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La vista da qui: divario digitale, divario culturale.

rise_of_mobile-1280x880In La vista da qui. Appunti per un’internet italiana dMassimo Mantellini (minimum fax), c’è un intero capitolo dedicato al tema del divario digitale in Italia, tema sempre più attuale e discusso. Lo pubblichiamo di seguito, e vi invitiamo a visitare online lo spazio creato da Mantellini per raccogliere racconti, frammenti ed esperienze su cosa sia internet oggi. (Fonte immagine)

 

Scendo dal treno e vado a trovare Cristoforo.[1] Cristoforo è il mago dei numeri, forse la persona che in Italia negli ultimi dieci anni ha guardato più spesso dentro la sfera di cristallo dell’accesso a internet, ne ha osservato i diagrammi e le curve, ha provato a immaginarne le tendenze. A mezzogiorno in punto suono il campanello e lui al citofono mi risponde: «Sei puntuale come la morte». Cristoforo sa cose che né io e né voi sappiamo sui motivi per cui il nostro paese è stabilmente in fondo alle classifiche europee dello sviluppo tecnologico, della banda larga, dell’utilizzo di internet nelle scuole, nelle amministrazioni pubbliche, ovunque.

Mentre io in questi anni osservavo internet e i suoi utenti da dietro lo schermo del mio computer, sperando che anche loro sognassero le medesime cose che sognavo io, Cristoforo guardava le tabelle col distacco dell’economista, confrontava curiose torte colorate e si occupava di altre questioni bizzarre. Oggi, in questo ufficio nel centro di Roma, disegna assi cartesiani uno sotto all’altro su un foglio bianco: io, per non essere da meno, scarabocchio brutti petali di fiore mentre discutiamo di quanto sia piccola e modesta la internet italiana.

I numeri per me non sono così importanti, quando proprio non posso evitarli li cito con infastidita vaghezza. Tuttavia in questo caso è impossibile non parlarne. Secondo le ultime statistiche ufficiali disponibili, la percentuale di famiglie italiane dotate di accesso a internet è di oltre venti punti inferiore alla media dei paesi più avanzati con i quali siamo soliti confrontarci (il 69% in Italia contro l’88% della Germania e della Gran Bretagna, il 93% della Danimarca e della Svezia, l’82% della Francia); siamo fra gli ultimi nell’Europa a 28 sia come accesso sia come frequenza d’uso, peggio di noi fanno solo Bulgaria, Romania, Portogallo, Lituania e Grecia; dal 2006 a oggi siamo cresciuti meno di quasi tutti gli altri. Abbiamo poi i peggiori numeri per l’e-government di tutta Europa (a parte la Romania) e anche nel numero di collegamenti broadband siamo nel gruppo dei peggiori. Infine, ciliegina sulla torta, ben il 34% degli italiani dichiara di non aver mai utilizzato internet in vita sua.[2]

Questa débâcle digitale si potrebbe spiegare più o meno così: per un certo numero di anni, verso l’inizio del nuovo secolo, complice lo sviluppo delle connessioni broadband, il calo dei prezzi e il passaparola, sono approdati alla rete gli italiani che provavano verso internet una qualche forma di interesse. Qualche anno prima, nella seconda metà degli anni Novanta, erano già arrivati gli utenti maggiormente motivati, gli impallinati, gli universitari e i nerd, quelli che conoscevano un po’ di inglese, quelli che amavano i computer già prima che qualcuno riuscisse a collegarli tutti assieme, quelli che sapevano cosa fosse Gopher.[3]

Poi a seguire si sono accodati anche gli altri: quelli che avevano la fidanzata in Finlandia con un indirizzo email al quale si poteva scrivere, quelli che in rete c’è tutta la musica del mondo senza pagare, quelli che con Skype saluto i nipotini in Australia, quelli che forse smetto di fare la fila alle Poste, quelli che mi piace aggiornare Wikipedia, quelli che mi piace sabotare Wikipedia, quelli che leggo il New York Times che è in rete gratis, quelli che Playboy ha un sito web, quelli che ho trovato un sito di ricette fantastiche, quelli che ho aperto un blog, quelli che ho chiuso il blog tanto non lo leggeva nessuno, quelli che la mia band suona su MySpace.

