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Mario Balotelli: una visita guidata

Tra poche ore l’Italia giocherà la seconda partita degli Europei. Pubblichiamo un racconto di Francesco Pacifico, contenuto nell’antologia «Ogni maledetta domenica. Otto storie di calcio» uscita nel 2010, che decostruisce splendori e miserie del «caso Balotelli».

«L’infanzia difficile, il pallone come unica arma di riscatto sociale e un sogno nel cassetto: quello di diventare calciatore…»

Non gliela si fa ai giornalisti sportivi: hanno un cuore tenero e un armamentario di immagini retoriche per far sentire al lettore da bar – una nevicata di sfoglie di cornetto sulla pagina aperta – che leggere un quotidiano sportivo non è un’attività alienante. Questo giornale contiene valori!

«Se saltelli muore Balotelli», gridano alcuni dei lettori dei quotidiani sportivi quando, lasciato il giornale sul tavolino del bar, si ritrovano allo stadio per la partita – in questo caso Juve-Inter di campionato, primavera 2009.

Tra la favola collodiana e un rapporto terribile con i tifosi delle squadre avversarie, il giovane interista è una figura già leggendaria. Molti sanno che diventerà un campione e molti lo odiano; solo ieri mi è capitato di parlarne con qualcuno – un interista! – e per l’ennesima volta sentivo dire: «Quant’è stronzo, quello».

Ricordo nitidamente che la Sera della Linguaccia, un Inter-Roma a San Siro del marzo 2009, nel veder apparire la lingua beffarda di MB che irrideva noi poveri romanisti dopo averci fatto gol, io e due amici con cui guardavo la partita in tv sapevamo già che era antipatico e scorretto e andava odiato: come se lo odiassimo da sempre, come se MB facesse linguacce da sempre.

Pochissimo da sapere

È un italiano grosso, nero, fiero, dispettoso, con una storia complicata alle spalle, un talento che promette la quinta vittoria ai mondiali, una faccia da schiaffi. Nasce a Palermo da genitori ghanesi, cresce in provincia di Brescia da una coppia di italiani. È la favola calcistica di questi anni e perciò sembra un classico, una storia che si sa a memoria, pur non conoscendone praticamente i dettagli. Mettendomi a fare ricerche su di lui mi sono sorpreso a scoprire che è in serie a da nemmeno due anni, d’altronde è nato nel 1990, e lo odiamo tutti per un paio di episodi che sono colati sul fondo della nostra coscienza calcistica e sociale senza che nemmeno ce ne accorgessimo.

Diventa famoso il 30 gennaio del 2008 con una doppietta alla Juve in Coppa Italia. Quella sera, però, dà anche delle gran gomitate al difensore avversario Nicola Legrottaglie: saltando in anticipo sullo juventino, che gli sta alle spalle, per intercettare un rinvio lunghissimo del portiere interista, MB tira il gomito destro all’indietro in un modo che mi pare volontario, e lo colpisce in faccia, e immediatamente dopo sgancia un colpo con il gomito sinistro, centrando forte la nuca del difensore. È un gesto bello da vedere al replay, abbastanza complesso, diviso in quattro parti: salto, prima gomitata, seconda gomitata, atterraggio. Il replay lo fa sembrare lungo e meditato, ovviamente non può esserlo, ma è una di quelle occasioni in cui lo spettatore in panciolle si rende conto che in sostanza quegli omini in televisione sono persone che per farsi radicalmente aumentare lo stipendio devono dare spallate ad altre persone.

Dopo la doppia gomitata, MB cresce per un anno fra Primavera e prima squadra, segna in tutte le competizioni, si comincia a conoscere il suo nome, alcuni lo chiamano l’anti-Pato: perché è grosso mentre Pato, il coetaneo milanista, è un minuscolo papero; perché non esulta quando segna mentre Pato fa il gesto del cuore unendo pollici e indici.

A febbraio, dopo un contrasto con Cristiano Ronaldo in Manchester United-Inter, si mette l’indice sulla bocca come per azzittire l’avversario, che è peraltro il calciatore più antipatico in attività.

Poi, la vera gloria: il primo marzo, in campionato, per coincidenza proprio la Sera della Linguaccia. MB segna due gol alla Roma – una partita memorabile che la Roma conduce 3-1 fuori casa e riesce a pareggiare: è il giorno in cui si smantella l’impresa low cost di Spalletti, il giorno in cui si capisce che una squadra ricca poco ispirata può recuperare contro una Roma ispiratissima. MB segna due gol, uno dei quali su un rigore che lui stesso si procura, e lasciate che vi ricordi come…

La Roma è avanti 3-1. Entrando in area da sinistra, di lato, MB passa tra Motta e Taddei con un tocco d’esterno, uno d’interno e un terzo d’esterno meravigliosi, e dopo una cosiddetta hesitation, una sorta di anti-finta, di sospensione del controllo di palla, somministra altri due tocchi d’interno per non farla sfiorare a De Rossi, che invece sfiora MB – boh, forse, diciamo di sì… – il quale cade opportunamente a terra di faccia. Non proprio il rigore più lampante della storia, ma i cinque tocchi delicati dentro l’area sono un gran gesto, considerato il traffico in quella zona del campo.

Dopodiché lo stesso MB tira dagli undici metri con una mezza finta alla Figo, segna, e subito alza l’indice guantato Nike e se lo porta alla bocca per mettere a tacere gli ultras romanisti in trasferta. E questa cosa non si fa. Ancora peggio: tornando verso la sua metà campo, si volta per fare la linguaccia – agli avversari più che alla curva. Per linguaccia intendo: lingua di fuori e rituali occhi da pazzo, tipo wrestler americano, tipo Joker.

Un gesto veramente irritante, quasi disturbante. (Dopodiché alla Roma come al solito crollano i nervi e finisce 3-3.) È qui che io e i miei amici seduti davanti al televisore, all’oscuro delle gomitate a Legrottaglie e della provocazione a Cristiano Ronaldo, mediaticamente raccogliamo non so come dagli umori collettivi della nazione che MB è un giocatore antipatico e molesto, un antisportivo navigato: lo si sapeva.

Francesco Totti, che se la prende moltissimo, sosterrà poi che il gesto fosse rivolto a Panucci. I tifosi romanisti, a detta del Giornale, hanno cantato «non-ci-sò-no-né-gri-ta-lià-ni». Il procuratore federale deferirà Balotelli, per «avere rivolto gesti offensivi nei confronti di un calciatore avversario». Il 40% dei 47.000 partecipanti a un sondaggio di gazzetta.it decretano che i comportamenti di MB «non si giustificano in alcun modo da parte di chi ambisce ad essere un campione». Per il 9,7% «si giustificano solo se prima è stato provocato».

Un po’ di rispetto per gli sconfitti!

