ghigliottina

Marie Gulpin di Marco Mantello

Questo brano – uscito sull’ultimo numero di Nuovi Argomenti – è una parte di un lungo estratto del romanzo inedito Marie Gulpin.

di Marco Mantello

Nel brumaio di tre anni fa Marie Gulpin, guardasigilli, presentó all´Assemblée Nationale un disegno di legge che portava il suo stesso nome. “Signor Presidente” disse davanti a un´aula stremata da mesi di battaglie e afa, “Oggi ho l´onore di chiedere il ripristino della pena di morte in Francia”.
Nel discorso la Gulpin illustró i casi unici e eccezionali. C´erano omicidio per futili motivi, stupro, tortura, oltre agli atti di terrorismo contro l`Occidente. La Gulpin aveva spiegato che se le vittime erano bambini, diversamente abili o anziani sopra i 70 anni, la legge consentiva l´uso della ghigliottina.
“Riduce il dolore fisico a zero come le iniezioni” disse la Gulpin “ma conserva un valore simbolico per noi discutibile, un valore che abbiamo deciso di mantenere solo per i crimini piú gravi”.
Questa prima fase tecnica del discorso duró circa due minuti, e si concluse con un´accurata esposizione dei diritti dei familiari delle vittime. La legge Gulpin vietava inoltre le riprese televisive nel braccio della morte e riconosceva ai congiunti del condannato la facoltá di recuperare il corpo, ricomporlo e seppellirlo a proprie spese. Poi Marie Gulpin passó alla parte emozionale della faccenda e coi suoi larghi occhi azzurri disse: “Se riusciró a dimostrare che é utile e necessaria avró vinto la mia battaglia per l´umanitá”. Disse che la legge Gulpin esprimeva il suo amore per la Francia. In questo, diceva, le differenze con la loi Badinter riguardavano il quantum della pena, e la pretesa che la dura vita del carcere avesse mai rieducato qualcuno: era solo un fatto di gradazione di un patrimonio comune di principi e idee, esclamó. Poi si commosse e tese il collo sullo scranno da cui parlava, mentre gli applausi della maggioranza esplodevano. La legge Gulpin fu approvata dall´assemblea e sottoposta a referendum popolare dopo quindici giorni esatti. Vinsero i Sì con il 50,2% delle preferenze e cosí la morte fece ritorno a Parigi per vie legali, e nel pieno rispetto degli impegni assunti dalla Francia con l´Unione europea.

Passarono due anni e Marie Gulpin fu eletta Presidente della Repubblica. All´epoca ero uscito da una difficile transazione con il fisco, eravamo solo conoscenti, i nostri figli andavano a scuola insieme e Marie si comportó come una vera amica, anzi di piú come una sorella, e spesso cenavamo da lei con le famiglie. Libertá, uguaglianza, fraternitá, alla fine le sue barzellette ci prendevano in pieno: “Che cosa ci fanno un francese un tedesco e un italiano sulla tour Eiffel?” raccontó quella domenica a cena. “Il francese si lancia in volo cantando la marsigliese, invece il tedesco paga prima un´assicurazione danni casomai cada addosso a uno…”.
“E l´italiano?” chiedevo io
“Ah l´italiano sei tu l´esperto in materia. Che fate, prendete le scale mobili? Un bel dietrofront di massa? Il fatto é che voi non lo amate abbastanza il vostro paese”.

Il lunedi mattina, quando arrivó la telefonata della questura, eravamo ai ricevimenti dei genitori insieme. Mi ricordo che davanti a noi c´era un ragazzino con una garza all´occhio, che impugnava un compasso da disegno nella mano destra.
“…farsi carico della situazione…” si sentí dallo smartphone di Marie Gulpin, poi il funzionario disse che aveva chiamato sul cellulare lei prima degli uffici stampa. Diceva che Luigi, il figlio di Marie, era l´unico maggiorenne dei fermati. Anche Paolo era coinvolto ma Paolo di anni ne aveva diciassette: sí, diciassette undici mesi e ventuno giorni per la precisione, e non gestiva aziende di famiglia, non era nemmeno sposato, la legge Gulpin parlava chiaro in merito, l´articolo 11 comma 2, l´avró riletto centinaia di volte da quel giorno: La pena é comminata alla maggiore etá. Tuttavia il giudice puó valutare la sua estensione al minorenne che abbia contratto matrimonio, o che risulti imprenditore…

