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Lo stato del razzismo. Intervista a Margo Jefferson

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Pubblichiamo un’intervista uscita sul Messaggero, che ringraziamo.

«Ci piace pensare che la storia sia un libro, e quindi di poter girare pagina, muovere il culo e andare avanti. Ma la storia non è la carta su cui viene stampata. È la memoria, e la memoria è tempo, emozioni, e canto. La storia sono le cose che ti rimangono dentro», ha scritto Paul Beatty ne Lo Schiavista, che gli è valso il Man Booker Prize.

In queste parole ritroviamo il lavoro di ricerca sulla memoria e sulla lingua che Margo Jefferson, classe 1947, ha concretizzato nel potente Negroland (66thand2nd, 270 pagine, 16 euro, traduzione di Sara Antonelli); un’opera che riesce a unire il saggio storico alla classica autobiografia. Docente alla Columbia University, Jefferson ha scritto per anni di letteratura e teatro per “Newsweek” e “The New York Times”, vincendo nel 1995 il Premio Pulitzer per la critica. Beatty e Jefferson sono fra gli ospiti internazionali più attesi a Più libri Più liberi.

Lei, figlia dell’alta borghesia nera di Chicago, intreccia in questo memoir il lessico familiare, le vicende biografiche con quelle politiche e sociali, il movimento per i diritti civili e quello femminista che hanno segnato il Novecento americano. Negroland rappresentava l’élite nera afroamericana: «Una piccola regione dell’America Negra i cui abitanti erano protetti da un certo grado di benessere e privilegi». A livello politico, educativo e sociale i membri di questa comunità immaginaria erano molto consapevoli del proprio lascito culturale come avanguardia degli afroamericani, seppure i percorsi individuali fossero in larga parte tracciati dalle discriminazioni.

Jefferson, Negroland, la sorta di terra natia nella quale lei è cresciuta, oggi mantiene gli stessi confini?

«Quel mondo è ancora profondamente cosciente della propria storia e delle tradizioni. Ha accesso a molti più privilegi e opportunità rispetto al passato, ma non creiamo equivochi: non viviamo in una società post-razziale. Il razzismo è vivo e prospera negli Stati Uniti. Dico che la struttura di potere bianca procura un accresciuto, ma ancora limitato, numero di opportunità ai neri e alle altre minoranze. Gli appartenenti a questo mondo relativamente avvantaggiato hanno accesso economico, sociale e culturale a privilegi un tempo riservati ai bianchi. Per quale ragione? Perché i loro antenati hanno lottato con forza, usando la legge, la politica e la cultura, tutti gli strumenti del Movimento per i diritti civili, affinché queste opportunità fossero più disponibili».

Qual è stata l’evoluzione del significato e dell’utilizzo della parola Negro dal 1947 a oggi?

«“Negro”, con la prima lettera maiuscola era una parola politicamente consapevole e progressista. In quale modo sono chiamati gli oppressi dai loro oppressori e come scelgono di chiamarsi a propria volta? È una questione assai complessa. All’inizio del Ventesimo secolo, i progressisti volevano essere chiamati “Colored People” – ne è testimonianza la fondazione nel 1909 dell’importante organizzazione per i diritti civili The National Association for the Advancement of Colored People. Non molto tempo dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, Negro era vista come parola più assertiva, risoluta, in fondo in lingua spagnola significa nero, orgogliosa, meno raffinata. E la maiuscola N era cruciale, perché elevava “The Negro” al rango di altre etnie e razze i cui nomi avevano diritto alla maiuscola. Attualmente negli Stati Uniti è una parola insidiosa, poiché proprio come ha sostituito “colored people”, a sua volta negli anni Sessanta è stata soppiantata dalla più funzionale “nero”, e infine da quella globalizzata Afro Americano. Può dunque risuonare come datata, fuori moda e conciliante. Nel mio libro ho deciso di usarla come un segno e simbolo storico molto preciso».

Qual è stato l’impatto del femminismo nel suo riconsiderare le questioni di razza, genere e classe in America? Nel libro sembra impossibile scinderle.

«Il femminismo è stato cruciale! Concepisco razza, classe e genere come la nostra trinità secolare. Certamente dobbiamo analizzare i dettagli di ogni ambito, ma se vogliamo un’analisi completa della condizione delle persone è impossibile; è irrealistico e bugiardo separarli uno dall’altro. Essi si contagiano e coniugano a vicenda, danno forma alle nostre vite e alla psiche, al modo in cui guardiamo al mondo. Ora si parla di intersezionalità: razza, classe e genere sono gli esempi perfetti di come identità multiple modellino e siano modellate dalla discriminazione e dall’oppressione. E, allo stesso modo, da preziose tradizioni culturali e sociali».