Di fronte al dito sulle labbra e alla linguaccia, Totti ha una reazione isterica. Il Capitano sostiene di far parte di un’altra generazione, e al Corriere dello Sport-Stadio spiega: «Se io a diciannove anni avessi avuto lo stesso atteggiamento di Balotelli, i miei compagni di squadra di allora, Cervone e Giannini, mi avrebbero preso a calci. Mazzone mi avrebbe dato due schiaffi e a casa avrei preso il resto dai miei genitori. Probabilmente oggi è un altro calcio, e c’è un’altra maniera di educare i giovani». (Ho praticamente la stessa età di Totti, so quale gusto si prova a ritrovarsi a parlare dei ventenni come di un’altra generazione, per giunta scostumata, quindi a queste dichiarazioni farei la tara.) «Ricordo che nella finale di Supercoppa, mentre si accingeva a battere un calcio d’angolo, l’ho sentito pronunciare la frase “romani di m…” Può capitare un momento di rabbia, ma offese come questa non si dovrebbero ripetere. Invece si sono puntualmente ripetute domenica, con l’aggiunta della linguaccia ai miei compagni che si sono risentiti e prendevano le difese dei 2500 tifosi che sono stati derisi». La conclusione di Totti è un po’ debole: «Magari stando a contatto con grandi uomini come Materazzi e Gattuso, se un giorno li incontrerà in Nazionale, potrà imparare tante cose, soprattutto come ci si comporta. In campo fanno della grinta e della forza la loro arma migliore ma sono sempre stati corretti in tutte le situazioni». Insultando la sorella di Zidane durante la finale di Germania 2006, Materazzi ha causato un finimondo (e ha tolto di mezzo il grande francese, Napoleone calcistico, espulso/esiliato dopo aver ripagato Materazzi con una capocciata sul plesso solare, permettendoci di trascinare la Francia in dieci uomini ai calci di rigore, dove abbiamo vinto perché la Fortuna ce ne doveva un paio post Francia ’98 e Stati Uniti ’94). «Mi ha dato fastidio», precisa Totti, «vedere Balotelli avere un comportamento irriguardoso con Panucci. Magari se Christian gli fa vedere tutti i trofei che ha vinto in carriera, Balotelli si potrebbe fare una foto ricordo […] Personalmente posso anche risultare antipatico con certi atteggiamenti, ma mi sono sempre attenuto a queste regole di vita importanti. Ricordo che quando mi sono infortunato nel 2006 mi sono arrivate tantissime telefonate, anche da avversari con i quali avevo avuto grandissimi scontri in campo. Uno per tutti Stanković, il quale mi ha testimoniato la sua vicinanza durante il mio infortunio […] In passato posso aver commesso tanti errori, sia nei confronti di avversari e anche di qualche tifoseria avversaria, ma ho sempre pagato e riconosciuto di aver sbagliato in prima persona».

Una cinquantina di giorni dopo, il 18 aprile del 2009, Juve-Inter finisce 1-1 e la curva juventina canta: «Se saltelli muore Balotelli!»

Risultato: per punizione la Juventus dovrà giocare a porte chiuse una partita di campionato. In realtà le autorità ci mettono un po’ a prendere provvedimenti; si vede che preferirebbero evitare. La Federcalcio non ha mai avuto un progetto estetico sul calcio italiano e non si è mai fermata davvero per correggere i comportamenti più antiestetici, come i cori razzisti e i falli tattici a centrocampo.

In realtà, a forza di polemiche e considerando che tutto sommato stavolta si tratta di un cittadino italiano, e un cittadino che giocherà quasi sicuramente nella Nazionale maggiore, e un cittadino che ha rinunciato alla chiamata della Nazionale ghanese per mantenersi calcisticamente vergine e ha sempre dichiarato il suo amore per la patria che l’ha cresciuto, che gli ha dato la salute e una famiglia amorevole, la vicenda di Torino ha portato alla modifica del regolamento della Federcalcio: in caso di atteggiamenti razzisti del pubblico, l’arbitro può decidere di sospendere la partita. (E invece quando a settembre 2009, in Cagliari-Inter, si ripete la scenetta razzista di cori colonial-gutturali rétro, contro MB ma pure contro il camerunense Eto’o, l’arbitro non sospende la partita. Il presidente del Cagliari segue la gara in tv dagli Stati Uniti e intervistato risponde di non essersi accorto di nulla dalla telecronaca: «Balotelli è un ragazzo frizzante, attira l’attenzione con qualche comportamento, direi di non ingigantire questi episodi».)

(Un semidio vendicativo)

Il corpo di MB dice qualcosa di forte, è un corpo elegante, sprezzante, fiero, il corpo di un campione naturale. Apporre in cima a quel corpo la firma di un dito che fa il gesto di star zitti, o la linguaccia, scatena il panico. La linguaccia dopo aver segnato è peggio che se Dio si affacciasse tra le nuvole durante un uragano e rombasse: Sì, sì, ce l’ho proprio con voi! Vi odio! (Non vincerete mai più lo scudetto!)

(La solita piega dei dibattiti di educazione civica quand’ero al liceo)

In Italia ogni tanto quando si discute di violenze sessuali qualcuno dice in forme variamente eufemistiche: certo però se le ragazze si vestono come mignotte con la minigonna e le scollature poi non si lamentino se qualcuno le violenta. Nel dibattito su MB, la linguaccia e il dito sulla bocca di MB sono come scollature e minigonne.

Gangsta

Comunque MB rimane all’altezza di questa fama campata in aria di giocatore poco sportivo. No, «poco sportivo» non spiega la situazione: MB, in campo, passa il tempo a imporre la propria personalità calcistica e non. Lo fa con le mezze rovesciate e i tiri potenti, lo fa con trovate da gradasso. È successo diverse volte che nella stessa partita segnasse un gran gol e facesse qualcosa di molto scorretto.

Durante l’estate del 2009, agli europei Under 21, viene espulso per un fallo di reazione nella stessa partita (Italia-Svezia) in cui segna un gol meraviglioso e poi festeggia facendo la sua faccia da duro, senza sorridere, la faccia da duro che fa morire di rabbia gli sconfitti: l’avversario che ci ha appena fatto gol non è impegnato a godere o gioire, ma ad attirare il tuo sguardo di sconfitto. Come dire: questa situazione è troppo seria per festeggiare; fermiamoci a riconoscere che tu, Panucci, hai appena subito un gol; tu stai nella squadra che non vince mai, io da quando sono qui non faccio che vincere scudetti.

La faccia da duro, in pieno controllo, la faccia gangsta, Jay-z, 50 Cent è finalmente arrivata anche in serie a. Il gangsta è quello che ti fa rabbia perché sa di farti rabbia: non lo puoi ammirare, vuole solamente essere invidiato e ottenere giustizia, ossia dominare e farti ammettere che ha vinto lui. Così i testi-invettive dei gangsta rapper, con l’elenco delle loro conquiste e la spiegazione del perché tu non vinci come loro. Ma il gangsta non vuole solo trionfare: facendo il duro nel momento del trionfo vuole farti sapere che lui è arrivato dove è arrivato a furia di ingoiare bocconi amari, e adesso che è arrivato farà calare la sua vendetta sopra di te!, come dice Jules Winfield in Pulp Fiction. (Mi sembra evidente che in fondo tale atteggiamento sia se non piacevole perlomeno comprensibile. Prendiamo «Bad News» di 50 Cent: Shit I been hated since the 5th grade… that’s why my best friend’s the trey pound, a ice pick, and a switch blade… I don’t like you, you don’t like me, it’s not likely that we’ll ever be friends, why pretend? Ossia, più o meno: Mi odiano da quando ho dieci anni… per questo il mio migliore amico è una pistola, un punteruolo, un serramanico… Non mi stai simpatico, non ti sto simpatico, è improbabile che diventeremo amici, allora perché fingere?)