La stazione della metropolitana denominata Bastille, linea 5, rive droite della Senna, ospita i resti dell´antica fortezza e una targa per il bicentenario della Rivoluzione. I treni passano ogni sei minuti e risultano guidati ancora da esseri umani. E´ una linea sotterranea, senza barriere, chi la frequenta tutte le mattine sostiene che episodi di Poussez le mannequin -cosí li chiamano in gergo i giornali parigini da un po´, alludendo alla prassi di alcuni adolescenti di irrompere sui binari e spingere la gente di sotto quando arriva il treno- episodi di Poussez le mannequin non si erano mai verificati prima di oggi. Lo conferma anche il funzionario di polizia, quando Marie arriva in questura: “Noi crediamo che sia una moda fra ragazzi, fanno una specie di gara, un punteggio finale, una classifica…”. Luigi e Paolo sono in un´altra stanza, dice che non li ha ancora interrogati. Ecco, questa é la registrazione delle telecamere di sicurezza: “Presidente i fatti sono questi” dice “non possiamo difenderci”. E fissa il video con Marie Gulpin, rammaricato da quella prolungata ostensione dei primi piani.
“Posso vedere mio figlio” chiese Marie scostando gli occhiali neri dal volto fermo e pallido. Ma la domanda era piú un´asserzione, uno di quei ragionevoli desideri che prendeva alla gola Marie Gulpin di fronte allo splendore di una situazione autoevidente. Il video della Bastille le era passato in faccia come quel treno passava ancora sulla linea 5 senza finire mai.
“Abdel Hakim Hadiudi” lesse il funzionario. Ora stringeva i resti di un passaporto color avana e scandendo i dati anagrafici della vittima alzava la testa verso Marie, come per darsi un ritmo. “Nato a Tunisi” ripeté “aveva settantadue anni, sette-due! Siamo oltre la soglia minima…”.
Le aveva dato il nome di un paio di periti, e il consiglio di sottoporre Luigi a una simulazione del test di Rorschach che gli avrebbero fatto poi, a processo in corso.
“Una prima strada per salvagli la vita é l´accertamento della follia” disse mostrandole i dati statistici su cosa vedono i pazzi, nelle macchie nere del test piú usato dai tribunali europei.
“Basta solo prepararlo un attimo, e fargli dire le cose giuste”.
E la Gulpin, gelida: “Come? Accertare un vizio parziale di mente?”.
Ma il funzionario continuava a scuotere il capo: “No, non con la nuova legge, il vizio deve essere totale”. E che l´altra soluzione era la grazia.

“Ma il nostro onorevoli deputati é un amore critico e lasciatemelo dire sofferto. Che altro potrei aggiungere su questo? Che non faremo errori? Abbiamo previsto una norma di chiusura che esclude condanne su base indiziaria…”. Cosí terminó il discorso all´Assemblée Nationale, con una voce melodica e quel suo volto da bella donna che faceva da immagine alla Riforma. “Nemo prudens punit, quia peccatum est, sed ne peccetur” disse citando da Seneca, e poi subito dopo, come per armonizzare l´utile con il giusto, la prevenzione con la vendetta: “Se oltraggi lui oltraggi te stesso; se rubi a lui rubi a te stesso; se colpisci lui, colpisci te stesso. Solo la legge del taglione, ma beninteso sotto la sbarra del tribunale, puó determinare con esattezza la pena commisurata al crimine, e ció perché l´uomo non deve mai essere trattato come un mezzo in vista di fini altrui”.
No, non era la sura islamica della vacca che pure Marie aveva recitato a memoria nel suo francese dolce, quando da giovane lavorava al comune di Clichy come difensore d´ufficio degli immigrati regolari; questo era Immanuel Kant, erano le origini del garantismo in Europa, idee senza tempo, buone per ogni epoca e societá, disse Marie: “Lei cosa farebbe onorevole Ranucci, se qualcuno uccidesse suo figlio?”. Guardava i banchi dell´opposizione, in attesa che l´onorevole Ranucci replicasse con le parole che temeva di piú, e a cui pure l´avevano preparata a rispondere: “E se invece capitasse a un suo caro di finire in pasto alla petite Louison?”.
Ma nessuno dall´ala dei socialisti emanó fiato, e fu solo la voce di Marie a farsi lume. Lo ripeteva carezzandosi un ciuffo di capelli giallo come il grano appena falciato, una replica a quell´attimo di vuoto che ronzava dai microfoni ancora accesi in aula. Se un boia decapitasse mio figlio.
“La legge é sacra, ma anche il delitto lo é” mormoró la madre.

