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Mary per sempre

Pubblichiamo un’intervista di Tiziana Lo Porto, uscita su «D – La Repubblica delle Donne», a Mary Gaitskill.

Mary Gaitskill è una delle scrittrici che tutti dovrebbero conoscere. Leggendo, in blocco, l’opera completa: per ora due romanzi e tre raccolte di racconti abitati prevalentemente da ragazze più o meno giovani dirette in caduta libera ma a testa alta verso l’età matura, disposte alla resa a un mondo di adulti contorti, sbagliati, politicamente molto meno corretti di quanto vorrebbero far credere, al loro meglio pornografici. C’è Debbie, arrendevole al sesso e al dolore prima ancora che all’amore, divenuta celebre in Italia (e altrove) una decina d’anni fa come personaggio principale del film di Steven Shainberg Secretary, tratto da un omonimo impeccabile racconto di Bad Behavior, fulgida antologia d’esordio di Gaitskill (oggi parzialmente tradotta e pubblicata in Italia da Einaudi in Oggi sono tua, sorta di best of delle sue tre antologie di racconti). C’è Veronica, musa e personaggio del romanzo a cui dà il nome (Veronica, da metà giugno in libreria per Nutrimenti) e in cui morirà di Aids malgrado l’amore. C’è Alison, modella coprotagonista e struggente voce narrante di Veronica, che inconsapevole della propria bellezza si muove in un mondo in cui “anche se siamo in guerra con il terrore, le riviste di moda dicono che ora siamo solari, indossiamo abiti dai colori chiari e preferiamo essere moralmente limpidi”. Ci sono frasi che si stagliano piene e dense da sembrare interi romanzi, dialoghi che presagiscono commozione e struggimento, e promettenti dichiarazioni d’intenti. Così Leisha, nel racconto Legame: “Appena finisco di studiare voglio trovare un lavoro da Dunkin’ Donuts. Voglio ingrassare. O darmi all’eroina. Voglio essere un disastro”.

Per chi per anni ha considerato la propria vita uscita dalla penna di Mary Gaitskill, intimidisce ritrovarsi al suo cospetto, in uno studio di Chelsea a New York, snocciolando a mente episodi a casaccio delle sue storie, cercando il buon inizio, la scena giusta da cui cominciare, qualcosa. Fino a quando non è lei a parlare. Bella a cinquantasette esattamente come doveva esserlo a vent’anni, Gaitskill guarda la gente in strada e s’affretta a dirmi che New York non è più la stessa città che era negli anni Ottanta. “Se non hai soldi non puoi viverci”, dice. “Un tempo riuscivi a stare a New York anche con pochissimo. Gli affitti erano bassi, e gli stipendi dignitosi. Oggi non lo puoi più fare. E oltre che cara, è diventata una città decisamente poco erotica. Ha mai visto Girls, la serie tv ambientata a New York?”

Sì.

Ecco, quello è l’esempio perfetto di quanto la città, e in generale la cultura in cui viviamo, siano diventate poco erotiche. Ho visto il primo episodio della serie, e mi sono chiesta: ma chi è che nella vita reale vive il sesso in quel modo? Ho cercato di capire come si sia arrivati a un immaginario del genere.

E?

E una conclusione possibile è che ci sia troppa pornografia in giro. La pornografia finisce per privare il sesso della sua componente erotica.

Le piace l’adattamento cinematografico che è stato fatto anni fa del suo Secretary?

No. A lei?

Sì, a parte il finale. Il lieto fine in una storia del genere non è molto realistico.

No, non lo è per niente. E azzera ogni immaginazione.

Quanto è importante per lei l’immaginazione?

L’immaginazione è una cosa che viene sempre e comunque fuori mentre scrivi. Si materializza ogni volta che cerchi di descrivere qualcosa. Anche se quel qualcosa è realmente accaduto. Se vuoi raccontare una storia, sei costretto a immaginare, per certi versi a inventare quello che stai raccontando. Nabokov a un certo punto disse che scrivere Lolita lo costringeva a inventare l’America. L’America era già stata inventata, certo, e lui l’ha solo descritta, ma l’ha fatto in un modo che solo lui avrebbe potuto fare. E scrivere è esattamente questo: inventare qualcosa che c’è sempre stato ma che non era mai stato raccontato in quel modo. Nabokov l’ha fatto con l’America, Charles Dickens con Londra.

Lei con Bad Behavior voleva inventare New York?

No, quando ho scritto quei racconti non era alla città che pensavo. Volevo raccontare le persone. Certe persone in particolare, in dei momenti precisi delle loro vite. Anche se poi, scrivendo, New York è venuta fuori comunque.

Parte sempre dai personaggi quando scrive una storia?

Sì, per me sono e restano la cosa più importante.

E sa sempre dall’inizio se la storia che sta per scrivere sarà un racconto o un romanzo?

