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Marziani a Rionero in Vulture

Fate un esperimento: entrate in una libreria, in una grande libreria, e domandate se hanno un reparto fantascienza. Se c’è (e non è detto) scorrete gli scaffali per vedere quali autori ci sono, e troverete tutta roba classica: Asimov, Dick, Bradbury, Clarke, Lem… Provate infine a scovare gli autori italiani, e rimarrete un po’ sconcertati. L’ultima volta che l’ho fatto – ero in un megastore Feltrinelli – ho contato i seguenti libri: Valerio Evangelisti con tutta la sua saga eymerichiana, uno dei quattro volumi della classica Le meraviglie del possibile Einaudi curata da Carlo Fruttero insieme a Sergio Solmi, Guerra agli umani di Wu Ming, e La neve se ne frega di Luciano Ligabue. Punto, stop.

È possibile che mentre intere aree delle librerie vengono colonizzate dalla chick-lit, dai romance, dagli young adult, mentre generi come il fantasy e l’horror godono di buona salute tutto sommato, la fantascienza italiana sia ridotta a così misera cosa; e perché?
Un recente articolo di Carmine Treanni sul portale Fantascienza.com (sito che cito qui subito proprio perché è riferimento imprescindibile: una stazione orbitante nel vuoto interstellare) fa risalire parte della responsabilità della mancata diffusione del genere da noi a un peccato originale del lavoro storico di Fruttero e Lucentini a Urania: l’aver pubblicato pochi italiani – in nome del loro celebre assunto gnomico per cui “un disco volante non può atterrare a Lucca”.
Insomma non è chiaro se l’editoria non sia stata capace di alimentare o invece di recepire una produzione italiana, ma è sicuramente vero che in Italia la fantascienza ha avuto un ruolo marginale, da amatori, da fandom. Questa perifericità ha avuto sicuramente un esito deteriore: escludendo di fatto la sciencefiction dalle letture mainstream, è come se si fosse deprivato l’immaginario italiano di una sua capacità di rovesciamento – la critica politica e sociale che è in fondo è il miocardio del sistema letterario fantascientifico.
Già nel 1982 il saggio Progress versus Utopia, or Can we Imagine the Future di Fredrich Jameson (Feltrinelli l’ha tradotto nella raccolta Desiderio chiamato utopia nel 2007) canonizzava questa percezione, sostenendo come la funzione della fantascienza fosse proprio quella di defamiliarizzare e ristrutturare l’esperienza del nostro presente. Perché allora – in mezzo a schiere di giornalisti che s’improvvisano romanzieri per raccontarci l’Italia di oggi, in una proliferazione pandemica di narratori sociologizzanti – nessuno prova a fare atterrare un alieno a Lucca? Oppure a Mondragone o a San Severo?
In realtà questo accade. Il libro italiano più bello degli ultimi anni in cui questa fantascienza homemade possiede questa capacità defamiliarizzante-ristrutturante è sicuramente Nessuno mi farà del male di Giacomo Monti: una serie di graphic-stories ambientate in una straniatissima provincia italiana in cui ogni tanto fanno la comparsa questi alieni modello anni ’50. Dal libro Gipi ha realizzato il film L’ultimo terrestre, che ha avuto la stessa (pochissima) fortuna di altri futuribili esperimenti italiani, tipo Tutta la conoscenza del mondo di Eros Puglielli, L’arrivo di Wang dei Manetti bros. o anche Beket di Davide Manuli.