Allo stesso atteggiamento si può attribuire l’espulsione che MB ha rimediato nel corso di quella stessa partita con l’Under 21: commette un fallo di reazione abbastanza evidente dopo aver subito un fallo sulla tre quarti, poi rimane seduto per terra dov’era caduto, come uno scout attorno al fuoco, le ginocchia alte raccolte fra le mani intrecciate, mentre l’arbitro gli compare accanto, si ferma impalato alla sua destra, con il cartellino rosso dietro la schiena, da mostrargli appena il giocatore vorrà alzarsi. MB però non si alza e guarda avanti a sé per qualche lungo momento. L’arbitro gli fa segno di darsi una mossa e lui annuisce e ancora non si alza. Quando lo fa, dà direttamente le spalle all’arbitro e si allontana. L’arbitro, dopo essere stato inquadrato di culo nella posa imbecille di uno che nasconde un cartellino rosso che mezzo stadio ha intravisto e i telespettatori hanno ammirato sullo sfondo color antracite della sua goffa divisa da arbitro, sfila il cartellino da dietro la schiena e glielo mostra. Al che MB si gira. Un gran momento un po’ Clint Eastwood. Rovinato dal fatto che il ragazzo di colpo appare sbalordito per l’espulsione e perde un po’ della sua ineffabile freddezza. Il che vorrebbe dire, se è vero stupore (e così pare), che MB è rimasto seduto a terra in quel modo spaccone aspettandosi solo un’ammonizione. Che a pensarci è ancora più strano: un’espulsione avrebbe magari giustificato tutto quel teatrino di starsene seduto. Il replay mostra in effetti che il fallo di reazione non era stato eccessivo e che l’avversario ha simulato buttandosi a terra come colpito da un raggio laser al primo sfioramento. Quindi MB poteva legittimamente aspettarsi solo un giallo. Diciamo che ha lisciato l’avversario pur cercandolo col piede. Diciamo che poteva aspettarsi solo un giallo: e ha fatto quella scenetta a terra per un giallo? Ha costretto l’arbitro al ridicolo di quella pausa teatrale per fargli pesare la decisione di ammonirlo? Vecchio come sono, vecchio quasi come Totti, in questo caso mi viene da dire: dove andremo a finire? Se tutte le prime donne si mettono a umiliare l’arbitro costringendolo a quella posa da maggiordomo, chi potrà più rispettarlo?

L’importante è che rispettino me

Nel novembre del 2007, MB rilasciava dichiarazioni da rapper. «Non mi viene spontaneo [esultare quando segno]. Fare gol è il mio dovere. Se non ci riesco è come se non facessi il mio compito». «Quando lasciai Lumezzane mi dissero che avrei giocato a San Siro nel giro di un anno. Ci sono riuscito». «Bisogna lavorare per confermarsi. Non dimentichiamo che tanti giocatori sono partiti come grandi talenti e poi scomparsi da un giorno all’altro». Su TuttoSport riferiscono: «È capace, come ha fatto, di andare da Moratti e dirgli: “Tranquillo, presidente, sarò io il nuovo Ronaldo”. È capace, come ha fatto, di andare da Mancini e dirgli: “Mister, ma perché gioca Crespo se io segno di più?”»

Fuori dal saloon

Questo stile antipatico ha il suo apice simbolico nello screzio con il compagno di squadra Zlatan Ibrahimović del maggio 2009. L’Inter è già campione d’Italia con qualche giornata d’anticipo. Ibrahimović si gioca il titolo di capocannoniere del campionato con Di Vaio del Bologna e Milito del Genova. L’Inter non ha altri motivi per impegnarsi in campo che aiutare Ibra a segnare. Pare venga dato ordine ai compagni di farlo contento e passargli la palla; Mourinho dichiara che un titolo di capocannoniere per Ibra sarebbe una vittoria di tutta la squadra. Chiaramente il vero contenuto è: facciamolo contento così non prende e se ne va. All’epoca l’idea era che l’Inter dipendesse da Ibrahimović. Forse perché nella stagione precedente – 2007-08 – il suo infortunio provocò un crollo della squadra prima in classifica, con relativa risalita della Roma, unica vera inseguitrice, la quale finì con l’essere potenziale campione d’Italia per mezz’ora nell’ultima giornata, finché il personaggio Marvel Comics di Ibra non entrò in campo ancora convalescente e sbloccò lo 0-0 di Parma-Inter con due gol: fuori ritmo, senza il contributo dei compagni, come un supereroe.

Dunque, in una delle ultime partite della stagione 2008- 09, Inter-Siena, a San Siro, il giorno in cui si festeggia il titolo con i tifosi, MB riceve palla sulla tre quarti da Figo, un lungo lancio preciso che controlla benissimo, portandosi fino in area, superando con una finta il portiere, segnando a porta vuota. Ibra, che lo seguiva sulla destra aspettandosi di ricevere la palla benché fosse coperto da un avversario, si arrabbia per l’atto di lesa maestà. Pure Mourinho si arrabbia, tutti dicono che MB è davvero un ragazzino.

Ibra vincerà lo stesso la classifica cannonieri, e lo stesso lascerà l’Inter per andare a giocare nel Barcellona con Messi, Xavi, Iniesta e Henry, dopo aver dichiarato per tutta l’estate che sarebbe restato a Milano al novantanove per cento.

Ibrahimović non pensa alla squadra; MB non pensa alla squadra; Mourinho forse ci pensa, ma lui a suo tempo, quando allenava il Porto vincitore a sorpresa della Champions League 2004, la notte della finale si sottrasse all’ultimo, con gran senso del melodramma, alla foto di gruppo della squadra. Il lupo solitario, genio snob, stava per andare ad allenare il Chelsea, e voleva fare il gesto teatrale di lasciare il palcoscenico agli altri per ritirarsi nel sublime languore del proprio egocentrismo.

La repubblica delle banane

6 giugno 2009. MB è a Ponte Milvio per l’aperitivo in borghese con Criscito e Giovinco, in uno dei luoghi più affollati e cafoni per ricchi a Roma (Ponte Milvio è l’equivalente urbanistico-sociale di un’infradito). I tre sono in ritiro con l’Under 21 nella capitale per prepararsi agli europei. «Qualche mente “illuminata” pensa che sia il caso di vendicarsi per il rigore che Balotelli si guadagnò con mestiere e segnò con freddezza nell’ultimo Inter-Roma 3-3. Partono gli sfottò, qualche coro e qualche insulto. Balotelli è un armadio, ma certa gente, soprattutto se in gruppo, non ha paura neanche del diavolo. Il gruppo aumenta e si passa al gesto più odioso: un paio di banane lanciate verso il giocatore. Balotelli e compagni non reagiscono, si avvicinano a una macchina delle forze dell’ordine, la cui sola presenza fa disperdere i razzisti. Ai carabinieri della Compagnia Trionfale [il giocatore] spiega che si è trattato di un episodio “da nulla” e che non intende sporgere denuncia. Questa è l’immagine che Balotelli vuole che esca ufficialmente. Giusto così: meglio non dare spago a chi cerca una ribalta, per spregevole che sia».

