Mario Monicelli, ultimo socialista



Riprendiamo dall’archivio della rivista «Lo Straniero», che ringraziamo caldamente per la gentile concessione, un omaggio che il critico e sociologo Goffredo Fofi scrisse poco dopo la morte di Mario Monicelli, avvenuta all’incirca un anno fa. Amico stimato e compagno nella pulsante osservazione e nella testimonianza dei vizi e delle virtù del nostro paese, Monicelli viene qui ricordato come un grande regista popolare, un artigiano con la a maiuscola, e anche come l’ultimo dei socialisti, perché motivato dalla profonda convinzione che il cinema possa davvero rendere il popolo un po’ migliore, o comunque aiutarlo nella presa di coscienza del proprio contesto e della propria identità.

di Goffredo Fofi

La morte di Mario Monicelli ha segnato davvero la fine del grande cinema italiano “per tutti”, nostra arte centrale negli anni che vanno dal 1943 di Ossessione al 1977 di Un borghese piccolo piccolo, e forse al 1990 di La voce della luna, che era già una sopravvivenza e non più una presenza. Monicelli ha scelto, a 96 anni, di darsi la morte in modo lucido, cosciente, profondamente rispettabile: malato da tempo di cancro, non vedeva quasi più, ed era costretto, irritandosene, a occuparsi ossessivamente del proprio corpo malandato. Le speciose e ipocrite polemiche sulla sua scelta di morire, volute dai cattolici più ottusi e papalini, sono servite a farne risaltare ancor meglio la limpidezza austera e lo stoicismo.

Ma Monicelli non è stato soltanto un grande regista che ha girato film fondamentali per la nostra storia civile, quali Vita da cani, Totò cerca casa, Guardie e ladri, I soliti ignoti, La Grande Guerra, I compagni, L’armata Brancaleone, Vogliamo i colonnelli, Romanzo popolare, Un borghese piccolo piccolo, Il marchese del Grillo, fino all’ultimo Le rose del deserto che resta, nonostante la freddezza con cui è stato accolto, uno dei più lucidi affreschi cinematografici sulla disastrosa guerra mussoliniana. E quand’anche alcuni film sono stati, per un motivo o per l’altro, all’altezza delle loro ambizioni, mai hanno rinunciato a portare uno sguardo duramente critico, ironico e feroce, sui nostri vizi nazionali (penso a Un eroe dei nostri tempi, Totò e le donne, Le infedeli, ancora con la collaborazione di Steno, Totò e Carolina, Risate di gioia, l’episodio di Boccaccio ’70, La ragazza con la pistola, To’ è morta la nonna, Amici miei, Caro Michele, Speriamo che sia femmina, Parenti serpenti, Panni sporchi…).

Monicelli è stato un grande testimone, e un acutissimo osservatore e denunciatore dei mali del paese e delle ipocrisie e delle aberrazioni della sua classe dirigente fino al suo ultimo giorno di vita, e più intensamente da quando aveva dovuto rinunciare a intervenire come regista, come autore di film. Monicelli è stato un grande regista popolare perché era profondamente persuaso di una visione del mondo e della storia, e cioè del rapporto tra le classi, tra potenti e sudditi, di stampo decisamente socialista.
Quando si dice socialista, almeno in Italia si pensa da tempo a qualcosa di equivoco e di brutto, a retorica e opportunismo, a faccendieri e altri falsari, alla deriva dei centrosinistra e al craxismo, a una parola e a un simbolo che hanno finito per significare il contrario di quello che avevano significato per più di un secolo. Non si pensa ad Andrea Costa e a Filippo Turati, alle lotte operaie e contadine e artigiane (e maschili e femminili) dell’Ottocento e del Novecento, alla varietà di esperienze e propositi che furono della Prima e Seconda Internazionale e vennero avviliti e sconfitti dalla Terza e dal “pensiero unico” del marxismo scolastico (e ferocemente opportunista) del bolscevismo e del “comunismo reale”, al sogno “proletari di tutto il mondo unitevi”, all’idea di uno stato al servizio dei cittadini e non dei padroni, alla tradizione di umanesimo che poteva essere sentimentale (perché no, infine?) e che però sapeva allo stesso tempo essere durissimo, a Basso e Lombardi o anche a Pertini… bensì al trasformismo mussoliniano e all’assoluto squallore delle penultime e ultime “leve”, agli esemplari ruffiani e comici che hanno usurpato una bandiera nell’ultimo trentennio, detto non a caso craxian-berlusconiano.