Ma questo accade soprattutto nella recente narrativa italiana. In quella che si trova in rete, (da fantascienza.com a next-station.org, dove si ragiona ovviamente molto sulla contaminazione tra generi e tradizioni) ma anche quella meno che con un po’ di acutezza è riconoscibile tra il mainstream. Quasi fossimo stati oppressi da una bolla di realismo auto-rappresentativo (quanti romanzi di non-formazione precaria ci siamo ciucciati in questi ultimi anni, con quante famiglie disfunzionali abbiamo avuto a che fare, quanti noir nutriti di pseudo-inchiesta sono ammassati sugli scaffali delle librerie?), una sfida letteraria interessante sarà invece: come descrivere la fibra emotiva del nostro tempo senza dover rincorrere un calligrafismo fotografico?
Finalmente, si direbbe, questa fantascienza italiana homemade oggi è una sorta di letteratura della post-crisi. O come racconta il romanzo di Claudio Morici L’uomo d’argento, immagina come è il mondo dopo che è successo quello che è successo, ossia un disastro economico globale. Per Morici esiste un’unica roccaforte, dove poter tenere in vita una specie di civiltà in vitro di quella che è stata l’ultima stagione di una gioventù spensierata, libera, disinibita. La città senza nome assomiglia proprio a un’anonima periferia italiana, una Lucca qualunque appunto. E di città di provincia, Ascoli Piceno, Frosinone, Reggio Calabria è invece pieno Gli intervistatori di Fabio Viola, dove questi intervistatori sono delle strane presenze (forse aliene), che si manifestano solo attraverso voci metalliche per rapire personaggi senza arte né parte e sottoporli a spietati interrogatori. Anche per Fabio Viola sembra che l’Italia televisiva dei tg pieni di famiglie in crisi e immigrati negletti sia solo uno sfondo stremato e immobile, dal quale è nata una nuova razza capace di chiedere il conto a chiunque di anni di devastazione etica. Un’operazione simile di distorsione è riuscita a Tommaso Pincio con Cinacittà: qui l’ambientazione del futuro prossimo è una Roma colonizzata dai cinesi, ridotta appunto a una megaperiferia di un mondo civilizzato a cui ormai non apparteniamo più. Cosa che accomuna questi tre autori? Cos’è che li accomuna anche a altri come Laura Pugno con il suo Sirene o Marco Mancassola e La vita erotica dei superuomini che fanno la stessa operazione di “understatement” con l’immaginario dei fumetti (Pugno con i manga, Mancassola con la Marvel)? Cosa accomuna questi libri, una straordinaria capacità di mescolare i codici di derivazione pop con la conoscenza della fantascienza classica (dove per classica si intende anche cyberpunk, steampunk, connettivismo…), e il desiderio di reinventare uno stile neoralista italiano. Chissà se questa strana commistione porterà a una piccola tradizione; del resto è vero – pensiamo alla meteorica parabola anni ’90 del postumano – che le nostre idee di futuro invecchiano e muoiono più in fretta di quanto siano veloci le società tecnologiche a produrre aggiornamenti per i nostri device. Ma è pur vero che come è ovvio la fantascienza riesce a dirci molto di più su quello che siamo, piuttosto che su quello che saremo. E forse se oggi arrivasse un marziano a Roma, saremmo molto più benevoli e vogliosi di illusione di quanto fu Flaiano cinquanta anni fa.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
14 Commenti a “Marziani a Rionero in Vulture”
  1. davide calzolari scrive:

    “””del resto è vero – pensiamo alla meteorica parabola anni ’90 del postumano – che le nostre idee di futuro invecchiano e muoiono più in fretta di quanto siano veloci le società tecnologiche a produrre aggiornamenti per i nostri device”””

    ci hai preso davvero in pieno,mi ricordo di quando qualche critico e qualche scrittore allora in voga parlava di”sex appeal d’ell inorganico ,2a metà anni 90..madò sembran passati secoli e di tutta quell allure,con i problemi di oggi,non è rimasto nulla

    nb:ottimo anche il riferimento al film di Puglielli,un piccolo gioiello non troppo noto,purtroppo

  2. Diego scrive:

    Proprio interessante.
    Ricordiamo anche Il tornado di valle Scuropasso di Tiziano Sclavi, che secondo me è un grandissimo autore di narrativa, forse considerato poco letterario, ma a torto.

  3. Matteo Cafiero scrive:

    Ottimo articolo… Francesco Dimitri si è cimentato nel fantastico con Pan per Marsilio e poi nello steampunk, un genere in cui si combina il cyberpunk con la Londra Vittoriana con Alice nella Vaporità

    http://www.ibs.it/code/9788862562423/dimitri-francesco/alice-nel-paese-della.html

  4. valerio mattioli scrive:

    “entrate in una libreria, in una grande libreria, e domandate se hanno un reparto fantascienza”.
    Centrato in pieno: i reparti SF delle librerie (grandi, ma anche piccole) sono diventati nel migliore dei casi residui di scaffali malamente raggiungibili che si limitano a ospitare i soliti 4 titoli di rito (sostanzialmente gli autori che dici tu). Ma non è che horror e fantasy se la passino granché meglio. Né è un problema di soli autori italiani.
    E’ curioso come la sbornia sul “genere” che pure imperversò in anni non troppo lontani, alla fine a questo si sia ridotta. Un Dick per darsi un tono, un Tolkien quando esce Il Signore degli Anelli, un Martin quando in tv va Games of Thrones, e naturalmente un po’ di vampiri qua e là. Persino Lovecraft è tornato underground. Autori come Barker o Moorcock sono praticamente scomparsi. Un grande come Ligotti credo che nemmeno sia mai stato tradotto.
    L’unico genere ad aver (ahem…) “sfondato” in Italia è, guarda caso, il giallo – o noir, visto che a dire giallo i più si infastidiscono. Che è naturalmente il genere più “realista” di tutti. Anche alla luce di quanto scrivi tu, non credo che sia un caso.
    Evidentemente l’Italia è un paese sì strano, ma poco “weird”.

  5. davide calzolari scrive:

    “”Evidentemente l’Italia è un paese sì strano, ma poco “weird”.””

    applauso sincero per valerio mattioli

    andando un filo ot,ma manco troppo:

    beh,il giallo/noir/thriller italiano (ri?)nasce 15 o poco piu anni fa:in pratica il primo titolo che in classifica è”almost blue” di carlo lucarelli,poco piu di una sceneggiatura con qualche momento prosaico ben azzeccato

    ma “nasce” sulla scorta di un preciso momento socio-culturale,diciamo

    era gia qualche anno che al cinema imperversavano serial killer & storie weirdo si ma ambientate nella wilderness americana(provincia profonda,però, mica città come negli 80’s)come twin peaks prima e x- files dopo

    in italia,questi ingredienti c’erano poco(però di libri sui serial killer se ne fecero,provincialissimi,ma se ne fecero,me ne ricordo uno ababstanza potente ,ma stilisticamente teribbile,detto alla romanesca,come”ordine pubblico”di claudio camarca)e infatti i libri”di tensione” italiana si son poi buttati sul noir o sul giallo classico ammodernato

    infatti di li a breve,per un Lucarelli che ogni tanto andava nelle classifiche anche grazie al traino di un ben azzeccato programma tv,il passaparola dal 98 premiò Camilleri,che faceva dei gialli classici come impianto per quanto scritti in maniera singolare

    insomma,della produzione noir italiana vera e propria salverei solo “pericle il nero”di ferrandino,che è proprio letteratura tout court

    se domani il dibattito prosegue,spiegherò poi perchè secondo me negli “anni zero”,il noir/giallo/thriller italiano è stato un occasione sprecata,qualcosa avevo anticipato sulla bacheca fb del buon raimo

    saluti

  6. laura scrive:

    Mi scusi dottor Raimo, ma Rionero in Vulture cosa c’entra? Era così, tanto per dirne una?