Il giorno dopo l´arresto di Luigi il funzionario di polizia le chiese di tornare in questura.
“Presidente abbiamo una terza strada”. Disse che aveva studiato per tutta la notte il video della Bastille con alcuni colleghi e esperti.
“Lo vede nel fotogramma C appaiono diverse mani che spingono l´Hadiudi quando il treno arriva”.
Gli avvocati della Gulpin concordarono che da quell´angolo delle riprese non si capiva chi dei ragazzi avesse avuto il controllo sulla serie causale.
“Cioé chi ha spinto per ultimo?” chiese Marie Gulpin “O chi ha spinto piú forte? Luigi stava davanti a tutti, questo mi pare chiaro…”.
Alla fine fu deciso di riprodurre la scena dell´omicidio nello stesso luogo e con gli stessi attori. A parte l´ucciso, impersonato da un agente di origini tunisine come l´Hadiudi e di medesima corporatura e etá, quella mattina il binario della Bastille aveva assunto le forme di un plastico a grandezza naturale del fotogramma C, era tutto come nel video: Hadiudi sul ciglio e il treno nella galleria, le due americane in shorts alla macchina degli snacks, c´era anche la signora con le buste della spesa, impalata a due metri esatti dalla linea gialla, nell´evidente atto di portare le dita al naso. Ma a lei non lo chiesero di rifare proprio tutto come il giorno dell´omicidio.
“Bene, cominciamo” disse il funzionario. Si era piazzato vicino a Luigi Gulpin e teneva l´indice sullo start di un cronometro da corsa. Anche gli altri indagati avevano un agente in borghese accanto e una pettorina fornita da quelli della Scientifica. Luigi portava il numero 6 sulla pettorina, mentre a Paolo avevano dato il 5, e poi via via i minorenni dal 4 all´1. A un cenno del funzionario ciascun numero occupó un cerchio di gesso sul pavimento del binario, e un collega fischió riattivando il treno. Il figurante che faceva la parte di Hadiudi era rimasto di schiena per tutto il tempo: lo sguardo teso verso la galleria, solo a volte girava la testa, scrutando le pettorine dei dannati che dinoccolavano fuori dai cerchi.
“Da dove? Era da questo punto o no?” chiese il funzionario a Luigi Gulpin. “Fammi vedere di nuovo, piú piano per cortesia… E adesso le mani degli altri, c´era prima il 6, anzi il 5!” disse indicando Paolo. Erano tutti sul ciglio adesso, e il treno prese a frenare e stridere.
“Spingi! Spingete ora! Stop!” strilló il funzionario, poi bloccó il cronometro e il finto Hadiudi cadde sulle rotaie. Gridava come un bambino, davanti a quei fari gialli che gli venivano addosso, ma il treno stavolta si fermó in tempo, e la busta per raccogliere i pezzi di Hadiudi rimase vuota, tra le mani di un infermiere che chiacchierava con il collega ai margini della scena.

