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“Marie aspetta Marie”: la riscoperta di Madeleine Bourdouxhe

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Partiamo da una considerazione curiosa, che più avanti limeremo: tutte le grandi donne della letteratura sono adultere. Dalla lunga lista (che comprende le superstar Anna Karenina, Emma Bovary, Connie Chatterley e la Hester di Hawthorne) si discostano poche categorie di superstiti, tra cui le nubili (Elizabeth Bennet, Emma Woodhouse, Rossella O’Hara, Jo March), le prostitute (Léa de Lonval) e quelle che proprio stavano su un altro pianeta, come Clarissa Dalloway. Le cose in comune tra le due macro-categorie sono tante, a partire dal tipo di inquietudine: se si trovassero tutte insieme in un salotto,col magico potere dello sfinimento farebbero esplodere il patriarcato nel tempo che impiega il latte a schiumare fuori dal bricco quando ti distrai. La differenza, invece, è questa: le prime, le adultere, sono donne scritte da uomini; le seconde no. Quindi, riformuliamo la considerazione curiosa di poco fa: tutte le grandi donne della letteratura, se pensate da uomini, hanno avuto la necessità di tradire per assurgere al ruolo di protagoniste, e raccontare la libertà, il patimento, a volte la noia come un qualunque personaggio maschile.

Ciò non significa che ne escano indebolite, anzi, o che scrittori come Hawthorne, Tolstoj, Flaubert, Lawrence siano stati più ottusi (verrebbe da ridere) di Jane Austen. Ma è interessante notare le sfumature della denuncia, del tipo di dolore raccontato e delle relative, spesso tragiche, reazioni. Per semplificare, guardando a questi romanzi sembrerebbe che ognuno consideri il sesso opposto più fragile del proprio: basti pensare che in MrsDalloway e Chéri è l’uomo, personaggio secondario, a suicidarsi.

La questione, per fortuna, è più complessa. Per esempio Madeleine Bourdouxhe ha scritto, tra il 1937 e il 1943, due romanzi – La donna di Gilles e Marie aspetta Marie, appena pubblicato da Adelphi, tradotto come il primo da Graziella Cillario – che mettono in crisi, almeno apparentemente, questa dicotomia. La donna di Gilles racconta una moglie, Élisa, che vive il matrimonio come una missione, al punto di sostenere il marito anche nella relazione extraconiugale che intrattiene con Victorine, sua sorella. Marie aspetta Marie è un opposto non del tutto speculare, ma che già dal titolo chiarisce la missione di rispondere, in qualche modo, al romanzo precedente: non c’è scampo per le donne di, l’unica fedeltà da anteporre all’essere felici è quella che si deve a se stessi.

Il coraggio di Bourdouxhe, morta nel 1996 e riscoperta con ottimo riscontro una quindicina d’anni fa, è quello di spezzare la sua stessa linea autoriale e fugare il comodo sospetto che un personaggio femminile, per lei, sia quella cosa lì: schiava d’amore perché donna, tenace perché moglie, fragile perché tradita. Non ci sono, nell’opera di questa scrittrice belga, protagonisti di genere, né maschere: solo protagonisti, che anzi mettono in discussione il concetto di ruolo: nella coppia, nella società, nell’erotismo, nel romanzo.

La trama in dieci parole: Marie tradisce suo marito, Jean, con uno studente senza nome. Semplice. La cosa nuova è che Marie non è insoddisfatta, o annoiata, o frustrata. Bourdouxhe non sente, vivaddio, la necessità di giustificare il tradimento della donna con uno sgarbo dell’uomo, o una brutta depressione, o una crisi. La sua protagonista – perfettamente in armonia, fisica e sentimentale, col marito – vede un giovane in spiaggia e, scientemente, incomincia una relazione con lui. Tra lei e Jean apparentemente non c’è niente che non vada, anzi: per gran parte delle prime pagine la scrittrice si impegna a rendere chiaro che come coppia sono una bomba, che lei lo seguirebbe in capo al mondo, che in una Parigi che sembra il gelido orto botanico dei matrimoni falliti il loro rapporto resiste come un ciclamino. A ben vedere il punto più debole di questo romanzo altrimenti equilibratissimo sta proprio nel timore, infondato, di banalizzare, di rendere la storia – per citare la raccapricciante traduzione italiana di Domicile conjugal di Truffaut – solo questione di corna. Quindi Bourdouxhe spinge il pulsante del «Ci tengo a precisare che», per gettare le basi di uno sviluppo ben più rilassato: Marie tradisce in piena libertà, ed è di questa libertà che l’autrice vuole parlare.

