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Mark Cousins e la Storia dello sguardo

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Viviamo in un momento storico nel quale lo sguardo e la vista hanno assunto un carattere massimamente pervasivo, che trova una sua legittimazione dal fatto che ci è data  la possibilità di vedere tutto. Sono state molte le novità che con l’età moderna hanno soddisfatto questa sete di vedere, si pensi al percorso che muove dalla fotografia alla televisione, dalle prime  videochiamate sino a Facebook, da Google Maps fino alle esperienze di realtà aumentata (e d’altronde già Leonardo Da Vinci si interrogava secoli prima sull’importanza del guardare: «Or non vedi tu che l’occhio abbraccia la bellezza di tutto il mondo?»).

È quindi una pubblicazione molto importante quella di Mark Cousins, scrittore, critico cinematografico e regista, intitolata Storia dello sguardo, edita da Il Saggiatore in una splendida edizione ricca di inserti fotografici e con la traduzione di Alessandro D’Onofrio. In questo denso libro è costruito un itinerario che ripercorre le varie tappe che costellano l’esperienza del vedere, sia da un punto di vista sociale e storico che personale: «Circoscriviamo la vita a quel piccolo, glorioso frammento visibile all’occhio umano. Questo è un mondo. Il mondo visibile di Cézanne, di Cleopatra, della mia defunta nonna, degli alberi fuori dalla mia camera da letto in un mattino luminoso e di qualunque cosa sia mai stata vista».

Lo sforzo di Cousins è allora titanico nel suo tentativo di raccontare l’evoluzione diacronica delle modalità del vedere umano, ma a questo aggiunge un ripiegamento sulla sua storia individuale, costruendo anche una vera e propria autobiografia per immagini, che riesce a tenere insieme arte, cinema, fotografia e tutto quello che può essere catturato dai nostri occhi.

Tra la miriade di eventi, piccoli o grandi, che sono raccontati da Cousins, molto belle sono per esempio le pagine dedicate al celebre episodio della mela di Newton («La vista che conduce al pensiero. La legge di gravità, che postula come le masse si attraggono fra loro con la forza d’attrazione. […] Una mela in caduta lo aveva aiutato a popolare l’universo delle magiche dita della gravità»), oppure la galleria di immagini che popola il capitolo dedicato al potere dello sguardo e delle immagini tra Cinquecento e Seicento tra protestantesimo, barocco e arte ottomana, fino al paragrafo dedicato alle immagini di Versailles (la storia dello sguardo, come la reggia testimonia, è anche una storia di forze all’interno di una primordiale società dello spettacolo, in cui veniva avvertita la necessità e l’importanza dell’apparenza per la legittimazione del potere) e all’Illuminismo, con uno splendido cortocircuito in cui le immagini pittoriche di Caterina la Grande si mescolano con l’interpretazione di Marlene Dietrich nel film di Josef von Sternberg.

Non è l’unica occasione però in cui le immagini del passato dialogano con quelle successive, come accade per esempio per la statua in basalto del 40 a.C. di Cleopatra, «quando ancora è viva, ha gli occhi vuoti; quanta vita hanno visto quegli occhi, quanta abbondanza», con la Cleopatra di Hollywood del 1963 di Joseph Mankiewicz, dove lo sguardo deve «avere la stessa intensità», oppure per il famoso fotogramma di Persona di Bergman in cui il bambino vede la madre fuori fuoco e con la sua mano cerca di toccarla e gli occhi della Gioconda di Leonardo da Vinci, confrontabili con lo sguardo di Corinne Griffith nel capolavoro del regista svedese.

Il capitolo però più consistente, e anche più ricco dal punto di vista teorico, è quello dedicato al Ventesimo secolo: il punto di partenza ideale è rintracciato da Mark Cousins nel film di Luis Bunuel Un cane andaluso, in particolare nell’immagine in cui il rasoio taglia in due un occhio, ottimo inizio per una storia dello sguardo del XX secolo perché può essere interpretata «come una metafora del violento accrescersi del volume delle immagini osservabili in quegli anni», come testimonia per esempio la macchina fotografia abbordabile e leggera Kodak Brownie, lanciata nel 1900 che nel 1930 raggiunge il miliardo di foto scattate. La grande rivoluzione contemporanea è quella che riguarda il rapporto tra le immagini e le persone comuni, perché quest’ultime, che «per gran parte della storia dell’umanità erano state esclusivamente consumatrici visive, iniziarono a produrre immagini».

Da quel momento qualsiasi uomo ha cominciato ad essere sommerso da una marea di immagini nelle quali ha dovuto, piano piano, imparare a galleggiare e a navigare, cominciando ad immagazzinare migliaia di impressioni del suo sguardo e creando così un personale album fotografico che finisce per comporre anche la propria immagine del mondo: «Uno sguardo – scrive Cousins nelle parole che possono racchiudere il significato dell’intero libro –  può essere un atto di empatia o di aggressione. Può provocare desiderio o esprimerlo. Dal mondo sfocato in cui abitiamo da piccoli al paesaggio in alta definizione dei nostri schermi, guardare fa di noi ciò che siamo».

Matteo Moca si è laureato in Italianistica all’Università di Bologna con una tesi su Landolfi e Beckett. Attualmente studia il surrealismo italiano tra Bologna e Parigi, dove talvolta insegna. Tra i suoi interessi la letteratura contemporanea, la teoria del romanzo e il rapporto tra la letteratura, la pittura e il cinema. Suoi articoli sono apparsi su Allegoria e Alfabeta2. Collabora con varie riviste di carta, in particolare con Gli Asini, rivista di educazione e intervento sociale, con Blow Up per la sezione libri e con L’indice dei libri del mese e online (DUDE Mag, Crampi sportivi, Nazione Indiana, ecc.).
Commenti
Un commento a “Mark Cousins e la Storia dello sguardo”
  1. Luigi Auriemma scrive:

    molto interessante

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