Erano passate ventiquattr´ore da quella farsa, ne mancavano sedici alla prima udienza di comparizione e la busta col nuovo video girato dalla polizia alla Bastille giaceva sulla scrivania di Marie Gulpin, sigillata nel cellophane.
“Presidente le é arrivato tutto?” si sentí dalla smartphone. Era sempre il funzionario, aveva chiamato ancora. “Adesso si che possiamo difenderci”, disse a Marie con quel solito “noi” che la mandava in bestia. Disse inoltre che nel fascicolo della procedura consegnato ai giudici dalla polizia avevano annotato che il conducente del treno era ubriaco.
“Inoltre Hadiudi al momento della caduta si trovava oltre la linea gialla”, le confermó.
“Si, la ringrazio, ora peró sono in riunione”, rispose Marie Gulpin, aveva giá attaccato.
Poi gli avvocati spulciarono per due ore il secondo video con il nuovo fotogramma C. Ora nel video mio figlio Paolo stava davanti agli altri, era lui quello con numero 5 sulla pettorina che spingeva Hadiudi giú per primo, e c´era Luigi dietro col numero 6, si vedeva nitidamente anche la scena finale. Il funzionario e gli agenti in borghese, invece, venivano inquadrati sempre di spalle, le loro voci erano irriconoscibili.
“Non so, possiamo ragionare su un´istigazione a delinquere da parte di terzi” mormoró il piú anziano dei legali al collega giovane, dello studio Ranucci & Partners. A formulare quel primo abbozzo di strategia difensiva davanti a Marie Gulpin fu Ranucci in persona, il vecchio decano socialista che lavoró vent´anni con Badinter per abolire la pena in Francia. Nella sua lunga vita Ranucci non si era perso una sola condanna a morte, anche l´ultima testa che ghigliottinarono a Parigi nel ´77 fu difesa da Ranucci & Partners.
“Un tunisino, come la vittima di tuo figlio”, disse a Marie. “Ma quelli erano anni strani, ti davano un senso di futuro e di medioevo allo stesso tempo…”. Sospirava fissando il volto smagrito della madre, e le sue mezzelune nere sotto alle palpebre, anche adesso come allora Ranucci pareva alimentarsi dell´insonnia altrui, come da giovane, quando volantinava rapporti di Amnesty sulla Concorde, o picchettava i tribunali con le gigantografie dei nuovi martiri appese al collo. Le disse che il suo gruppo parlamentare era disponibile a una revisione della legge Gulpin a processo in corso. Il giovane legale che gli stava accanto era rimasto muto come una tomba islamica, e quando Ranucci lo presentó a Marie emise un gemito, e la parola “piacere”. Il suo nome era Siegfried Hausen. Alsaziano, laureato in Sorbona, Phd a Magonza e soggiorni post doc a Harvard, Hausen proveniva da una famiglia tedesca ma a ventisei anni aveva scelto la cittadinanza francese per motivi professionali. Era un uomo alto, con una faccia in ordine come i pensieri, e quell´aria giovanile che hanno certe creature di confine che si sentono a casa loro ovunque. A detta di Ranucci Hausen possedeva intuizioni geniali in materia di teoria generale del reato e grande era la capacitá persuasiva delle sue arringhe.

In Cour d´Assises giunse il Giudizio: come era da attendersi, a causa del gran numero di minorenni coinvolti, fu deciso di svolgerlo a porte chiuse. Davanti a Marie Gulpin, alla moglie di Hadiudi, e ai dodici membri della giuria divisi in numero di tre, i togati, e nove i giurati, Hausen domandó una perizia psichiatrica, e lo fece nel nome di un principio semplice quanto sano, una sorta di corollario del “minor male possibile”; Hausen lo declamó piú volte a Marie Gulpin, al bancone del bar su Rue de Harlay, dove i due si fermavano per i caffé fumanti nelle pause udienza. Da cultore degli aforismi diceva sempre a Marie: “Meglio matto che decollato. O no?”. E Marie annuiva, e mordeva le labbra mentre quelli della scorta tenevano a bada i curiosi, e quel mare di gente che la insultava in mezzo alla strada quando uscivano dal bar coi legali, e rapidi risalivano le scale di Cour d´Assises, fino alle colonne d´Ercole.
“Accordata” dissero i giudici. Poi seguirono come ulteriori fasi preliminari: la nomina del perito, l´annotazione del suo nome e cognome in Eliseo, e un fallimentare dossier dei servizi segreti. Fu Hausen in persona a istruire Luigi Gulpin sulle risposte-tipo da dare al test di Rorschach. Avevano fatto diverse prove in cella, seduti davanti a uno specchio. Durante le prove Hausen si era avvalso di un attore di teatro, che mostrava a Luigi i toni di voce e i calchi facciali. La mattina della perizia Luigi si presentó in manette, e con una barba perfettamente incolta sul completo a righe. Nella biblioteca del carcere de La Santé le guardie avevano allestito un tavolo con delle sedie. Ranucci e Hausen stavano in piedi a fondo sala, fermi vicino al parquet d´accusa. Le parti processuali scrutavano il cranio rasato a zero del perito, che stava informando Luigi sulle finalitá oggettive della prova.
“Lei conosce giá il Rorschach? Lo ha giá svolto in altre occasioni?” domandó al ragazzo, che subito scosse il capo fissando Hausen da lontano. “Ora si accomodi” disse il perito. Luigi gli prese posto accanto, davano entrambi le spalle al tavolo, per la fase del test denominata Vangelo.
“Le mostreró dieci figure”. Figure aveva detto, e non macchie di inchiostro, e anche dopo quando gli mise la tavola I in mano, usó sempre il verbo dovere: “Lei dovrá dirmi che cosa vede nelle figure”.
Luigi tese il primo foglio davanti agli occhi, il ragazzo obbediva alle istruzioni dei suoi legali con scrupolosa diligenza e prima di aprire bocca contó i numeri a mente fino al trentuno come gli aveva insegnato Hausen. Poi disse a memoria: “Buchi di carne al centro di una maschera”.
Il perito annotó le parole di Luigi con una U, che stava per “figura umana”, e trascrisse l´intervallo di tempo con un segno “meno”, sulla cartellina che teneva aperta fra le ginocchia.
“Non vede altro? Ci pensi ancora” chiese alla tavola II (aggressivitá, pulsioni sessuali). Ma stavolta Luigi aveva risposto in un lampo, puntava l´indice sulle parti della figura colorate in rosso. “Sangue” esclamó, reprimendo la chiara visione di due elefanti con le proboscidi alzate, che erano assiomi di autocontrollo e normalitá.
Alla tavola III (corpo o bacino umani) si accasció sulla seggiola, sdraiato come se stesse male. “Non ci vedo niente, é possibile? È la soluzione giusta?”, chiese al perito. Che secco rispose: “Non ci sono soluzioni giuste”. Allora Luigi diede una seconda occhiata: “una ciliegia”, e una terza, ancora il “sangue”.
Alla IV mise una mano sul foglio e vomitó quel mezzo litro di acqua e sale che gli avevano fatto bere in cella a stomaco pieno.
“Coccodrilli dietro alle nuvole” sbiancó alla V (figura alata e rigurgiti, puntualmente annotati come scarso senso della realtá). Poi venne la VI, la decisiva: “I miei genitali, cioé no scusi volevo dire: i genitali di mia madre conficcati in un totem indiano…”.

