sorti saranno decise ma il futuro sarà estinto – frammento di tempo puro, grazia proustiana a uso popolare».

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.

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