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Proust folie

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Questo pezzo è uscito su Doppiozero. (Immagine: una libreria di Parigi, 11ième arrondissement)

di Federico Iarlori

Pensate ad una trasmissione televisiva. Non ad una qualunque, ma al campione dei talk show nazionali. Poi, ad un certo punto del programma, immaginate di assistere ad una lunga intervista agli autori di un libro sulla vita e l’opera di Alessandro Manzoni. Una follia, vero? Non in Francia. Qui il Dictionnaire amoureux de Marcel Proust (Dizionario amoroso di Marcel Proust), scritto a quattro mani da Jean-Paul Enthoven e da suo figlio Raphaël, si è rivelato un autentico fenomeno mediatico. I due intellettuali di famiglia, che, oltre alla passione apollinea per l’autore della Recherche, hanno condiviso quella dionisiaca per Carla Bruni, sono stati capaci non solo di aggiudicarsi il prestigioso prix Fémina 2013, ma anche di presidiare costantemente i giornali, le radio e trasmissioni televisive del calibro di On n’est pas couché, la più nazional-popolare di Francia.

Agli occhi di uno straniero, soprattutto di un italiano che si è rassegnato da tempo alla scomparsa della letteratura dalla tv, questa forte mediatizzazione di un classico su cui si è già detto tutto e il contrario di tutto fa uno strano effetto. Sta di fatto che Du côté de chez Swann, il primo dei sette tomi che compongono questa “gigantesca miniatura” che è À la recherche du temps perdu, ha compiuto 100 anni lo scorso 14 novembre 2013, ed è impossibile non rendersene conto. Le edicole parigine sono invase da numeri speciali (hors-série) dedicati all’autore ed è raro trovare delle librerie che non espongano tutte le pubblicazioni uscite quest’anno in occasione del centenario: le lettere inedite alla sua vicina di casa, una riedizione di Un amour de Swann illustrata da Pierre Alechinskyun libro che illustra il rapporto (talvolta complicato) tra lo scrittore e il suo nemico/amico Jean Cocteau e addirittura un saggio sulle sue ultime ore di vita.

Per i suoi detrattori non è stato altro che un reazionario illeggibile; per gli altri, un ammirevole rivoluzionario. E non solo dal punto di vista linguistico. Omosessuale in un’epoca omofoba, ebreo in una società antisemita, borghese tra gli aristocratici, Proust o si ama o si odia. I primi a non sopportarlo furono proprio gli editori parigini, che a forza di rifiuti lo costrinsero a pagarsi interamente le spese di stampa. Bernard Grasset, l’editore che alla fine decise di pubblicarlo, ammise di non aver neanche letto il manoscritto.

Ma le critiche, spesso molto dure, provenivano anche dai colleghi: “La vita è troppo corta, Proust è troppo lungo”, scrisse Anatole France. E che dire dei lettori? Non esiste studente francese che non debba fare i conti, prima o poi, con questa “cattedrale” dell’inazione, scritta e riscritta per 14 lunghi anni da un atipico “scrittore asmatico dal respiro corto, che scrive lungo”. Eh sì, tremila pagine per sole tremila frasi, o se preferite: trenta pagine solo per descrivere come il protagonista si rigira nel letto prima di prendere sonno. Un incubo?

Non per Jean-Paul e Raphaël Enthoven, che invece raccomandano di leggere Proust almeno tre volte nella vita. Una prima volta durante l’infanzia, una seconda dopo la prima delusione sentimentale – la scrittrice (e proustiana doc) Françoise Sagan pare consigliasse tre dosi di Albertine disparue (Albertine scomparsa) per guarire da una pena d’amore – e un’ultima volta “quando si abbandona ogni vanità, al crepuscolo”. Chissà quante volte deve averla letta, la Recherche, il nostro Luchino Visconti, ossessionato da Proust ma incapace di portarlo sul grande schermo e il cui “sentimento proustiano” aleggia come un fantasma in quasi tutti i suoi film: la relazione tra Charlus e Morel in Senso, la spiaggia di Balbec in Morte a Venezia, la sonata di Vinteuil in Vaghe stelle dell’Orsa, l’esaltazione di Wagner in Ludwig, il salone Verdurin ne L’innocente.

