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Radiografia di uno spazio inquieto

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Questo articolo è uscito in versione ridotta su la Repubblica. (Fonte immagine)

La abitiamo, ci abita. La pensiamo, ci pensa. La città – quella cosa fatta di suddivisioni e di connessioni (e di molteplici contraddizioni), di strade, piazze, mura, ponti, varchi, porte, case – è fuori di noi, dunque lo spazio che attraversiamo, ed è dentro il nostro sguardo – diottrie, pensiero, sentimento, cultura. Per vocazione impegnata a proteggerci dalle orde assedianti, ha dovuto accettare (e sopportare) che il pericolo è anche endogeno, al punto tale da esserle costitutivo, da corrispondere a una delle sue fondamenta.

Lo spazio inquieto. La città e la paura di Marco Filoni (Edizioni di Passaggio) è un libro che usa la riflessione filosofica, letteraria, sociologica, architettonica come strumento per radiografare (se non per ecografare) quella tecnologia umana che chiamiamo città. Un’esperienza così prossima e consustanziale da trovare rappresentazione fin dalle primissime forme di scrittura. Una croce dentro un cerchio è infatti il geroglifico che la esprime: la croce corrisponde alle strade che si intersecano in un centro, il cerchio descrive la cinta muraria e in generale il perimetro dell’abitato.

Su questi due presupposti – andare (attraverso le strade), proteggersi (attraverso le mura) – si definisce l’abitare. Un comportamento che nel corso del tempo è divenuto sempre più discorde ed enigmatico. Nella città contemporanea, o meglio nella percezione contemporanea della città, «l’indicibile è la possibilità che non si distingua più il fuori dal dentro». Quando ciò accade, la paura diventa angoscia; il nemico, come si era reso conto Elias Canetti, non è più semplicemente oltre le mura: sbuca virale e incontenibile dalla cantina. Dando forma, così, a un paradosso: le mura, tutt’altro che coincidere con l’argine fisico contro il pericolo, difendono il nemico, trattengono la minaccia all’interno: la polverizzano e la cronicizzano. La trasformano in Stimmung, in atmosfera morale: nello stato d’animo più naturale della contemporaneità.

In un suo romanzo del 1957, La città sostituita, Philip K. Dick dà forma a una storia in cui se si è in grado di ricordare com’era fatto nel passato uno specifico spazio, questo magicamente diventa concreto. Una città, chiarisce il saggio di Filoni, è un organismo vivente, pensiero umano mineralizzato, qualcosa che al suo interno mescola ricordo e oblio, progetto e accidente, intelligenza, arbitrio, ordine, conflitto e ambivalenza, decisioni, desiderio. Anche, inevitabilmente, paura. E dunque, se abitare la città vuol dire proprio coabitare in modo dialettico con la paura, non ci resta che essere più intelligenti della nostra attitudine al terrore, e «lavorare affinché questa paura sia sempre più una paura umana».

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
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