Per la saggia reazione MB riceve i complimenti del ct Casiraghi e del presidente dell’Inter Massimo Moratti, che esprime «totale solidarietà e gli rivolge i complimenti più sinceri per aver minimizzato, con grande maturità, l’ennesimo bruttissimo episodio di intolleranza del quale il calciatore italiano è stato vittima».

L’articolo è corredato da una foto di MB in allenamento con l’Italia. Un’immagine forte: MB in ginocchio, proteso in avanti, guarda a ore dieci con un’espressione sospesa. Fronte aggrottata, labbra chiuse a un passo dal cruccio e due occhi difficili da interpretare. A me sembrano fieri e preoccupati contemporaneamente. È una foto che si può guardare per ore, è sul suo sito, nel pdf dell’articolo: guardatela e potrete risparmiarvi il resto di questo pezzo.

E ora qualcosa di completamente diverso

Una domenica pomeriggio della scorsa primavera, nel traffico di Boccea, ho avuto l’illuminazione.

Un tipo sullo scooterone taglia la strada a uno scooterone sulla corsia opposta per infilarsi in una via laterale. Ecco la dinamica: il tipo vede che ha un secondo di vantaggio sul suo avversario della corsia opposta e prendendo le misure con gli occhi, flettendo la schiena per seguire più dall’alto la manovra e avere una visione panoramica della strada, senza rallentare si piega elegantemente per imboccare la via laterale e taglia la strada all’altro scooterone, che inchioda e poi lo manda a cacare. Il tempo guadagnato per non aver fatto passare chi aveva davanti è di pochi secondi. Lo stress procurato al secondo scooterone è notevole.

La scioltezza della manovra mi ha confermato un’idea che mi sono fatto ultimamente: l’italiano ha uno spiccato senso estetico e per onorarlo segue una regola molto antisociale: non deve mai sembrare goffo. Se il tipo si fosse fermato per far passare l’altro scooterone, quel gesto di attenzione consistente nel frenare e sporgere magari il naso con poca grazia per capire le intenzioni dell’altro gli avrebbe fatto perdere lo smalto, il flow, lo swing stradale. Tagliando la strada conservava invece la sua classe di scaltro pilota provetto. Il tutto ovviamente senza mettere la freccia.

A Roma e sulla a1, ossia i luoghi in cui guido abitualmente la macchina, pochissima gente mette la freccia. Si imbocca una strada, si supera una macchina, si fa manovra o inversione a u, si parcheggia, si esce da un parcheggio o da un garage, senza mettere la freccia, senza segnalare le proprie intenzioni.

Ora, la società è un luogo che esiste dove c’è coordinazione tra individui secondo norme scritte e non scritte. Se passiamo tanto tempo nel traffico, il fatto che d’abitudine una buona parte di quanti guidano macchine motorini e scooteroni rinunci a segnalare agli altri le proprie intenzioni produce un’enorme quantità di stress: durante il tempo che passiamo fra la gente dobbiamo sempre indovinare cosa vuole quello e dove gira quell’altro, perché non ce lo annunciano chiaramente in anticipo. Dobbiamo stare sempre all’erta in situazioni che un’abitudine alla collaborazione renderebbe meno impegnative. Siamo nervosi per questo inutile sovrappiù di complessità dato dal fatto che lo stronzo davanti a noi può inchiodare da un momento all’altro, o cambiare corsia, o che mentre siamo sulla corsia sinistra dell’autostrada una macchina a destra può decidere di superare chi ha davanti mettendosi di colpo, senza segnalare, fra noi e il tratto di strada libera che abbiamo davanti. (Quest’estate ho guidato per le autostrade spagnole e mi sono rilassato moltissimo. Nessuno faceva sorpassi impulsivi senza segnalare.)

Non mettere la freccia vuol dire non ritenere necessario un minimo di collaborazione. Il discorso vale anche per i contesti competitivi: naturalmente spero di arrivare prima di te, sia nel traffico che in una partita di calcio. Ma proprio i contesti sociali in cui c’è in palio un vantaggio sono quelli in cui la meta-collaborazione diventa più importante: un vincitore non deve far soffrire troppo lo sconfitto; un pilota più veloce non deve far venire una crisi isterica a un pilota meno veloce spuntandogli davanti dalla corsia di destra senza battere ciglio.

Umiliare l’arbitro non accettando un cartellino, fare la linguaccia agli avversari, insultare i tifosi: questi sono gesti che hanno di irritante, anzi stressante, il fatto di essere antisociali, di sospendere quel tipo di collaborazione che rende più prevedibili e digeribili le situazioni della vita in cui ci si trova in presenza degli altri, in questo caso le situazioni tipo di una partita di calcio. Come un brusco sorpasso senza freccia. Esempio: se la Roma ha preso un gol, sta già soffrendo a sufficienza per la propria incapacità di rimanere in vantaggio. De Rossi si sta chiedendo per quale motivo si ostina a non farsi comprare dal Real Madrid; si chiede se vincerà mai un campionato in vita sua. La regola per cui non bisogna irridere gli avversari non ha una natura morale. Non stai facendo un favore a qualcuno se non lo umili. Questa regola di non irridere serve a tenere in movimento l’insieme di norme e interessi da regolare che è una partita di calcio, a evitare che scoppi d’ira e faide gratuite inceppino il meccanismo della partita, e che i partecipanti non trovino troppo sgradevole partecipare. Per dire: chi decide di andare in campo accetta l’idea di poter perdere; ma se per ogni sconfitta si dovesse fare un giro di campo nudi, chi vorrebbe più fare il calciatore?

Autorazzismo: finalmente gli italiani hanno cominciato a odiare se stessi

Gli italiani che fischiano MB credono di essere dei normali razzisti (non-ci-sò-no-né-gri-ta-lià-ni), ma stanno solo finalmente trovando pane per i loro denti: in MB odiano un italiano vero, uno che come noi ha messo il concetto di società alle spalle e non mette la freccia e fa solo di testa sua perché in realtà non si fida di nessuno e ha un altissimo concetto del proprio stile e vuole uscire da ogni situazione immacolato e vincente come James Bond.

Percepiscono, secondo me, la natura antisociale dei comportamenti di MB, e reagiscono in modo molto intenso perché anche loro sono così.

MB dice di amare l’Italia, e anche i tifosi razzisti la amano. Ma secondo me l’uno e gli altri odiano a morte gli italiani, perché gli italiani sono insopportabili. Gli juventini e i romanisti che hanno fischiato MB per i suoi comportamenti hanno fischiato per una volta, finalmente, se stessi e ciò che stanno diventando. La nuova epica italiana dell’individuo, dell’ineffabile movimento del singolo controvento, contro il vento della società, l’epica italiana con scooterone e bandana e occhiali da sole e X-Factor e io sono fatto così non mi scassate il cazzo, sarà buona davanti allo specchio, sarà utile a irrigare con un po’ di autostima i nervi tesi dei cittadini di un paese con poco futuro, ma è veramente stressante.