Ricattati a suo tempo dall’affermazione del PCI, che prometteva di più, il massimo (ma finiva in URSS per essere, come disse qualcuno, un cammino tortuoso e insanguinato dal capitalismo al capitalismo), e in Italia compiaceva la nostra tendenza a scindere idee e fatti, ideali e comportamenti, i socialisti avevano via via abbandonato della socialdemocrazia sia gli ideali di fondo che la concretezza delle pratiche – ché gli ideali vanno sempre commisurati e applicati alle necessità dell’epoca – dimenticando del tutto gli ideali e infognandosi del tutto nelle pratiche, sostituendo alla persuasione la retorica, l’accettazione della peculiare ipocrisia italiana del dire A, fare B e pensare C.

Di tutto questo so per lunga amicizia che Monicelli soffriva molto e si indignava molto. Si definiva socialista, e il film di cui aveva più sofferto il (relativo) insuccesso fu I compagni, forse il suo film più suo, il film che raccontava le lotte operaie dell’Ottocento, un film corale ma che aveva al centro un bellissimo personaggio di un generoso “agitatore” intellettuale, perché solo dall’incontro tra gli intellettuali e gli oppressi, tra chi sa e chi soffre, è nato in passato e può ancora nascere un progetto efficace di rivolta.

Mario Monicelli soffriva molto della situazione presente, della deriva della sinistra, della viltà e ignobiltà dei suoi rappresentanti ufficiali. La sua “differenza” non stava nell’abilità a raccontare la commedia italiana (più e meglio di ogni altro regista, grazie anche all’apporto dei suoi sceneggiatori privilegiati Age e Scarpelli, grazie all’immensa capacità di trovare i ruoli giusti per gli attori fondamentali del nostro cinema, che gli hanno dovuto i loro successi più forti, da Totò a Fabrizi, da Sordi a Gassman, da Tognazzi a Mastroianni alla Vitti) o a raccontare la deviazione della commedia in tragedia (Un borghese piccolo piccolo è stato senz’altro il film più rivelatore e amaro sulle origini della nostra crisi e disfatta antropologica). La sua “differenza” era nella sua lucidità, nel suo non lasciarsi incantare da nessuna mistificazione, nel saper vedere i difetti nazionali ma anche nel vedere la perdita progressiva di quelle qualità che appena ieri facevano bello il nostro popolo.

Era un socialista, e credeva nella possibilità del cinema, e cioè nella cultura di massa intellettualmente praticata, di rendere il popolo migliore. Come i migliori intellettuali e artisti socialisti del passato, credeva nella possibilità di aiutare lo spettatore comune a capir meglio il proprio contesto e se stesso, a veder meglio i propri limiti e le proprie menzogne, e li metteva in luce per poterli combattere, per aiutare a cambiare. Diceva spesso che, al contrario dei Fellini e Antonioni che si volevano “autori” a tutto tondo e rispondevano delle loro opere soltanto a se stessi, il fatto che registi come lui (e Comencini, socialista come lui ma più sentimentale di lui) dovessero rispondere al grande pubblico di ciò che facevano li costringeva a un dialogo intenso e costante, e a spingere ogni volta verso un processo di consapevolezza di sé da parte del pubblico, a spingere verso il suo miglioramento. Da educatori a tutto tondo, delle masse e non delle avanguardie. Monicelli non volle essere artista con la maiuscola ma artigiano con la maiuscola, conscio che questa parola debba avere gli stessi meriti dell’altra, non volle essere cantore di virtù inesistenti ma narratore e analista di vizi e virtù ben reali, vedendo le virtù grandi e le virtù piccole non tra loro contrastanti ma rette dalle stesse finalità.

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