  7. vittorio catani scrive:

    Articolo molto interessante. Quello che meraviglia è che esistano in libreria non pochi romanzi italiani di sf senza che nessuno o quasi degli “addetti” o insomma di coloro che frequentano l’ambiente ne sappia qualcosa (lo deduco dal fatto che frequento l’ambiente e nessuno mai ne ha parlato o scritto), tranne che per quelli di Wu Ming o di Ligabue, e qualcun altro. Ciò è a sua volta deleterio, anche per gli stessi scrittori, che perdono l’unico pubblico dal quale potrebbero ottenere parecchi altri lettori. D’altronde, anche se non conosco le IV di copertina dei libri in oggetto, sono pronto a scommettere che nella maggior parte dei casi la parola “fantascienza” viene accuratamente evitata e spesso il lettore occasionale, letta la IV, acquista il libro, mentre se leggesse “fantascienza” non terminerebbe di leggere neanche la IV. La fantascienza italiana invece esiste, e’ nata quasi contemporaneamente alla nascita della collana “Urania” e conta, in 60 anni di vita, numerosi autori non bravi ma bravissimi, alcuni dei quali hanno fatto in tempo a nascere, scrivere sf e morire, senza che nessuno (o quasi) al di fuori dell’ambiente sf abbia mai avuto modo di leggerli e apprezzarli e neanche di conoscerne il nome. Cito i due a mio parere più grandi, interessanti, innovativi: Lino Aldani e Vittorio Curtoni. Personalmente – sbaglierò – ma noto due elementi negativi in tutta la questione (ma occorrerebbe parlarne piu’ dettagliatamente): coloro che cercano l’editore non di “genere” guardano alla sf da edicola, o da collana specifica, con qualche remora. Quelli che scrivono sulle collane, se ne fregano della libreria e dell’editore non di genere, forse perche’ non osano buttarsi da sconosciuti in un mare sconosciuto, mentre sono ben conosciuti “in casa”. Una faccenda che si morde la coda. E d’altro canto riuscire a pubblicare su un “Urania” significa essere letti, in media, dai 6000 agli 8000 acquirenti: numeri che altrove sono solo sogni. Vorrei notare, peralto, che la sf scritta e pubblicata non in collane specializzate purtroppo soffre oggi di una grossa limitazione, che cresce sempre piu’. Non tutta la sf si può dare in pasto a chiunque, sarebbe il male peggiore. Ve lo immaginate uno Stross o un Sawyer o un Watson o un Greg Egan dati in pasto a chiunque? La sf e’ diventata (purtroppo) una narrativa “specializzata” e parla spessissimo un linguaggio del tutto incomprensibile al lettore medio “non addetto”, o che non conosca (per esempio) basilari elementi di fisica dei quanti etc. Quindi va pubblicata, inevitabilmente, in collane specializzate. Fuori di queste, puo’ funzionare solo una fantascienza “soft”, contaminata con il mainstream, che peraltro (ho verificato) non garba affatto agli “addetti” ma che personalmente non disprezzo affatto, anzi… Saluti a tutti

  8. marcello pecchioli scrive:

    Molto interessante l’articolo di Christian Raimo.Sono anni che sto cercando di capire perchè la fantascienza italiana è così sotto tono o quasi invisibile mentre, da un punto di vista cinematografico, è ritenuta un super-genere, in grado di sbancare i botteghini. Le cause devono essere molteplici e risalgono al tipo di cultura scolastica,su base crociana,gentiliana e idealistica, che tanti guasti e disastri deve aver prodotto in questi decenni alla cultura italiana umanistica; oltre al fatto che la fantascienza italiana sembra essere,eternamente succube e debitrice, da quella mainstream di origine anglo-sassone. E’ anche,desolatamente vero ciò che dice l’autore a proposito degli scaffali delle grandi e medie librerie nel reparto fantascienza, e devo dire che questo dato di scaffali sempre con gli stessi autori,moltiplicati e reiterati n volte,fa,davvero molta tristezza e fa pensare a qualche cosa come degli eterni fondi di magazzino e ad una storia umana,sociale,antropologica, che si è cristallizzata per sempre e giace negli scaffali come un fantasma di se stessa, libri-zombie che mettono sconforto. Ma questa incultura e trascuratezza verso un genere raffinato e di grande appeal,è un dato di fatto permanente e indelebile nel corpus della cultura italiana contemporanea o può essere modificato,come mi auguro,con l’introduzione di nuovi autori,nuovi formati,nuove tipologìe di lettura? Questa è la questione su cui vorrei che nascesse,non tanto e non solo, un dibattito per amatori,non siamo più ai tempi e ai dibattiti dileggiati da Moretti e da Fantozzi dei cineclub obbligatori, ma,piuttosto, questo tipo di critica sci-fi, dovrebbe portare ad una serie di pratiche e di contenuti, dirompenti,multimediali, all’interno di una nuova editorìa elettronica, ancora, a mio avviso, molto sguarnita, acerba e tutta da costruire

