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Nei quartieri impenetrabili di Marsiglia

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Marsiglia. Verso l’una di notte, Cours d’Estienne d’Orves, dalle parti del Vecchio Porto, diventa un turbine di piume. “Ci avrebbero potuto riempire cuscini per tutte le cités“. Il ragazzo davanti al bar Marengo se la ride, mentre nel cielo senza stelle, sospesi su invisibili fili, angeli bianchi danzano, spargendo tonnellate di piume. Una specie di nevicata immensa per inaugurare la capitale della cultura 2013. “Mais c’est Marseille”. È Marsiglia, questa – ripete lui. Come dire: cosa dovremmo farci? Commenti del genere li potreste sentire ovunque, in questi giorni. Un’autoironia che sconfina nel cinismo è tipica dei marsigliesi. La battuta sulle cités, invece, è abbastanza unica. Di questi quartieri impenetrabili non si parla volentieri. Eppoi nessuno ama i luoghi comuni di cui abbonda la storia recente dei palazzoni che crebbero come funghi quando la città subì una delle più sproporzionate “invasioni” migratorie: quella dei pieds noir, i coloni in fuga dall’Algeria dopo la sconfitta del ’62. Agglomerati abitativi squallidi e freddi, le cités oggi appaiono come zone franche, interdette alle forze dell’ordine, dominate da piccoli e grandi clan che si spartiscono il traffico di droga, oasi dove la criminalità più comune affonda radici nella miseria, mentre l’estremismo filoislamico alligna nell’odio di classe. Un intreccio da tragedia che negli ultimi anni ha lanciato una nuova immagine della criminalità marsigliese, ben lontana da quella ormai romanzesca del cosiddetto milieu di gangster e affaristi che dominò nel Novecento.

Oggi però è festa. E mentre sul Vecchio Porto impazzano fuochi d’artificio e giochi d’acqua, si pensa poco ai quartieri nord e molto più alla riuscita dell’evento. Da mesi l’organizzazione di Marseille 2013 è impegnata in una corsa folle per finire in tempo i lavori più attesi. Il rifacimento del Vecchio Porto, innanzitutto. E il museo che alla città era sempre mancato, il Mucem (Museo delle Civiltà d’Europa e del Mediterraneo), sul mare, all’imbocco del porto. Jean Claude Izzo non ne sarebbe felice. Lo scrittore che ha cantato Marsiglia in una piccola epopea noir, la trilogia di Fabio Montale (nome ispirato dall’amatissimo poeta italiano), non approverebbe la trasformazione della Marsiglia portuale in città elegante, né il cambiamento delle mura del seicentesco Fort Saint-Jean, bucate dalle passerelle che portano i visitatori al nuovo Museo.

“Ma la cosa peggiore” mi spiega Bruno Leydet, scrittore e promotore culturale “è che Izzo non è neppure in programma. Perché vede, Marsiglia la possono cambiare quanto vogliono, e io credo che rimarrà sempre la stessa, però quello che si farà in questo anno celebrativo non tornerà più. E la vera cultura della nostra città se la sono semplicemente dimenticata”. Leydet mi accompagna per le sale del teatro di cui è direttore artistico: l’Hangart. Si sta provando una pièce e mi presenta l’attore protagonista. “Cosa penso io di Marseille 2013?” fa Roland Munter  “Guardi, mi scusi, preferisco fumarmi una sigaretta”. Leydet se la ride e mi spinge fuori.

Nel piccolo quartiere, i teatri sono più di dieci. Ovunque l’ironia è la stessa. Eric Brunel, direttore del teatro di Chartreux, fa una smorfia: “Qui mica facciamo la capitale della cultura. Qui facciamo solo cultura. Anche per il 2014”. Poi snocciola numeri: oltre 500 compagnie teatrali in città. Moltiplica gli spettacoli per le migliaia di presenze e mostra così il fermento culturale marsigliese. “Ma nessuno di noi è stato chiamato in causa. Vengono, nella stragrande maggioranza, da fuori. Poi però il 2013 passerà, loro se ne andranno e di tutto questo cosa resterà?” Leydet lo spiega con un’immagine semplice: “La nostra è una città meticcia. Lo sanno tutti. Incontro di culture da sempre. Da quando fu fondata nel 600 a.C.: l’amore fra un greco di Focea, che secondo il mito si chiamava Protis, e la principessa di qui: Gyptis. Migrazioni continue, scambi, la cultura di Marsiglia è profondamente popolare. Non c’è l’avanguardia di altre città francesi. Ma il programma di Marseille 2013 esalta proprio l’avanguardia. Come se le nostre radici non fossero abbastanza chic. Niente Izzo. Niente Fernandel. Niente Italia. Eppure qui tutto è Italia. Anche la lingua. Ci sono parole italiane. Be’, soprattutto parolacce. Gliene scrivo qualcuna? Guardi: “fatche de”. Viene da “faccia di”. Omettiamo il resto ma è un chiaro insulto. Gliene scrivo un’altra: “fangoule”. Questo penso sia inutile dirle da dove viene”.