Il perito giró gli occhi verso il legale Hausen. E ricordó, ricordó da quel piccolo neo sulla fronte dell´avvocato della difesa, nero, e ideale appendice di ulteriori macchie, dove e quando avesse giá sentito quelle plateali risposte a pappagallo. Fu allora che lo capí, anche se non poteva provarlo o rivolgere accuse, ma d´improvviso riconoscendo un codice identico e opposto al suo, il perito maturó la certezza che i genitali del presidente della repubblica e madre di Luigi Gulpin fossero stati presi di sana pianta da un manuale di psichiatria molto in uso nel suo settore, e messi in bocca all´esaminato.
“Persona manipolabile, attitudine a mentire” annotó sul profilo clinico di Luigi a fine prova. Ma poi decise di cancellare “attitudine”, sostituendolo con un piú neutro “tendenza” nella versione definitiva della perizia, dove si confermavano assieme al disturbo antisociale del ragazzo, l´assenza di patologie gravi, e tali da escludere la capacitá di intendere e di volere al momento dell´omicidio. Il documento fu preso in consegna dai giudici, e valse di fatto come ulteriore capo di accusa, dopo che un team di docenti universitari sottopose Luigi a un tracciato del sonno, e a due self report a crocetta sovente in uso presso esercito e polizia. Furono inoltre allegate per brevi citazioni in corsivo e in un fascicolo a parte, le testimonianze di amici, insegnanti e dell´allenatore del basket. Il pediatra confermó una nascita regolare e tutti gli interpellati definirono Luigi come un “bravo ragazzo”, “attento agli altri”, anche se talora “ipersensibile”, “silenzioso”, e con una “scarsa attenzione per la cura di sé e del proprio vestiario”, come riferí un cugino di secondo grado che aveva trascorso insieme a lui quasi tutte le estati al mare.

“Come stai? Ti senti la febbre?” chiese Marie a suo figlio. Poi gli bació la fronte e lo mise a sedere accanto a una vecchia signora che sorrideva.
“Si chiama Luigi”, rispose Marie, rispondeva sempre al posto suo in quel periodo della sua vita, specialmente alle domande solite degli estranei, e ai loro “che bel bambino”. Era il due aprile del 1984 e stavano tornando a casa in metro, dopo una visita di controllo da una dentista ebrea che aveva lo studio al Marais. Marie era rimasta davanti ai sedili dove sedevano Luigi e la vecchia, ma alla fermata successiva una ventata di pendolari la sommerse, il vagone straripava.
“Luigi? Luigi la mamma é qui” disse Marie alzando la mano per farsi vedere da lui, in mezzo a quel caos di gente. Il treno si era fermato ancora, ma non era la loro stazione e quando Marie vide la vecchia alzarsi in piedi e prendere Luigi per mano pensó a uno scherzo. Li vide camminare insieme verso le porte aperte del treno.
“Stalingrad” mormoró la voce elettronica, per due volte: Stalingrad, e la gente che gli faceva spazio, aiutavano la vecchia a scendere con il bambino accanto.
“Signora!” strilló Marie “Ma che diamine sta facendo, signora!”. Provó a spingere, a farsi largo, ma le porte del vagone si erano giá chiuse quando arrivó a toccarle.