Intervallo

Nel resto della visita guidata parlerò delle cose buone che riguardano MB e i Balotelli: una famiglia non comune. Terrò presente, più di quanto abbia fatto finora, che MB non ha nemmeno vent’anni e passa le domeniche a farsi fischiare dai razzisti di ogni parte d’Italia. Racconterò qual è la storia di MB e quale il progetto dei Balotelli per fare di lui una persona in gamba.

MB

Mi dispiace dover scrivere MB invece che Mario Balotelli. Ma a forza di leggere articoli di giornale in cui lo chiamano Mario e SuperMario come se fossero andati all’oratorio con lui mi è passata la voglia di usare il nome. Quanto al cognome, la B sta sia per Barwuah che per Balotelli, e non volevo stare a precisare tutto il tempo se avevamo di fronte Mario Barwuah o Mario Balotelli.

Ricominciamo: la favola di MB

Partiamo da alcune parole ispirate di Candido Cannavò, direttore della Gazzetta scomparso nel febbraio del 2009. Cannavò era un cristiano devoto e so di prima mano che era pure una brava persona, quindi lascio introdurre a lui il punto centrale della favola di MB, ossia la scena in ospedale in cui la signora Balotelli osserva il piccolo, abbandonato lì dai genitori naturali: «Quel bambino l’ha incantata quando, a soli due anni, al primo approccio, ha preso per mano il marito e gli ha detto: «Andiamo». Il “dove” era affidato ai misteri della vita. Un pallone subito nel destino, ora è un gigante e promette di essere un campione».

Nasce nell’estate dei mondiali Italia ’90, a Palermo, da genitori ghanesi, i coniugi Barwuah, che poi si trasferiscono per lavoro a Brescia, e lì abbandonano il figlio malato in ospedale, dove si occupa di lui il personale finché, guarito, non viene affidato a Silvia e Franco Balotelli, una coppia di bresciani con figli, che lo crescono sano e forte. Lo inizia al calcio l’oratorio di Mompiano; nel 2001 entra nel settore giovanile del Lumezzane e il 2 aprile 2006 esordisce quindicenne in serie c1, con deroga speciale, diventando il più giovane esordiente della categoria. Nell’estate del 2006 fa un provino col Barcellona, che lo inserisce nella squadra di vivaio «Cadete B» per un torneo. Segna molti gol in una manciata di partite, ma «chi aveva accompagnato Balotelli a Barcellona chiese la luna al club catalano. Che rifletté a lungo e decise di non alterare lo schema finanziario del vivaio, consolidato da anni».

Giustamente, finisce all’Inter, che non ha schemi finanziari.

Moratti lo acquista in prestito con diritto di riscatto della comproprietà, nell’agosto del 2006. Fra i concorrenti interessati, oltre al Barcellona: Fiorentina, Chelsea, Liverpool e Tottenham. Vince il campionato con la Primavera, segnando il rigore decisivo in finale. Con la Primavera vince anche il Torneo di Viareggio segnando sette gol in sei partite. È il febbraio 2008. Ma a questo punto la Primavera conta poco: a dicembre ha esordito in serie a e segnato una doppietta in Coppa Italia contro la Reggina. Ancora meglio: il 30 gennaio del 2008 segna due gol alla Juve nei quarti di Coppa Italia. Vince l’Inter 3-2 a Torino, è la partita di ritorno. Segna il primo gol in serie a contro l’Atalanta ad aprile. Vince lo scudetto. Ad agosto 2008, pochi giorni dopo aver compiuto diciott’anni e aver quindi ottenuto la cittadinanza italiana, riceve la sua prima convocazione in Nazionale Under 21. Poi vince la Supercoppa italiana contro la Roma: segna il secondo gol dell’Inter e uno dei rigori. A novembre diventa il più giovane marcatore interista in Champions League. Il 1° marzo 2009, prima doppietta in serie a: sempre contro la Roma.

Tutto velocemente, tutto a conferma che i giornalisti saranno retorici ma la sua è davvero una favola.

La fata

Non si capisce quale sia la strega cattiva – se le leggi italiane o la famiglia d’origine – mentre è molto chiaro che in questa favola il ruolo della fata lo interpreta Silvia Balotelli. Su di lei Candido Cannavò si espone senza mezzi termini: «Se davvero si può nascere mamma, lei è un prototipo di questa benedizione. Ha rinunciato a una carriera paramedica di tecnica da sala operatoria per assolvere a questa missione». Silvia Balotelli è infermiera ma ha una passione per la famiglia e il volontariato: tre figli naturali; tre affidi, da famiglie in difficoltà che lasciano i figli a Silvia per alcune ore al giorno; in più, per sette anni ospita le tre figlie di suo fratello, rimasto vedovo. «Come si fa a dire di no dinanzi a certe situazioni e a certi sguardi che ti implorano? Ma, dopo quella triplice esperienza, ho detto basta. Cari assistenti sociali, vi prego, non chiamatemi più. Ho chiuso». «Poi, però, un assistente sociale nel ’92 mi chiamò perché vedessi un bimbo di colore di due anni», Mario Barwuah, che combatteva dalla nascita con una malformazione all’intestino e l’abbandono dei genitori in ospedale. «Eravamo scettici, ma non sapemmo dire di no. Entrammo in questa stanza con una tv, venti africani intorno e un morettino che non stava mai fermo. Mio marito aveva portato una macchinina e il bimbo lo prese per mano e gli disse: “Amigo, andiamo”. Facemmo una prova. Lo caricammo sulla nostra Uno. Mancava un letto, dormì su un tappetino». Cannavò: «La scena […] ti regala i brividi di una grazia celeste».

«Avevamo un corridoio molto ampio. Mario ne fece il suo campo da calcio. L’inizio della fine. Dalla palla di spugna non si sarebbe separato neanche a letto, giocava match interminabili contro avversari immaginari. Aveva l’argento vivo addosso. Scalava mobili e credenze, si arrampicava su un albero di fronte a casa e non c’era verso di tirarlo giù. “È la mia seconda casa”, mi spiegava. […] Ha imparato l’italiano in tre mesi, ma quando iniziò l’asilo fu subito chiaro che in classe non era gestibile. Ogni mattina, anche d’inverno, lo portavano a correre intorno all’edificio. Poi iniziò la scuola. Pagella ottima», e qui il redattore della Gazzetta dice che la signora ha tirato fuori la pagella come prova, «ma anche i primi problemi di integrazione per il colore della pelle. Veniva accettato senza problemi solo dagli scout e sul campo da calcio, per la sua bravura».

Nel nome del padre

Il nome sulla maglia, Balotelli, è una specie di provocazione. L’ha usato per tutta la carriera calcistica (o così pare da tutto ciò che ho letto di lui), e però MB fino al compimento dei diciott’anni è stato solo in affidamento e dunque si è chiamato Mario Barwuah. Io non amo prendere posizione su queste cose e non sono un giornalista investigativo, quindi dirò solo quel poco che so: per l’adozione di MB minorenne sarebbe stato necessario che i genitori naturali concedessero il permesso. Per mettere in moto la procedura di adozione MB ha dovuto aspettare il diciottesimo compleanno, il 12 agosto 2008. (Di questa adozione si parla molto nelle interviste del periodo minorenne. Ma dall’estate del 2008 in poi le notizie scarseggiano, non capisco se i Balotelli abbiano rinunciato all’adozione – in fondo al di là del valore simbolico a questo punto non sarebbe strettamente necessaria – oppure la procedura sia ancora in corso.)