È ancora vivo negli Stati Uniti il mito di una società senza classi?

«Direi che esiste ancora un potente e sleale mito della mobilità di classe nel Paese. Resiste la fantasia che chiunque sia dotato di sufficiente ambizione e che lavori duramente possa avere successo, possa farcela. Ma quel chiunque è quasi sempre in partenza un uomo bianco ed eterosessuale. È evidente che il nostro sistema politico ed economico ricompensa sempre meno le persone povere o appartenenti alla working class, anche quando sono maschi, bianchi ed eterosessuali. Ma per molti, come dimostra chiaramente l’elezione di Trump, il bisogno di credere nel mito è tuttora più forte di questa preoccupante realtà».

Lei rievoca la brutalità dell’imposizione di gerarchie sociali e dell’ispezione sulla bellezza fisica. E riporta una lettera che sua madre scrisse a un’amica nella quale leggiamo: “Sono così felice…Talvolta quasi dimentico di essere Negra”. Questo dolore si è modificato?

«Credo che i cambiamenti politici e culturali portino a quelli personali, che sono emotivi e psicologici. Il dolore è meno costante, meno dominante ora. La storia mi ha gratificato come non ha mai fatto con mia madre. Standard di bellezza opprimenti, che molto avevano a che fare con l’odio per se stessi generato dal razzismo e con la coercizione femminile, sono stati attaccati e distrutti. Le gerarchie di comportamento della cosiddetta brava donna sono stati rovesciati. Esistono ancora e allora c’è anche il dolore, tuttavia non invadono più in modo così pervasivo il discorso pubblico».

Qual è il ruolo dell’élite nera negli Stati Uniti?

«Ora è stata integrata più che mai nella struttura di potere bianca. Tuttavia i neri al vertice della piramide di potere sono ancora pedine, e coloro che hanno venduto i propri principi per arrivare in quella posizione non meritano la nostra ammirazione o il desiderio di emulazione. Vorrei che il ruolo dell’élite nera corrispondesse all’idea di sfidare le regole ingiuste e le conseguenze prodotte da tali strutture».

Lei è diventata una critica di successo in un ambiente professionale difficile, anche il giornalismo incarnava la segregazione. Poche persone nere hanno vinto il Premio Pulitzer. In quale modo ha vissuto la pressione dell’ambizione e l’urgenza di affermarsi in questo tipo di società? Nel memoir ricorda come la ricerca e la necessità della perfezione a Negroland abbiano causato malattie sociali e provocato effetti tali da spingere al suicidio.

«Innanzitutto devo rendere omaggio ai giornalisti neri e alle giornaliste che negli anni Sessanta hanno contribuito all’integrazione razziale nella professione, quando ero ancora una studentessa. Loro mi hanno consentito di assecondare l’ambizione e hanno reso possibile la mia carriera. Le pressioni, che oltrepassano l’ambizione, e si orientano verso un’idea di perfezione interiorizzata sono intense. Mi confronto con esse condividendo le paure, i sogni e la scrittura con gli amici e i colleghi che più o meno si trovano nella medesima posizione».

È stato errato o fuorviante immaginare un cordone ombelicale tra Barack Obama e la comunità afroamericana, e soprattutto ritenere la sua elezione un’eredità postuma del Movimento per i diritti civili?

«Non lo definirei un cordone ombelicale, ma un legame profondo, basato sulle eredità e sulle conquiste della storia dei neri. La sua elezione e molti dei suoi obiettivi e sforzi come Presidente erano in verità un lascito diretto del Movimento per i diritti civili».

Potremmo dire che, giorno dopo giorno, il concetto del post razziale sia sempre più confuso e fragile? La disputa politica si gioca ormai sulla parcellizzazione delle identità e sulla divisione settaria.

«Inevitabilmente, perché non siamo mai entrati in quella che vorremmo definire una società post-razziale. Il suprematismo bianco, la misoginia e l’omofobia sono tre delle identità settarie fondative degli Stati Uniti. È paradossale che la destra conservatrice accusi, coloro che si battono per sconfiggere questi settarismi e le intolleranze, di essere meschinamente ossessionati da ciò che loro disdegnano come “identità politiche”».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
Commenti
Un commento a “Lo stato del razzismo. Intervista a Margo Jefferson”
  1. Vlad scrive:

    la bellezza non ha etnia comunque nonostante trump l’america è meno razzista e sessista di quanto non sembri

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