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Il violino blu

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Questo pezzo è uscito su L’Ultimo Uomo. (Immagine a cura di Serena Pezzato.)

di Tim Small

1.

Il 24 giugno 2012, la Gazzetta dello Sport, principale quotidiano sportivo d’Italia (tiratura: circa 500.000 copie, direttore: Andrea Monti) manda in stampa una vignetta “satirica” disegnata da Valerio Marini che ritrae Mario Balotelli, attaccante italo-africano del Milan AC e della Nazionale italiana, aggrappato al Big Ben che smanaccia via palloni a lui indirizzati, ricalcando inequivocabilmente la famosa immagine di King Kong aggrappato all’Empire State Building. King Kong, come tutti sanno, è uno scimmione. Mi pare scontato puntualizzarlo, ma scherzare su una persona dalla pelle nera equiparandola a una scimmia è una cosa razzista.

2.

In un momento particolarmente felice della vita politica italiana, il 28 aprile 2013 è iniziato il mandato del primo Ministro non-bianco della nostra storia: Cécile Kyenge, l’oggi celebre ministro dell’integrazione del Governo Letta, ex-medico oculista quarantottenne di origini congolesi. Borghezio, un famoso razzista—è lui stesso a definirsi così—si chiede perché non possa rivolgersi a lei come una “negra”. Anche questo è accaduto nel 2013—lo stesso anno in cui un partito cripto-fascista basato sul culto della personalità di un qualunquista che vuole “ripulire tutto” è diventato il terzo partito politico d’Italia. Pochi mesi dopo questi eventi, Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato, finisce nella bufera per gli insulti lanciati a un comizio nel bergamasco contro il ministro Kyenge: «Quando vedo le sue immagini non posso non pensare alle sembianze di un orango», dice. Si levano cori di protesta. Alcuni chiedono le dimissioni. Calderoli non si dimette.

3.

Giusto per essere trasparenti: mio padre è nato in Egitto, da madre libanese e padre inglese. A scuola, «la gente nella classe mi chiamava marocchino» (cit. Sangue Misto). Detto questo, non posso appropriarmi in tutta onestà di un’identità minoritaria, dato che, a guardarmi, passo per un tipico italiano dai capelli neri e la pelle olivastra. Quelli più esperti in termini di lineamenti levantini si accorgono delle mie origini miste, ma francamente mi sentirei un idiota e un manipolatore se vi dicessi che so come ci si sente a essere parte di una minoranza etnica in Italia. Come dicono in America, “I pass for white”.

4.

Il razzismo non è solo ed esclusivamente un modo di essere. Ovvio, ci sono persone apertamente razziste, ci sono anche quelle che se ne vantano, come Borghezio. Ma ci sono anche persone non-sempre-razziste che commettono, a volte, degli atti razzisti, che dicono, a volte, delle cose razziste, e che, generalmente, si offendono tantissimo se questa cosa viene fatta notare loro. La loro risposta è sempre: «Ma io non sono razzista!» Come se tutti scegliessimo di esserlo o non esserlo.

5.

Un’ondata di stupore e incredulità per la vignetta evidentemente e straordinariamente razzista della Gazzetta parte da Twitter il giorno stesso della sua pubblicazione, rendendola un argomento caldo per i giorni seguenti; fioccano articoli che la accusano di razzismo, richiedendo scuse pubbliche dal direttore del quotidiano e/o le dimissioni dell’autore. Alcuni chiedono le dimissioni di Monti stesso, in quanto direttore “responsabile”. Altri si schierano dalla parte di Monti e Marini, appellandosi alla libertà di stampa o alla “libertà di satira”, altri ancora sostengono che l’immagine non sia di per sé razzista, come Alessandro Oliva su Linkiesta. «King Kong è simbolo della condizione di Balotelli non in quanto ragazzo di colore», scrive Oliva: «ma in quanto persona sola contro tutti […] Questo è razzismo? No perché se è così dovrò comprarmi un nuovo vocabolario». Oliva qui utilizza un argomento ingannevole: ridefinisce una cosa a suo piacimento per renderla schiava della sua conclusione. Come dire: dato che quel film horror a me ha fatto ridere io lo interpreto come una commedia e quindi non è un film horror ma un film comico, al posto di dire semplicemente: è un film horror, ma a me ha fatto ridere. Oliva cerca di convincerci che quella cosa razzista non è razzista al posto di dire: è una vignetta razzista, ma che male c’è? Evidentemente a Oliva la vignetta non dà fastidio quanto le accuse di razzismo a essa rivolte, convergendo con la tristemente celebre “di questi tempi non puoi dire niente senza che qualcuno ti accusi di razzismo”.

6.

Per essere razzisti non serve volere bagni pubblici separati per bianchi e neri: il razzismo, oltre che un problema di effettiva discriminazione è anche e soprattutto un problema di atteggiamenti diffusi che tagliano la nostra società da un lato all’altro. Queste dinamiche vengono propagate non solo da ogni nostro atto ma, soprattutto, come tutti gli atteggiamenti nella società contemporanea, dai mass media: il razzismo viene rinforzato ogni qualvolta si difendono e ritrasmettono le commedie di serie B anni ’70, ’80 e ’90; dalle rappresentazioni del cinese (truffatore, scaltro, copione) nelle pubblicità italiane (dalla TIM alla Lavazza); dagli opinionisti sportivi che si ostinano a difendere i cori razzisti allo stadio; dall’abuso della forma familiare rispetto a quella formale nel rivolgersi alle persone non-bianche.

7.

Il 27 gennaio la fantastica blogger americana Ayesha Siddiqi ha twittato: «Fermati un momento e ragiona su quali delle tue abitudini e delle tue opinioni potrebbero essere attacchi a identità diverse dalla tua».

8.

L’estate scorsa ho passato un po’ di tempo a New York. Una sera il mio amico Mitchell S. Jackson—uno scrittore di Portland che vive ad Harlem—mi ha invitato alla sua festa di compleanno, in un locale chiamato “Le Bleu Violin”, tra la 116ma strada e Malcom X Blvd. Arrivato al locale, mi accorsi subito di essere l’unico non afro-americano alla festa. Considerando che a) non conoscevo nessun altro a parte Mitch, e b) mi trovo generalmente a disagio nei locali, andai dal farmacista dietro al bancone per farmi prescrivere qualche ansiolitico sotto forma di vodka & soda. Dopo qualche drink, Mitch mi chiese come stavo. Gli risposi che ero un po’ a disagio, che non ero mai stato “the only white guy at the club”. Lui, sorridendo, rispose: «You’re not white. You’re Italian».

9.

Puntualizzare che un coro razzista potrebbe non essere razzista e che è invece la vittima del coro razzista a dover “smetterla di comportarsi in modi che spingono i tifosi a cantare cori razzisti”, è molto diverso dal puntualizzare che uno stupro potrebbe non essere uno stupro perché magari la vittima potrebbe “essersela cercata”, magari indossando degli shorts troppo corti?

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