Per forza di cose il ragazzo ha le idee chiare su questa vicenda, che tra l’altro gli ha impedito di giocare nelle rappresentative nazionali fino a diciott’anni. «Mio padre è Franco, mia madre Silvia: lo so io, lo sanno loro, lo sanno tutti. Ma per l’Italia, il paese in cui sono nato e vivo, non è così. Mi chiamo Balotelli, come i miei genitori: ma sulla carta d’identità non è questo il cognome che porto». «La legge prevede che, ancora minorenne, un ragazzo possa dire con chi e dove vuole vivere: io l’ho fatto, ma finora non è servito». Altrove si chiede come mai «nessuno abbia chiesto ai signori Barwuah, che oggi si fanno fotografare sui giornali con facce tristi e la mia foto con maglia dell’Inter in mano, [perché] una volta che sono guarito non hanno fatto domanda in tribunale per riprendermi? E perché per sedici anni, a parte qualche visita all’inizio, grazie alla pazienza di mamma e papà che mi portavano da loro (anche se parecchie volte non si facevano trovare a casa), hanno pensato bene di sparire salvo venire allo scoperto ora che sono diventato un giocatore di serie a? […] Penso che se non fossi diventato Mario Balotelli, di me ai signori Barwuah non gliene importerebbe nulla».

In ogni caso, MB non vuole che si tiri fuori il suo cognome ghanese. Il fratello Corrado, suo procuratore, dice: «Lui è Mario Balotelli e basta. Pensi che la rivista ufficiale dell’Inter gli ha dedicato un servizio di due pagine con tanto di gigantografia. Tutto bellissimo, peccato che campeggi la scritta Barwuah a lettere cubitali… Mario è italiano dentro, parla il dialetto bresciano, l’Africa non l’ha mai vista».

«Il giorno in cui questa storia finirà, più che una festa, sarà la fine di una battaglia che i miei genitori portano avanti da anni». «Coi miei genitori naturali non ho mai avuto un buon rapporto. Lei, Rose, non voleva tenermi. Sono nato con una malformazione intestinale, il megacolon. In più ero vivace, forse troppo: ma, a due anni, quale bambino non lo è? Fatto sta che mi hanno dato via. Ora li vedo due o tre volte all’anno, ma solo perché voglio incontrare i miei fratelli, due femmine e un maschio. A loro sì che sono affezionato. Dico sempre che ho sei fratelli: questi, e Corrado, Giovanni e Cristina, i figli di Franco e Silvia. Quando incontro i miei genitori biologici è come incrociare degli estranei».

I genitori ebbero l’«affido con decreto». Dice la signora Balotelli: «Non sarebbe stato il solito affido consensuale, ma ne serviva uno con decreto perché mancava la sponda della famiglia naturale. L’unico incontro in tribunale con i genitori avvenne quando Mario aveva quattro anni. Non si erano più fatti sentire. Mario era bloccato. Voleva la cittadinanza italiana, ma senza il loro consenso per noi era impossibile riconoscerlo e adottarlo. Fu chiamato dall’Under 14 e s’infuriò perché i suoi amici partivano e lui doveva restare, non avendo i documenti. Ogni due anni dovevo rinnovare permesso di soggiorno e tessera sanitaria».

«I miei m’hanno raccontato la mia storia quando avevo dodici-tredici anni. Prima sapevo il come e il perché fossi arrivato da loro, ma non così bene. Ho fatto mille domande, ogni giorno. Volevo essere rassicurato sul fatto che mamma e papà m’avevano voluto davvero e che mi avrebbero tenuto per sempre. No, non per paura che mi abbandonassero pure loro: solo, mi piaceva sentirmelo dire. Oggi ho smesso. Le uniche domande che faccio riguardano l’adozione: voglio sapere quando finalmente anche lo stato mi riconoscerà quale figlio loro».

Bisogna ricordare al lettore abituale di Gazzetta e Corriere dello Sport (ossia me) che i calciatori di solito non rispondono così in dettaglio a domande così serie. Anzi, sentite qui: «Io spero che la mia vicenda serva a tutti i bambini che sono nella situazione in cui ero io: uno rifiutato e poi accolto, che diventa qualcuno grazie a una famiglia. “Qualcuno” non nel senso di “famoso”: un individuo con una sua identità sociale e affettiva». Un individuo con una sua identità sociale e affettiva! S’è mai sentito un calciatore parlare così bene?

L’alfabetizzazione contro la fine della società civile.

La famiglia come ufficio stampa

Ho citato fin qui diffusamente, tra e più delle altre cose, un paginone della Gazzetta spartito fra Candido Cannavò e il redattore Luca Taidelli, tutto dedicato alla famiglia Balotelli. Ecco l’origine del paginone, e della mia gran voglia di citarlo: è la fine di un movimentato febbraio 2008, tutti stanno addosso alla giovane promessa dell’Inter, che si è fatto conoscere vincendo il Torneo di Viareggio con la Primavera dell’Inter e segnando e sgomitando contro la Juve. La «madre» e la «sorella» compiono un gesto significativo, singolare, affascinante: si mettono in contatto con Candido Cannavò per chiedere appuntamento in redazione. Vogliono raccontare la loro versione di MB: mettere in chiaro qual è la sua storia, il suo passato, la sua peculiare situazione, per poterlo tutelare di fronte alla folla alternatamente furiosa o adulante.

Cannavò accetta, anzi si incarica di lanciare la sfida narrativa, e per essere credibile presso i suoi lettori fa una premessa da quel gentilissimo catechista che è (era): «Spero [che Mario] si liberi subito di certi piccoli vizi, tipici di chi è arrivato di colpo sulla luna. L’altra sera contro la Roma un paio di cose non mi sono piaciute». (Ecco! Ecco perché la Sera della Linguaccia odiavamo già Balotelli. Un Inter-Roma con pareggio di Zanetti a fine partita, ricordo solo la rabbia e la delusione, ma non le scorrettezze di Balotelli, e ora facendo una ricerca non riesco a trovare niente di concreto. Niente gomitate né linguacce.) Fatta la premessa, riferisce della telefonata all’origine del paginone: uno squillo dalla sorella di MB, Cristina Balotelli, la quale – ed è insolito per l’entou­rage di un calciatore – fa la giornalista e lavora per Radio 24 – Il Sole 24 Ore: «Mi chiamo Cristina Balotelli, parlo a nome della mia famiglia che è anche la famiglia di Mario. Vorremmo che lei ascoltasse la storia del ragazzo dalla bocca di nostra madre. Capirà, la curiosità è grande, verità e invenzioni si incrociano, il momento è delicatissimo, Mario deve compiere ancora diciotto anni e scegliere, insieme al suo cognome definitivo, di essere italiano. Non vorremmo che questo ciclone di popolarità lo travolgesse. Lei ha esperienza e può aiutarci, lei ha scritto che Mario esprime la bellezza dell’integrazione nella società in cui viviamo. Sono i nostri concetti. Ecco perché le sto telefonando».

Come se Cannavò fosse il preside del liceo Calcio Italiano e ricevesse la madre di un alunno afro-italiano per chiarire meglio il contesto di una scazzottata in cortile a ricreazione. Solo che in questo affollato e scalcagnato liceo sono iscritti tutti gli italiani appassionati di calcio, e invece di un paio di bulli ci sono gli ultras della Juventus.

