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Marfa Girl, il mio film migliore. Una conversazione con Larry Clark

Questo pezzo è uscito su Orwell. (Fonte immagine)

Prima di salutarmi mi dice: “Com’è che diceva John Lennon? La vita è quello che ti capita mentre tu stai facendo altro”.

A sessantanove anni Larry Clark ha fatto il suo film più bello. Lo penso uscendo dalla sala dell’Auditorium, al Roma Film Festival. Marfa Girl è stato presentato in anteprima e tra qualche giorno farà vincere a Clark il premio come miglior film del festival. Il primo premio nella carriera del regista per un film che non uscirà mai in sala e nemmeno in dvd – Marfa Girl si può vedere solo in streaming sul sito larryclark.com a 5 dollari e 99 centesimi. “Ho deciso di metterlo direttamente in rete per mandare Hollywood a quel paese”, ha dichiarato Larry Clark dal primo giorno che ha messo piede a Roma, passando una settimana a rilasciare interviste in cui imprecava contro produttori e distributori, facendo nomi e cognomi di chi a oggi gli tiene bloccati film che forse non girerà mai, “perché sono pensati per essere interpretati da ragazzini che tra un anno non saranno più ragazzini”.

Criticato da alcuni per il suo ostinarsi a raccontare sempre e solo storie di adolescenti, amato da altri più per il suo Kids d’esordio che per gli altri suoi film, Larry Clark con Marfa Girl spariglia le carte. Gli adolescenti ci sono sempre, ma la vita irrompe e prende il sopravvento sul resto. La vita è quello che ti ritrovi davanti guardando il film. La vita, mi dirà tra poco, è quello che gli è capitato durante le riprese. E che gli ha permesso di fare il suo film migliore.

Che si tratti di un film politico Clark lo ripete più volte, e aggiunge che è un film sugli immigrati in America. Per girarlo ha scelto Marfa, una piccola cittadina del Texas, millenovecento abitanti, sessanta miglia dal confine col Messico. “È un microcosmo di quella che è l’America. Metà degli abitanti sono bianchi, nati lì, metà sono ispanici, sempre nati lì. Gli ispanici vengono presi di mira dalla polizia di confine”. Gli ispanici di Marfa sono ragazzini messicani-americani nati e cresciuti a Marfa. I poliziotti li conoscono, conoscono le loro famiglie, e ciononostante li fermano con ogni pretesto. “Puro razzismo”, continua Clark. La storia che racconta nel film è quella di Adam Mediano, un quindicenne ispanico di Marfa. Nei centosei minuti del film lo seguiamo nei giorni vicini a quelli del suo sedicesimo compleanno. Adam si avvia verso l’età adulta, con la consapevolezza che l’unica promessa di un posto come Marfa è un no future. “La città è poverissima, e i ragazzi che escono dal liceo non hanno nessuna prospettiva”, continua Clark. “L’unico lavoro in città è il Dairy Queen. Tre o quattro di loro finito il liceo riescono a rimediare un posto lì, altrimenti il meglio che possono sperare è andarsene”.

Intorno a Adam c’è anche una comunità di artisti che gravita intorno alle due fondazioni della città, la Chinati Foundation e la Donald Judd Foundation, entrambe nate in memoria dello scultore Donald Judd che nel 1973 si trasferì a Marfa e vi rimase fino alla morte, vent’anni dopo. “La prima volta che sono venuto a Marfa è stato un anno e quattro mesi fa, su invito di un amico artista che abitava lì”.

“Che la città abbia qualcosa di magnetico me ne sono accorto già quella prima volta”, continua Clark. A renderla così affascinante pare sia la collisione di culture generata dalla coabitazione della gente del luogo, conservatrice e cattolica, e degli artisti, liberal e disinibiti. “Il tutto in una città che ha un’estetica ferma agli anni cinquanta”. Finito lì per caso, innamoratosi di Marfa, Larry Clark decide di scriverci sopra una storia e di trasformarla in un film. Ci torna ancora un paio di volte, poi va a Los Angeles e in due giorni trova qualcuno disposto a produrre il film. “A quel punto però avevo solo la storia e mi serviva una sceneggiatura, che ho scritto mentre giravamo il film. Mi svegliavo presto tutte le mattine e scrivevo scrivevo scrivevo. All’inizio avevo due protagonisti, due ragazzini inseguiti dalla polizia. Lì però mi sono detto, a che mi serve averne due? Uno può bastare. Da lì in avanti Adam è diventato l’unico protagonista. E la cosa ha funzionato”. Lo stesso è successo in altri momenti delle riprese, con una sceneggiatura che proprio perché improvvisata ottiene un maggiore grado di realtà. “E di libertà”, aggiunge Clark. “Se lavori con una sceneggiatura scritta, devi rispettare delle regole, e io non voglio regole, io voglio divertirmi.

Marfa Girl è il film più difficile che abbia mai fatto, ed è il primo film in cui me la sono goduta dall’inizio alla fine. Gireremo presto una seconda parte di Marfa Girl, che comincerà con Adam sedicenne con in braccio due bambini che ha appena avuto da due madri differenti. Già adesso mi chiedo come farà. Ed è esattamente questa la cosa divertente, dovere immaginare come fare a risolvere situazioni problematiche”.

“L’adolescenza è l’età in cui si è più forti”, dice. E poi dice che “a quell’età sei costretto a sviluppare le più disparate tecniche di sopravvivenza. Ci sono ragazzi che in modo assolutamente improbabile e miracoloso riescono a sopravvivere alla strada”. Poi cita Alfred Hitchcock e Sipario strappato. “Nel film ci sono Paul Newman e Julie Andrews che devono uccidere un uomo e faticano moltissimo. Lo colpiscono, lo pugnalano, cercano di ucciderlo in tutti modi e sembrano non riuscirci. In tutto ci mettono qualcosa come dieci minuti”. Mi racconta quella scena del film, e poi aggiunge: “Non è per niente facile uccidere qualcuno. E invece nei film hollywoodiani in una sola sparatoria hai fatto fuori tutti. Nei miei film non voglio soluzioni facili, e se qualcuno muore il pubblico deve capire perché è morto, e deve essere consapevole delle conseguenze di quella morte. Perché le conseguenze ci sono. Cerco di fare film che abbiano lo stesso peso della vita vera. E se Marfa Girl è il mio preferito è proprio perché i personaggi fanno casini, proprio come nella vita vera, ma affrontano le conseguenze di quello che fanno. Ci sono registi che col passare degli anni tendono a semplificare. Io vado nella direzione opposta, cerco di fare film sempre più contorti. Perché la vita è contorta, ed è morbosa. La vita non ha niente di perfetto”.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
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