  9. zoon scrive:

    mi permetto di dissentire soltanto sul fatto che il connettivismo abbia status da classico della fantascienza: per fortuna è ancora avanguardia :)

    grazie per la citazione

  10. mario gazzola scrive:

    Concordo con Zoon (uno dei fondatori del ‘classico’ connettivismo) e aggiungo che tra la sf hard di Stros e Egan, quella italica di Aldani e Curtoni e quella ‘soft’ (vampiri e zombie da spiaggia) c’è molto: c’è Dario Tonani, l’horror/sf ibrido di Arona, Salvatori, il weird di Barone, ci siamo noi, i romanzi pubblicati (in ebook e carta) da Kipple (Alda Teodorani, i Baroncinij ecc), i numerosi italiani editi da Urania (De Matteo, Verso) e Urania Epix (subito affondata)… e, si parva licet, il “Rave di Morte” del sottoscritto (Mursia 2009, già sparito dagli spietati scaffali delle librerie ma ordinabile e reperibile).
    Il problema è che poca fiducia = poca promozione = nessuno conosce ‘sta roba e si continua a dire che la sf italiana “non esiste”, latita etc.
    Ma se latitasse proprio perché chi ne lamenta l’assenza manco la vede quando esiste?
    Smentitemi, ve ne prego: tra poco attendo il mio primo ebook “Crepe nella Realtà” (Alea), con 3 racconti weird inediti (in ita+eng), volete dirmi che continueremo ancora a “non esistere” mentre tutti attendono che noialtri si “atterri a Lucca”?!

  11. paolo durando scrive:

    Non solo la fantascienza italiana viene spesso data per morta, ma la fantascienza tout court. Qualcuno considera esaurita la possibilità stessa, oggi, di un’idea di futuro. A quelli come me continua a sembrare, invece, che la fantascienza metta in gioco l’immaginazione scientifica, sociologica, la nostra identità di specie in modo più radicale e creativo della letteratura mainstream. In una libreria in Francia ho avuto un’impressione, in effetti, ben diversa: molti autori, molte proposte, anche e soprattutto francofone, ovviamente. Chissà perché alla fine, in qualsiasi ambito, nel confronto con gli altri, risultiamo perdenti. Anche questo parla di un Pese fermo. L’Italia è andata avanti fino agli anni ’80, in molti campi, prima di arenarsi irrimediabilmente.

  12. Lukha B. Kremo scrive:

    Discorso lucido e documentato. Anzi pare che un romanzo di questo genere abbia più fortuna se decontestualizzato, come si vede dai tuoi esempi. Wu Ming, Evangelisti e altri si sono fatti un nome, al di fuori del genere. Il termine fantascienza, così genuinamente italiano, come dice Catani, allontana il lettore. Sono stati fatti tentativi per sostituirlo, ma inutilmente, e rassegnarsi a evitare un genere che parli di tecnologia e futuro fa solo male a bravi autori che ci sono in circolazione.
    Insomma, riprendiamo il nome fantascienza e convinciamo le librerie a sistemare questo povero scaffale!

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  1. […] fa Christian Raimo su minima & moralia si interrogava sulla salute della fantascienza italiana e dei suoi derivati. Da un punto di vista […]



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