Cannavò comprende il senso della cosa e invita le due donne in redazione, poi scrive un pezzo e lascia l’intervista vera e propria a Luca Taidelli.

Qui evidentemente privato e pubblico si mischiano come ormai avviene spesso, ma la sensazione non è di aver di fronte il solito processo di realityizzazione del reale. Ma di ritorno al reale del reality: la signora Balotelli forse vede veramente il mondo come una scuola e pensa che di qualunque ordine di grandezza si parli è necessario comunicare da persone civili, meglio se con il preside. Un approccio interessante: tutto sommato all’epoca dell’intervista il suo ragazzo è ancora minorenne. Ed è un minorenne che deve ancora capire se riuscirà a mettere le mani sul Fondo Perpetuo che una carriera da grande calciatore gli assicurerebbe. Il ragazzo va tenuto con i piedi per terra, ed è meglio se non litiga con mezzo mondo.

Insisto sulla metafora del liceo, perché la madre nell’intervista dà molta importanza anche al problema del rendimento scolastico – il figlio non mi studia – come una buona mamma qualsiasi. (La sorella Cristina la appoggia: «Alle elementari e alle medie [Mario] era tra i migliori della classe, adorava la matematica e amava risolvere i problemi».) Di fronte al calciomercato e ai grandi interessi, la madre ancora non considera il figlio adulto e capace di difendersi da solo, quindi accorre in suo aiuto.

Lo scopo, mi pare di capire, è distogliere l’attenzione dal linguaggio del corpo di MB, dalla sua posa in campo, dai suoi lati gangsta, per far intravedere quale responsabile cittadino italiano potrebbe sbocciare nel giro di qualche anno. Non uno che si fa criticare dai campioni della sua squadra perché si allena meno della metà di loro. Non uno che umilia arbitri e avversari, ma un onesto bresciano tutto casa e bottega.

Sono i nostri concetti

La famiglia Balotelli non ha offerto la sua articolata versione dei fatti solo presentandosi dall’uomo di buona volontà a capo della Gazzetta. Un altro sistema, tipico dei tempi ma interpretato qui in chiave originale, è quello del sito internet personale. Su mariobalotelli.com la famiglia raccoglie una rassegna stampa ben selezionata per costruire il racconto dei veri problemi di MB e soprattutto dei veri valori in cui è stato cresciuto: un quadro preciso centrato su studio, severità, boyscout, wwf e soprattutto famiglia.

Qui di seguito ho sistemato un po’ di citazioni divise in tre parti: 1) famiglia, 2) educazione, 3) mondo del calcio. La Magna Charta della Repubblica dei Balotelli ha nella famiglia il principio fondamentale, nell’educazione l’unico vero sistema per la conservazione/trasmissione dei valori familiari, e nel calcio il campo da gioco in cui scendere armati fino ai denti di consapevolezza (e anche di retorica – usata a scopo difensivo).

È una mappa, questa, perciò la lascio alla fine della mia visita guidata. Credo che nelle dichiarazioni che seguono l’equilibrio fra la profonda convinzione e la retorica sia bilanciato. Non penso siano frottole da ufficio stampa.

1) La famiglia come punto di riferimento totale

Cominciamo dalla madre: «La prima cosa che mi viene in mente di lei sono proprio le sue sgridate. Aveva ragione, perché ne combinavo una al giorno. Ogni volta le dicevo: mamma, scusa, ti prometto che questa è l’ultima. La più grossa? Una volta, alle elementari, giocavamo a sgambettarci. Solo che gli altri facevano cadere i compagni mentre camminavano, io ho buttato giù uno che correva: si è spaccato due denti davanti. Me ne ha date, di punizioni, mamma. Una volta mi proibì di andare all’allenamento di pallone».

«A chi lo dico per primo, se sono innamorato? A Corrado e Giovanni [i fratelli, n.d.a.]: da uomo a uomo c’è più complicità, su certe questioni. Mi fanno raccomandazioni, ma sanno anche scherzare. Lo direi pure a papà, se non fossi sicuro che lo riferirebbe subito a mamma; quindi, loro vengono per ultimi insieme con Cristina, perché anche lei, come mamma, parla tanto e sta sempre lì a spiegarmi le cose […] Invece, se sono arrabbiato, triste o deluso, mamma è la prima con cui mi sfogo. Contro il Torino avevo giocato male: l’ho chiamata appena salito sul pullman…»

2) L’educazione, per portare fuori nel mondo i valori della famiglia

Qui un po’ di buffe parole sane da ragazzino beneducato: «Non bevo alcol. […] Preferisco cocktail di frutta analcolici». Sulle vacanze del 2008: «…in Sicilia, a un “campo avventura” del wwf. Ho trascorso dieci giorni insieme ad altri ragazzi della mia età, in mezzo alla natura. […] Non avevamo televisione, play-station e cellulare. […] Ma in gruppo, anche con poco, ci si diverte». «È un’esperienza che consiglierei a tutti i giovani della mia età. A me non importa dove vanno gli altri calciatori, io sono Mario e faccio le mie scelte». Il giornalista chiede affascinato se sia vero che al ritorno il futuro milionario ha disdetto l’aereo per tornare in treno con gli altri ragazzi. «L’esperienza ambientalista l’ha proprio segnata», dice il giornalista dimenticandosi incredibilmente che a diciott’anni in generale contano di più i propri pari che qualunque altra cosa (specialmente se nel gruppo ci sono ragazze idealiste sognatrici stile Jack Frusciante è uscito dal gruppo). MB risponde: «Vero, sono tornato in treno col gruppo. Certe esperienze bisogna viverle tutti insieme, fino alla fine. All’inizio magari sei un po’ timido, ma dopo l’affiatamento della squadra, proprio come in una squadra di calcio, è grande. Ed è allora che ci si diverte ancora di più». (Qui la squadra diventa una meravigliosa ipermetafora. Considerato che come giocatore sembra un solitario. Insomma, «gioco di squadra» quasi rimbomba, detto da lui.)

Il nodo centrale dell’educazione: la scuola, ossessione familiare. «Il “dramma” [della madre] è che il calcio distrae Mario dagli studi», scrive la Gazzetta sul paginone: «In terza media», spiega Silvia Balotelli, «inizia a faticare, si allenava due volte al giorno e giocava sabato e domenica. Costringo il Lumezzane, che non vuole perderlo, a pagargli un liceo privato. […] Dopo un provino a Barcellona, si fece avanti l’Inter. Soluzione ideale per la vicinanza e perché poteva frequentare l’Itc di Milano. Ma lui passò subito dagli Allievi, che si allenavano in città, alla Primavera, quindi ad Appiano Gentile. Altro ostacolo per gli studi, ma in una scuola privata poteva ancora farcela. Prima di questo mese maledetto speravo ancora che riuscisse a fare terza e quarta per terminare l’anno prossimo». Sublime: il mese maledetto è quello in cui il figlio è diventato famoso.