Sì, anche se per Veronica c’è stato un momento in cui non ero più sicura di cosa fosse. Ma è durato poco. Non sapevo se la storia avrebbe retto nel lungo periodo.

E che ha fatto?

Ho continuato a scrivere e ho capito subito che non poteva che essere un romanzo.

La protagonista della storia, Alison, è una modella. Cosa la affascinava di quel mondo?

Più che affascinarmi era una mondo che m’incuriosiva. M’incuriosiva il fatto che ovunque ti girassi andavi a sbattere contro foto di giovani modelle. Quando ero adolescente io non era una cosa a cui la gente dava molta importanza. Sì, Twiggy era famosa, ma erano in poche esserlo. E anche se c’erano già diverse riviste di moda, né io né le mie coetanee le leggevamo. Negli anni Ottanta, quando sono andata a vivere a New York, ho cominciato a frequentare ragazze che per vivere facevano le modelle. E anche in quegli anni nessuno trovava fosse una cosa interessante. Le mie coetanee sognavano di fare le attrici o le cantanti, nessuna voleva fare la modella. Poi, negli anni Novanta, ecco che di colpo è cambiato tutto. Fare la modella è diventata la cosa più bella che una donna potesse fare. È stato un grosso cambiamento culturale, una di quelle cose che non puoi ignorare.

Lei però ha sempre voluto fare la scrittrice…

Sì, e ho sempre scritto, da quando ero bambina. Poi, a sedici anni sono andata via di casa. E lì ero troppo impegnata a sbarcare il lunario per pensare a scrivere. Verso i diciotto anni ho capito che scrivere era quello che volevo fare, ma sapevo anche di non saperlo fare. Mi ricordo che all’epoca dormivo in una casa occupata, un giorno mi sono svegliata e ho capito che non era quello il mio posto e che volevo tornare a scuola. Volevo scrivere, ma non ero capace di mettere due frasi in fila. Così sono tornata dai miei nel Michigan, per sei mesi ho abitato da loro e poi ho preso un appartamento insieme a mia sorella. Mi sono iscritta al college, e mi sono messa a studiare. Ero l’unica della mia classe a volere fare la scrittrice, per cui l’insegnante leggeva tutto quello che scrivevo. Era come avere un professore privato. Il mio insegnante del college è stata la prima persona a dirmi che avrei potuto farcela. Poi ho continuato a studiare scrittura all’università. Ho anche provato a seguire un corso di giornalismo, ma ho capito subito che non era il mio mestiere.

Come ha fatto a capirlo?

Scrivevo per il giornale dell’università e l’ho capito alla prima intervista che mi hanno assegnato. Dovevo intervistare Noam Chomsky, e sono andata da lui senza avere idea di chi fosse. Un totale disastro.

Con la scrittura però è andata meglio.

Sì. Anche se come mestiere ha i suoi lati negativi.

Per esempio?

È un mestiere solitario. Per scrivere sei costretto a passare un sacco di tempo dentro la tua testa. A rischio di impazzire. Però poi ci sono gli aspetti positivi, e hanno sempre la meglio.

Tipo?

La possibilità di condividere con gli altri la tua visione delle cose.

Nelle interviste e negli articoli su di lei viene citato spesso Lolita come il suo romanzo preferito. È così?

Lo è stato per molto tempo. La prima volta che l’ho letto è stato al college, avevo ventitré anni, e per me è diventato una sorta di romanzo ideale. Ma è difficile avere un solo e unico romanzo preferito. Lolita l’ho riletto cinque o sei volte e continua a piacermi moltissimo. Mi piacciono anche certi racconti di Nabokov. Segni e simboli è assolutamente perfetto. Ma mi piace anche l’Ulisse di Joyce, e amo I demoni di Dostoevskij. Mi piacerebbe scrivere come Dostoevskij.

A tutti piacerebbe scrivere come Dostoevskij, ma non credo sia possibile.

Perché?

È vissuto due secoli fa. Se ignorasse tutto quello che è successo in questi due secoli, smetterebbe di essere contemporanea. E non sarebbe una brava scrittrice.

Vero.

Però lo sapeva di essere nata lo stesso giorno di Dostoevskij?

No!

L’11 novembre. L’ho letto da qualche parte mentre preparavo l’intervista. È già qualcosa, no?

Sì, è decisamente qualcosa.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
Commenti
3 Commenti a “Mary per sempre”
  1. Nicola Lagioia scrive:

    Tiziana Lo Porto, la nostra inviata a New York. Ciao Tiz, ci manchi (perdonate, vi prego, la pubblica dichiarazione di stima e affetto cui la seconda plurale fa da sordina).

  2. Paolo1984 scrive:

    Rispetto l’opinione della Gaitskill, ovviamente, ma a me il film Secretary è piaciuto compreso l’happy end, non mi è parso forzato

  3. Patti Chendi scrive:

    Ciao Tiziana, dio come mi rendi felice con queste interviste! Mi assoccio pubblicamente a Lagioia: manchi anche a me!

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