Ma leggere Proust non è che il primo passo. Oggi c’è chi ha deciso di costruire un hotel a lui dedicato, chi tutti gli anni si ritrova a Illiers-Combray (una delle poche città al mondo ad aver aggiunto al vero nome il proprio pseudonimo letterario) per un pellegrinaggio quasi religioso, chi come la regista Véronique Aubouy  filma da vent’anni i lettori della Recherche o chi come la farmacista Laurence Grenier ha ideato il metodo Proust pour tous (Proust per tutti) per divulgare meglio la sua opera.

Da Chicago a Stoccolma, da Londra a Seul, da Roma a Tokyo – una traduzione in siriano è appena uscita a Damasco, – la Proust follia non fa fatica a varcare i confini nazionali. Non a caso l’americano Patrick Alexander ha deciso di twittare la Recherche lettera per lettera, l’ex responsabile della New York Paris Review Larry Bensky di diffondere il verbo proustiano attraverso la sua Radio Proust e James Connelly, ex giudice di Boston, di vivisezionare la Recherche attraverso le citazioni musicali presenti nell’opera, da Félix Mayol a Bach.

Se ci ritroviamo a parlare di Proust nel 2013 è anche e soprattutto per la sua sconvolgente modernità. Leggendo il Dizionario amoroso, ad esempio, scopriamo che Proust è l’inventore di Skype. “La sua voce è come quella che realizzerà, dicono, il foto-telefono del futuro – si legge in un passo de À l’ombre des jeunes filles en fleurs: – dal suono si distingue nettamente l’immagine visiva”. Non solo precursore delle nuove tecnologie, ma anche già critico nei confronti dell’alienazione che producono. Secondo François Bon, autore del bellissimo Proust est une fiction, la frase pronunciata da Odette a proposito del telefono, 25 anni prima rispetto all’epoca in cui Proust la scrive (e in cui il telefono è già un successo), è il sintomo perfetto della diffidenza dell’autore nei confronti del progresso tecnologico: “Passato il divertimento iniziale, dev’essere un vero rompicapo”. E che dire, infine, del famoso “Questionario di Proust”? Imbattibile tecnica giornalistica tutt’ora utilizzata sulle pagine della versione americana di Vanity Fair (o di Io Donna), fu anche, un paio di anni fa, l’impianto teorico su cui costruire un social network: Proust.com.

Ma il vero successo della Recherche va cercato al di là di tutto questo. Forse il vero motivo, dicono Jean-Paul e Raphael Enthoven, è che la lettura di Proust “è in grado di trasformarci, di renderci migliori”, come ci aveva già dimostrato Alain de Botton nel suo bestseller Come Proust può cambiarvi la vita. Ma come per tutte le vere conquiste della vita, c’è un prezzo da pagare. Leggere queste tremila frasi, lunghissime, che probabilmente non finiranno mai.

Federico Iarlori è nato ad Ortona, in Abruzzo, nel 1983 e ha studiato Lettere moderne a Milano. Da quasi 7 anni, vive e lavora a Parigi. È stato caporedattore della versione italiana del magazine europeo cafébabel.com e del portale meltyBuzz.it. Ha scritto di attualità francese per Il Fatto Quotidiano, Linkiesta, Pagina99 e di letteratura su Doppiozero, minima&moralia, Flanerì, Finzioni. Ha pubblicato La coerenza dei dadi (ArpaNET, 2009), Pericolo in curva d’ascolto (finalista Subway letteratura Città di Milano 2012), Progresso (Historica, 2015).
Commenti
2 Commenti a “Proust folie”
  1. marco m scrive:

    Federico Iarlori è una leggenda, potenzialmente ben più di Proust!

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  1. […] minima&moralia, “Proust folie”: Pensate ad una trasmissione televisiva. Non ad una qualunque, ma al campione dei talk show nazionali. Poi, ad un certo punto del programma, immaginate di assistere ad una lunga intervista agli autori di un libro sulla vita e l’opera di Alessandro Manzoni. Una follia, vero? Non in Francia. […]



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