“Ma oggi signori della giuria, siamo chiamati a decidere su un male gratuito e irrazionale, che trova le sue radici nel nichilismo…”. Sentiva quelle parole venire da fuori adesso, come da un altro mondo che stava in un altro mondo ancora e le invadeva i timpani. Aprí gli occhi di colpo, era in un aula di tribunale e l´avocat general parlava a dibattimento in corso. Ricordo che sentimmo il resto del contraddittorio insieme. Ora gli imputati discutevano col parquet d´accusa delle misteriose figure che si vedevano accanto a Luigi Gulpin e a mio figlio Paolo, nelle registrazioni delle telecamere di sicurezza allegate come prova a carico. C´era poi nel fotogramma C una voce gracchiante di sottofondo, che sembrava desse ordini ai ragazzini al momento dell´omicidio, cosí disse il parquet: “le immagini delle telecamere sono molto chiare, sappiamo chi ha spinto Hadiudi per ultimo, conosciamo le facce degli esecutori materiali dell´omicidio, ma chi sono i mandanti?”. Poi fece ripartire il video davanti alla giuria: l´audio era disturbato, si sentiva solo una frase mezza monca, e di cui nessuno aveva capito il senso, al momento della spinta di Hadiudi sotto al treno. Il parquet la rammentava sempre alla giuria, a ogni domanda nuova, indicando le persone adulte che stavano accanto ai ragazzi, e i loro visi nascosti: Prima il 6, anzi il 5! Spingete ora! Stop!. Incalzava Luigi adesso, come per rimuovere quel suo sguardo inespressivo, assente, e fargli aprire bocca.
“Chi sono il 6 e il 5?”. “E le maglie uguali che indossavate tutti: le pettorine erano una specie di divisa?”. “Chi portava il numero piú alto in grado? Chi era a capo della squadriglia che uccise Abdel Hakim Hadiudi, chi indossava il numero 6?”.
Voleva sapere se Luigi, il numero 6, il capo del commando, avesse ideato il “gioco”, o se c´era un´organizzazione dietro al poussez le mannequin.
“Di sicuro non vi siete ispirati a uno di quei cosi elettronici che guarda mio figlio a casa” sospiró con una certa ironia, dovuta al fatto che un´ordonnance presidentielle firmata da Marie Gulpin avesse bloccato la vendita di videogames di contenuto simile al poussez, e previsto fondi per un milione di euro al fine di edificare barriere a ogni binario della metropolitana della capitale entro fine anno.
“Le figure dietro ai ragazzi” ripeté il parquet, e fissando i nove giurati popolari parló ancora di riti di iniziazione e di gruppi eversivi di estrema destra.
“Perché quel maledetto sabato pomeriggio alla Bastille”, disse poi nella requisitoria “abbiamo assistito a un addestramento in piena regola”. Chiamava gli imputati coi loro nomi di battesimo, davanti alle facce di bronzo dei cittadini che una procedura aveva estratto a sorte per giudicare il caso. Non sembravano facce impaurite, tutt´altro: erano attente, serie, e solo una di loro, seduta a fianco del presidente togato in rosso teneva gli occhi sui capi d´accusa.
“Esisteva e esiste un vincolo stabile fra i ragazzi e le figure che li hanno addestrati a uccidere?” domandó il parquet “Esisteva o esiste un´associazione di estrema destra a cui Paolo, Luigi, Carlson, erano e sono affiliati?”. Poi concluse con una citazione da un vecchio giurista cattolico su cui aveva fatto la tesi di laurea quarant´anni fa: “Il processo suppone la veritá”, disse “suppone che si creda alla veritá”.
Guardavo Marie dal fondo della sala udienze, dove mi avevano messo a sedere con gli altri genitori degli accusati, mentre il parquet formulava le richiese di pena differenziandole a una a una.
“Carnelutti Paolo, anni dodici; Pothier Carlson, anni 7”. Poi sospiró: “Gulpin Luigi”.
La faccia di Marie rimase ferma, e a suo modo insensibile a quel cognome identico alla sua legge. Speravo Marie si girasse dalla mia parte, anche solo un gesto da parte sua, una conferma che il suo pragmatico aver deciso lei per tutti la soluzione migliore al problema, non si tramutasse in un boomerang.
“Dobbiamo restare calmi” mi diceva “Con il concorso di persone non cambia nulla se a spingere per primo é stato il mio o il tuo. Quello che conta é che l´esecutore materiale del crimine sia un minore, in quel caso il complice maggiorenne non é condannabile a morte, e il mio Luigi lo é, anzi lo era…”. Ma le sue rassicurazioni suonavano ora come minacce, in quell´aula brulicante di voci e ombre.
Infine Anja, la moglie di Hadiudi fu consultata dai giudici come da articolo 20 della legge Gulpin: a tre ore dalla sentenza. Anche gli altri familiari del tunisino, una sorella e uno zio venuti apposta dall´Africa per seguire gli esiti del processo, espressero parere favorevole.
“Si” dissero alla giuria “lasciamo che la giustizia faccia il suo corso”.