Di Italia, però, qualcosa c’è a Marseille 2013. Negli spazi sospesi sul mare del J1, uno dei vecchi hangar trasformati nell’area della Joliette, finalmente restituita ai cittadini, la storia delle civiltà del Mediterraneo culmina nell’epopea migratoria di Marsiglia, con le migliaia di nostri connazionali che arrivarono a cercare fortuna. La gran parte di loro andò a vivere poco lontano da qui, tra i vicoli del Panier, il quartiere popolare per eccellenza, oggi definitivamente bobo (borghese-bohémien). Al “13 Coins”, uno dei bar più celebrati da Izzo, si divertono. “Lo leggete più voi, italiani, di noi! Qui i francesi vengono semmai per ritrovare i luoghi di “Plus Belle la Vie”, una soap opera. Non Izzo”. Eppure moltissimo di quanto sta accadendo in questi ultimi anni in città era stato preconizzato proprio nei suoi libri.

Stefania Nardini cita frasi a memoria. Marsigliese di adozione (“qui anche l’ultimo arrivato viene considerato marsigliese”), autrice dell’unica biografia esistente (Jean Claude Izzo. Storia di un marsigliese, Perdisa Pop), racconta: “La gentrificazione del Panier era in atto mentre Izzo era vivo. Ma quanto è capitato solo ora al Vieux Port – che Marseille 2013 tenta di trasformare in un elegante salotto – lo aveva già immaginato come un incubo. Marsiglia sembra schiacciata dall’idea di non poter fare da sé, quasi si sentisse terra di barbari che ha bisogno di civilizzatori. E invece la cultura qui è fortissima. Pensi solo ai Cahiers du Sud, una rivista su cui pubblicava anche Simone Weil. Be’, ha chiuso, nessuno ne parla e non sono ancora riuscita a capire dove sia finito l’archivio”. Se la prende come se qui fosse nata, Stefania Nardini, poi torna allo scrittore più amato, comincia a parlare delle citès e di quanto anche in quello Izzo sia stato profeta, descrivendo il potere fascinatorio che avrebbe scatenato l’estremismo islamico.

E allora andiamo a penetrare l’impenetrabile. Mentre Marsiglia viene ripulita dalle piume, entriamo nella più violenta delle cités, la Castellane, dove nacque e crebbe un eroe, Zinédine Zidane. A farci passare oltre i controlli delle sentinelle – i cosiddetti guedeurs, immobili a scrutare chi passa e semmai procedere a un controllo -, un uomo di cui gli stessi guedeurs inorridirebbero a saperne la storia. Si chiama Louis Bartolomei. Passati i settant’anni era un pensionato un po’ eccellente, quando decise di lavorare a una biblioteca itinerante e insegnare l’amore per i libri ai ragazzini di strada. Prima, infatti, Bartolomei, era stato Procuratore della Repubblica, aveva combattuto la criminalità con il braccio duro della legge, era amico di Falcone. “Già trent’anni fa avevo capito che la guerra giudiziaria alla droga era perduta. E pensi che in quegli anni la polizia qui poteva ancora entrare. Certo, la guerra si potrebbe vincerla con la legalizzazione della droga. Poi però i criminali troverebbero altro a cui dedicarsi. Poco importa comunque, tutto questo, per me. Io ho affrontato una rivoluzione culturale e spirituale e sono qui. Non credo più nei risultati a tutti i costi. Credo solo in quel che faccio. E forse ci sarà di mezzo Freud, perché vede, mio padre era un illetterato e mia madre un’analfabeta e io ora insegno a leggere. Be’, Freud o Lacan, non cambia nulla. Per me vedere un ragazzino che impara a leggere e mi chiede di tornare… Mah, no, inutile spiegarlo. Posso dirle soltanto che sono qui”.

Qui significa che Bartolomei lavora assieme a Padre René Soler, sacerdote per trent’anni a Haiti, seguace della teologia della liberazione costretto all’autocritica dalla tragica esperienza presidenziale di Aristide. Soler ci mostra dove un diciassettenne è morto ucciso a Natale, in un regolamento di conti fra piccole gang. “Il mio progetto principale sta nel creare un ponte fra cristiani e musulmani. In città, su un milione circa di abitanti, i musulmani sono oltre un quarto. Non è possibile evitare il confronto”. Offre del vino, spiega che parenti e amici non lo vengono a trovare qui alla Castellane perché nessuno ne ha il coraggio: troppi pericoli, troppa paura. “Eppure io mai che mi sia trovato male. Gente affettuosa, simpatica. Nessuna aggressività. Difficile crederci vero? I pusher all’inizio mi hanno fatto domande sul motivo che mi spingeva qui, poi nulla. Sto bene tra questa gente”. Bartolomei approva. Vuole brindare. Festeggiamo.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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