vinicio

Marinai, profeti e balene

di Alessandro Leogrande

Un grande artista procede sempre un passo avanti ai propri fan. Ne scuote le certezze, evitando di ripetersi, di farsi cliché, di erigersi a monumento di se stesso. Il suo obiettivo non è mai quello di piacere a tutti i costi. Vinicio Capossela oggi è uno dei pochissimi cantautori italiani a poter essere definito un grande artista. La sua sgangherata follia, anarchica e meridiana, poetica e arcaica, è stata in grado – di album in album – di aprire nuovi spiragli. E di scuotere molte certezze.
Da Ovunque proteggi, album del 2006, è ormai evidente una svolta nella sua produzione artistica. Il cantautore di origini irpine, figlio di emigrati in Germania, in passato aveva saputo mescolare la balera e il «ballo di San Vito», la taranta e il campari, Fellini, De Martino, il circo e il teatro sperimentale, atmosfere notturne e ritmi sfrenati. Da Ovunque proteggi in poi, Capossela ha aggiunto un nuovo campo di indagine: il mito, l’Antico Testamento e i poemi greci, come se l’unico modo per rivitalizzare nel presente la “corda pazza” della sua poesia fosse quello di trascinare a sé il lembo più lontano, quello che affonda nelle viscere della nostra cultura.
Con Marinai, profeti e balene, doppio cd che lo stesso Capossela definisce un’opera “ciclopedica”, questo rapporto con le origini e il mito viene ulteriormente intensificato. In particolare ciò viene fatto nella seconda parte dell’opera, quella che l’autore definisce “omerica e mediterranea”. Ed è proprio sull’idea di Mediterraneo che Capossela insegue che conviene spendere qualche ragionamento.
Da anni, ormai, è impossibile scindere la sua musica dal mare, dalle “cose salmastre” e dalla loro letteratura, in particolare Moby Dick di Melville e La linea d’ombra di Conrad. Si pensi anche, ad esempio, al bellissimo ciclo di trasmissioni radiofoniche da lui condotte qualche anno fa su Radiotre, Ricapitolazioni: un viaggio nel suo mondo, tra una cosa e l’altra del mare nostro. Il Mediterraneo di Capossela guarda decisamente a oriente, si nutre dell’incontro tra il levante nostrano e il levante balcanico e mediorientale. Ma c’è anche dell’altro, in questa galleria di aedi, sirene, madonne dei naviganti. C’è ancora l’incontro con i nostri miti più antichi.
In «Dimmi Tiresia», ad esempio Capossela canta a proposito della durezza del profetare: Dimmi Tiresia, / Tu che dimentichi e ricordi e poi dimentichi / E così purifichi / A che mi servirà sapere / Saper il mio destino come già deve compiersi / E poi non esser più creduto dai compagni. Qui siamo nell’Odissea, nell’enigma di fondo dell’Odissea, come anche nella bellissima «Nostos», in cui l’Odissea finisce per mescolarsi alla Divina Commedia. Il nostos di Ulisse si spinge oltre le colonne d’Ercole, fino alle terre retro al sol e sanza gente. Ma a proposito di Itaca, la piccola isola da cui tutto ha avuto inizio, Capossela canta: Ma a ritornare ora / La troveremmo vuota di gente e piena di sonno / Itaca ha dato il viaggio, Itaca ha dato il viaggio, / L’hai avuta dentro, ma non ci troverai nessuno.
E qui, forse, dopo questa carrellata di miti e religioni, siamo arrivati al cuore della questione. Qual è lo sguardo di Vinicio Capossela sulle cose del mondo? L’utopia è davvero utopia, non è possibile trovarla, realizzarla né tanto meno abitarla in nessun luogo. La purezza delle origini non esiste, e quando c’è stata, non è più recuperabile. Indietro non si torna, e non resta che la malinconia del ricordo. Ma anche andare avanti è cosa molto difficile. Per questo, non ci resta che rimescolare nelle macerie di ciò che è stato, e magari raccogliere qualche coccio e tenercelo stretto. Non avendo paura di riconoscere – come nell’albume precedente – che il paradiso nostro è questo qua, fuori dalla grazia, fuori dal giardino…
Indagare il mito, la tragedia, i poemi greci, il mare come metafora, l’eterna lotta contro la balena bianca, è forse l’unico modo per restituire il rapporto con il Mediterraneo alla sua essenzialità, liberandolo anche dai tanti luoghi comuni che negli ultimi dieci-quindici anni hanno finito per diventare dominanti. Allo stesso tempo, le sonorità che Capossela ricrea sembrano liberarsi della chiassosità del presente, riprodurre quasi una dimensione onirica, e ribadire un concetto fondamentale: sul piano musicale, prima ancora che razionale, il mare è il luogo di incontro di culture diverse, di un oriente e di un occidente, di un nord e di un sud.
Molti potranno considerare questo percorso a ritroso come “inattuale”. Ma cosa oggigiorno può definirsi davvero attuale o cosa inattuale? E se invece fosse proprio l’inattualità di Capossela a permetterci di osservare le cose in maniera diversa? A liberarci dai punti vista comuni, sulla musica e non solo sulla musica?
Sarà forse un paragone azzardato, ma ascoltando Capossela viene da ripensare all’attualissima inattualità di Carmelo Bene, e in particolare alla sua ultima opera, In-vulnerabilità di Achille, funesta riflessione sull’eroe omerico, sulla sua debolezza e sull’impossibilità (non solo sua) di stare al mondo.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
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