Commenti
9 Commenti a “Marie Gulpin di Marco Mantello”
  1. Lalo Cura scrive:

    l’afa di brumaio ha invertito tutti gli accenti
    speriamo che col freddo di termidoro tutto torni normale

    lc

  2. marco mantello scrive:

    l´occhio apatico del lettore
    spulcia accenti e punteggiatura
    e ironizza un mutamento climatico
    fra fine ottobre e agosto
    O! cultura del times new roman
    O! etica redazionale e mistica
    che tutto riduce a linguistica
    ma perché non correggi mai?
    Ma perché non ti rimetti a posto?

  3. marco mantello scrive:

    ecco sono salatati anche un “ti”
    e l´uso della maiuscola
    O! Etica redazionale e mistica
    che tutto riduce a linguistica
    ma perché non ti correggi mai
    ma perché non ti rimetti a posto?

  4. Lalo Cura scrive:

    sei un grande pœta, mantello, ma ti sbagli sul redazionale, il mistico e la linguistica
    l’etica c’entra, eccome, ma è tutta nel rispetto dovuto al lettore, quella strana creatura, anche apatica, che con la sua esistenza ti permette di continuare a essere o a ritenerti uno scrittore

    emendare quel testo, prima di pubblicarlo, era un lavoro di due minuti…

    lc

  5. marco mantello scrive:

    un commento del genere su un testo letterario mi ferisce, dal momento che cui se ne ignorano i contenuti, ecco un minimo di sforzo intellettuale da un lettore me lo aspetto ancora, buon anno, un saluto

  6. marco mantello scrive:

    …dal momemto che se ne ignorano i contenuti

  7. Lalo Cura scrive:

    i contenuti non li ignoro, marco, dal momento che il tuo testo l’ho letto

    e il mio (con un minimo sforzo intellettuale te ne saresti accorto anche tu) non era certamente un commento: stigmatizzavo la cattiva abitudine di scaricare on line il contenuto di file che non vengono nemmeno riletti: per quello che può valere il mio parere, lo trovo poco riguardoso, mettiamola così, nei confronti del lettore

    ammesso che tu, parlando di un mio commento, un ti riferissi all’afa di brumaio…

    lc

  8. Lalo Cura scrive:

    dimenticavo: buon anno e un saluto anche a te

    lc

  9. marco mantello scrive:

    In genere su un blog, sotto al post, trovo scritto: “aggiungi commento”. E da un lettore che sceglie liberamente di commentare un testo mi aspetto un commento, cioé un´analisi. Tu invece mi hai imposto come tema di discussione un problema di punteggiatura, che al massimo valeva un post scriptum in un commento al testo, e invece é divenuto centrale e totalizzante. Questo mi logora, e svilisce il mio lavoro. Ripeto: nessuno obbliga un lettore a leggere un testo e a commentarlo, ma se un lettore decide di leggerlo e commentare un testo, una forma minima di rispetto per quel testo e il lavoro che c´é dietro é discuterne i contenuti, questa é la mia opinione, poi ognuno ovviamente e libero di scrivere quello che vuole, anche di fare del moralismo redazionale. Un saluto

Aggiungi un commento