Innanzitutto, attraverso il personaggio: «una giovane donna in gonna di lino» stesa su una spiaggia al sole, o che «immerge nella saponata le mani ancora abbronzate, scende in cantina a prendere il carbone, strofina il pavimento, sbuccia le verdure». Una che sorride pensando alle sue conoscenti, alle loro vite di fruitrici che indicano senza toccare. «Se hanno un figlio, non lo amano in quanto carne della loro carne, ma come uno scopo dato finalmente alla loro esistenza […] Marie, se avesse un figlio, lo amerebbe con tutta la sua carne, ma non si rattrista né si rallegra di questa assenza. Non desidera un figlio come si ambisce a un ideale». Vale a dire, starei bene anche senza; so godermi l’idea delle cose perché non mi sento obbligata ad averle o a non averle. Ma senza un obbligo che pettini la nostra libertà, come si sceglie? Qual è il criterio? Cosa si vede, oltre l’assoluta autonomia? Marie risponde anche in questo caso, con estrema sicurezza: «Si vede solo ciò che si capisce. E si capisce solo ciò che si ama».

Parliamo, quindi, di una donna realizzata, o che almeno non cerca la realizzazione (sua) in un altro corpo (di marito, di amante o di figlio). Si vede che Bourdouxhe era amica di Simone de Beauvoir, ma pure che conosceva Sartre: alla propria libertà non si mente.

In comune con Sartre, Bourdouxhe ha l’abitudine di fare fuoco amico contro i pilastri del genere-romanzo. Se ne La Nausea la quota fiction era incarnata dal personaggio di Anny, con la sua passione per i momenti perfetti (così irreali, così lontani dalla quotidianità melancolica della vita di Antoine, la vita di tutti), qui la guerra si combatte fuori dall’intreccio, nelle riflessioni che l’autrice attribuisce a Marie. «I sentimenti si vivono, non si formulano», dice verso la fine. Pensiero insolito, per un romanzo. D’amore, poi. Bourdouxhe sembra parlare al pubblico sbagliato, e invece sta educando i suoi lettori: redarguisce chi legge senza vivere, o peggio chi scambia il libro con la vita vera. Chi si aspetta l’inizio, lo svolgimento e il gran finale, dimentico che l’amore è più bello «nel momento in cui vive». E così, come per terminare con un gesto pratico una lunga lezione di vita e di anti-narrativa, sospende il secondo tempo della storia: la fine, se arriva, arriva dentro la protagonista, e fuori non si vede. Marie aspetta, cammina, sorride; nulla la stravolge, se non un senso di miracolo, di gratitudine, di straordinaria pienezza: il presente, vissuto con coscienza.

Fosse vero, fosse davvero un esercizio cosciente di filosofia applicata al romanzo, significherebbe una cosa da farsi esplodere il cervello, e cioè che questa scrittrice belga perlopiù sconosciuta è quasi riuscita a scrivere un romanzo che delude le aspettative di chi pensa per stereotipi, ingannandolo con la forma (classica) e con lo stile (sobrio, efficace, sospiroso quando serve, ma in una maniera tutta francofona). Oggi, con rilassatezza, diremmo che Madeleine Bourdouxhe ha trollato i lettori di romanzi d’amore, schiaffando l’esistenzialismo nel romanticismo, e rendendo tutto inutile. Sospiri compresi. Nel suo adulterio non c’è patema, non c’è pianto, non c’è oppressione, non c’è rimorso; non c’è maschile e non c’è femminile: resta solo la bellezza.

Nicola H. Cosentino (1991) è nato a Praia a Mare e vive a Cosenza, dove cura per l’Università della Calabria un progetto di ricerca su Michel Houellebecq e le distopie contemporanee. Ha esordito come autore pubblicando Cristina d’ingiusta bellezza (Rubbettino, 2016) e alcuni racconti per Colla e Nuova Prosa. Il suo ultimo romanzo è Vita e morte delle aragoste, uscito a luglio 2017 per Voland.
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