1mm

Marilyn non muore mai

1mm

Le palpebre socchiuse, metà del viso coperto dai capelli color platino, le labbra vicine alla spalla che si sporge verso chi guarda. Sì, siamo negli anni ‘50, e Marilyn Monroe i media la vogliono così, sensuale, ammiccante, voluttuosa, dolcemente seduttiva, di quell’estetica della seduttività felina, che è sempre docile e vogliosa.

Lei, un’icona, si dirà, dopo la morte, un po’ vittima di sé stessa, della sua straordinaria bellezza, della sua carnosa carica erotica, di ciò che poteva scatenare a vederla camminare, sorridere, mentre abitava un corpo che sembrava non possedere mai, accompagnato com’era dall’immagine che il mondo ne dava e dà ancora.

Prime pagine, riviste, rotocalchi, e ancora non c’erano i social, e internet non si era divorato quel po’ di mistero con cui ancora ci piace raccontarci le vite degli altri, tutti lì a testimoniare quanto un corpo possa disincarnarsi e reincarnarsi di nuovo, plasmarsi, rinominarsi, identificarsi con quel personaggio che diventa persona, per codici che conformano, fissano, immobilizzano il femminile e il maschile, dentro convenzioni culturali, norme linguistiche e comportamentali, che fanno tanto comodo al nostro pensiero binario, al nostro sistema eterocentrico, al nostro stravecchio sessista modo di guardare le donne, gli uomini e tutti gli altri.

Sono passati settant’anni di lotte e rivoluzioni culturali, politiche, sociali, il femminismo ha ribaltato il pensiero filosofico e politico di ogni narrazione eppure stamattina aprendo il giornale in prima pagina c’era la stessa immagine a guardarmi dritta in faccia con tutta la sua forza colonizzatrice. L’immagine di un viso che da tutta la storia è quello di una donna che è stata strangolata e carbonizzata dall’uomo che chiamiamo ex-fidanzato, che ci guarda con amore, dolcezza, sensualità, la stessa che la fa vittima e responsabile di ciò che le accade.

Cosa ci stanno raccontando con la stessa immagine queste due donne lontane nel tempo eppure così vicine nel racconto che i media ne fanno? Cosa ci stanno raccontando, pubblicando l’immagine che Sara Di Pietrantonio ha postato sulla sua pagina FB, senza di certo pensare a quella che qualcuno chiama finzione politica, il nostro rappresentarci o meglio essere colonizzati dallo sguardo altrui? Cos’è, non c’era una foto tessera, di quelle che magari esteticamente e quindi politicamente potrebbero essere meno evocative? O forse ha scelto volontariamente lei di essere identificata con quel viso angelico che diventa tragicamente diabolico agli occhi di un uomo che non sa amarlo senza volerlo per sempre cancellare?

Caterina Serra, scrittrice e sceneggiatrice. Ha vinto nel 2006 il premio Paola Biocca per il reportage letterario con “Chiusa in una stanza sempre aperta”, da cui ha avuto origine il romanzo-reportage Tilt (Einaudi, 2008). Il suo secondo libro “Padreterno” è uscito nel 2015 sempre per Einaudi.
È sceneggiatrice di film documentari come “Napoli Piazza Municipio” (Bruno Oliviero, Premio per il miglior film documentario al Festival del Cinema di Torino, 2008), di “Parla con lui” (Elisabetta Francia, 2010) e
autrice del soggetto e della sceneggiatura di “Piccola Patria” (Alessandro Rossetto, Venezia ’70 sezione Orizzonti, 2013). Con lo stesso regista ha lavorato al film in uscita “Effetto domino” tratto dal romanzo
di Romolo Bugaro, Einaudi.
Collabora all’ideazione di Immemoria con il coreografo e ballerino Francesco Ventriglia, Teatro alla Scala, Milano, maggio 2010. È autrice di Displacement – New Town No Town, (fotografie di Giovanni Cocco), un progetto di scrittura e fotografia, esposto al MACRO di Roma nell’ambito del Festival Internazionale della Fotografia 2015 (Quodlibet 2015), e in esposizione al Centre de la Photographie di Ginevra nel 2020. Scrive regolarmente per il settimanale “L’Espresso” e collabora come autrice con “La Repubblica” e con la rivista online “Minima&Moralia”.
Sta scrivendo il suo terzo romanzo.
Aggiungi un commento