Il fratello procuratore Corrado: «All’Inter c’è un progetto serio, con il pulmino che viene a prenderlo sotto casa e il collegio che lo aiuterà a crescere come persona». E sui primi tempi di MB all’Inter, da minorenne, la stampa scriveva: «La sua famiglia non intende perderlo di vista e proprio per questo motivo lo costringe a fare il pendolare, malgrado avesse la possibilità di vivere nel pensionato con alcuni compagni di squadra. Infatti esige che Mario abbia a scuola la stessa attenzione che presta su un campo di calcio».

3) In campo consapevole

MB è stato educato a parlare di calcio in una certa maniera, facendo vincere i valori familiari sul resto. Le sue dichiarazioni sono candide e retoriche allo stesso tempo. Il calcio «per me è soprattutto divertimento, anche se sento la responsabilità di fare il mio dovere. Altrimenti il primo a non essere contento sono io». «La [mia] rovesciata sul cross di Motta? Bel gesto, ma tanto fumo e poco arrosto. Le punizioni? Ho detto a Seba di tirarle lui. Le avrei tirate io se non se la fosse sentita». «Ho segnato il gol del 2-1 a fine primo tempo e nell’intervallo sono scoppiato a piangere dalla felicità. Credevo che fosse la rete decisiva. È normale che alla mia età si fatichi a gestire certi momenti». «Con questi campioni diventa tutto più facile. Loro mi aiutano e mi sgridano ma lo fanno per il mio bene». E d’altra parte la sera stessa del coro juventino «Se saltelli muore Balotelli» (coro che non smetto di ripetere perché ha l’originalità del male, e nell’associare l’atto elementare del saltellare a quello molto poco elementare della morte, del non essere, crea un cortocircuito da vertigini che ha il sapore di quei ragionamenti sulla violenza differita per cui premere un bottone che sgancia una bomba all’altro capo del mondo è più facile che sparare a qualcuno), intervistato in campo da Sky a fine partita, Mario Balotelli commenta l’episodio quasi con grazia: «Il mio carattere è così […] gli altri sanno che è una parte debole del mio carattere e mi provocano. Però devo migliorare, questo sì […] A volte succede che mi dimentico, che sono un attimo sbadato».

Mister Hyde

C’è un MB che dice: «La [mia] rovesciata sul cross di Motta? Bel gesto, ma tanto fumo e poco arrosto», e quest’altro MB: «Tranquillo, presidente, sarò io il nuovo Ronaldo». C’è un MB vittima stressata di una cultura calcistica squallida, labirinti burocratici e genitori maldisposti, e c’è un MB tardoadolescente che manca di rispetto ad arbitri e avversari. E poi: MB si difende dalla società grazie ai valori della sua famiglia; MB offende la società con i suoi comportamenti antisociali; MB si difende dalla società grazie ai valori della sua famiglia; eccetera. È un circolo vizioso? I Balotelli devono difendersi, i giornalisti devono pontificare, MB deve imporsi sulla scena calcistica internazionale e levarsi pure i sassolini dalle scarpe, come fanno tutti. Con quale criterio posso separare l’MB che offende gli avversari dall’MB che si difende dagli italiani razzisti rispondendo con proprietà di linguaggio e di pensiero alle domande dei giornalisti? I comportamenti antisportivi di MB sono colpa dell’età o il futuro che ci aspetta è un calcio gangsta di inutili sbruffonate e umiliazioni dell’avversario? La sua vicenda significa qualcosa? Ha senso interrogarsi sul calcio italiano? È un corpo che ha vita?

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
Commenti
12 Commenti a “Mario Balotelli: una visita guidata”
  1. Antonio R. scrive:

    Forse però Totti, nonostante gli schiaffi di Carletto Mazzone, non ha imparato molto http://www.youtube.com/watch?v=jehNMZ0BHCs

  2. All About scrive:

    Il pezzo è veramente molto bello, e faccio i complimenti all’autore.

    Gli faccio anche una domanda, o meglio sollevo una questione.

    Mi piace moltissimo (come del resto la letteratura ben fa ogni tanto da 50 anni a questa parte) che un personaggio di cronaca venga indagato per raccontare in realtà tutta la società. La scuole di Tom Wolfe, di Alvaro, pure di un certo Malaparte e Bianciardi saggistico qui da noi, se volete.

    Ottima la tecnica (narrativa) utilizzata.

    Ma. La mia obiezione è di tipo ideologico.

    “La regola per cui non bisogna irridere gli avversari non ha natura morale” e tutto ciò che ne consegue. Ne consegue che il funzionamento della macchina (la partita di calcio, in questo caso. Oppure: l’azienda. Oppure: lo Stato. Oppure: la società) è più importante del’umiliazione o non umiliazione del singolo.

    E cioè – una cosa che sarebbe buona per il singolo (ma è una cosa buona solo perché aiuta il gruppo-azienda-società-stato ecc.) lo è solo per questa finalità ulteriore e dunque la preservazione del singolo individuo non ha un valore di per sé.

    Questo concetto in realtà sii ritrova nell’atmosfera di tutto il pezzo, io ne ho solo preso l’elemento più evidente. Non mi sento d’accordo. Forse sono io che ragiono troppo lentamente, perché effettivamente quello di Pacifico è un concetto molto XXI secolo – l’individuo è molto più importante in quanto inserito non più in in gruppo ma in uno schema di gioco che il gruppo sostiene (partita, azienda, Stato) e con le briciole che ci rimangono diremo che l’individuo è importante di per sé.

    Ma il suo essere sacro (che mi sembrava una conquista meravigliosa) è ormai completamente evaporato. Il gansta-rapper che ce l’ha fatta ti insulta dall’altezza dei suoi molti milioni di dollari con la forza della rabbia di chi (conscio o meno) ha dovuto rinunciare a qualcosa di per me fondamentale. Oppure, eliminata quella cosa fondamentale, rimane solo quel tipo di rabbia lì.

    A me questa cosa fa un po’ rabbrividire. Primo per come intendo (o vorrei intendere?) la mia vita con i miei simili. Secondo perché tutto questo di cui parla Pacifico devo riconoscere (ma la cosa non mi piace) che a volte me lo ritrovo addosso io. E terzo perché ho l’impressione che, subita questa amputazione, l’arte rischi di andare a farsi benedire.

    Come la mettiamo?

  3. enver scrive:

    viene da chiedersi come sia potuto passare da un’educazione scout, ambientalista, coi bei voti in matematica e i valori di provincia, a gettare miccette in casa propria, spaccare la macchina ogni due per tre, cacciarsi in tutti gli scandali sessuali possibili e comportarsi come si comporta abitualmente dentro e fuori dal campo.

    comunque questi sono i saggi che dovremmo sempre voler leggere sui media italiani, grazie a voi che avete scritto e pubblicato.

  4. Matìs scrive:

    Stiamo parlando di un calciatore. Per scrivere di un calciatore si deve conoscere l’ambiente calcistico, la retorica non serve.
    Totti, in ogni caso, ragiona anche meno di Balotelli.

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  1. […] non è una visita guidata a Mario Balotelli. Questa non è nemmeno un’apologia di Mario Balotelli. Perché sei tu, lettore, […]

  2. […] Il racconto “Mario Balotelli: una visita guidata” è disponibile integralmente su minima & moralia, blog di […]

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    Mario Balotelli: una visita guidata : minima&moralia…

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