La fase di ascesa, guidata da «quelli che», come sempre avviene nelle curve di adozione tecnologica, dopo un periodo imperioso si è prima attenuata e poi affievolita fino a raggiungere un sostanziale equilibrio. Oggi siamo al punto in cui chi doveva collegarsi si è collegato mentre tutti gli altri, che sono parecchi, sono lì che non sanno bene cosa fare. O meglio, lo sanno benissimo, anche se a noi non piace neanche un po’.

In ogni caso la curva di adozione che Cristoforo disegna davanti ai miei occhi è stata influenzata – e questo lo abbiamo compreso con ragguardevole ritardo – nella sua parte più ripida e iniziale da quello che i tecnici chiamano digital divide infrastrutturale, vale a dire la mancanza delle condizioni tecniche sufficienti per connettersi a internet in maniera utile.

Mentre noi, accecati dall’ottimismo sciocco della tecnologia buona e giusta, ci battevamo a colpi di fiere invettive affinché aziende delle telecomunicazioni e governi si adoperassero per portare la banda larga in tutto il paese, come se l’infrastruttura disponibile e funzionante fosse condizione sufficiente, in realtà stavamo sottovalutando l’aspetto determinante di tutta la faccenda.

Quando la curva di Cristoforo ha cominciato a farsi piatta (se non pure discendente come sembrano indicare gli ultimi dati disponibili), lì sono cominciati i guai. E i guai attuali, noi, da qualche tempo, abbiamo iniziato a chiamarli «divario culturale»: ossia il mancato interesse nei confronti della connessione a internet basato su motivazioni individuali. Un disinteresse ampio che, in una qualche percentuale, nasconde una non dichiarata difficoltà di comprensione o utilizzo del mezzo, ma che, nella maggioranza dei casi, non è altro che un autentico sentimento di estraneità. Perché – si chiedono milioni di italiani – dovrei utilizzare questa cosa di cui non sento il bisogno?

Sono arrivato qui pensando che il divario culturale sia un’anomalia italiana; Cristoforo pensa che si tratti invece di un tema legato almeno in parte al nostro essere abitanti del Sud Europa, anche se i numeri italiani sono peggiori di quelli spagnoli e inutilmente paragonabili a quelli di una Grecia in grave crisi economica.

Internet in ogni caso è stata per molto tempo quasi solo lettura e scrittura. Le pagine web erano parole su uno schermo, da leggere o comporre, e noi siamo una nazione che da sempre non legge e non scrive. Come dire che nei confronti della internet testuale del primo periodo pativamo anche una sorta di tara originaria. Tuttavia non è stata solo questa la ragione. Perché poi è arrivato YouTube e sono esplose le piattaforme sociali, che in un paese come il nostro hanno riscosso enorme successo, e qui forse tutto è diventato ancora più confuso.

Sono venuto a chiedere conferma del fatto che l’unico exploit tecnologico italiano degli ultimi decenni sia stato quello legato negli anni Novanta alla telefonia mobile, e che questo forse abbia distratto l’homo technologicus italicus dall’interesse per tecnologie più innovative a favore di prodotti con un design più accattivante, ma Cristoforo dice che – secondo lui – le cose non sono andate così, che queste motivazioni non sono sufficienti per la nostra Caporetto internettiana.

Su una cosa invece siamo d’accordo da subito: è vero che non ci sono grandi speranze, il nostro è un paese spezzato in due dall’ufficio anagrafe e dall’aumento dell’età media. Un luogo nel quale gli anziani che accedono a internet sono una sparuta pattuglia, con il restante 90% ben difficilmente recuperabile. Così come è vero che il divario culturale, il rifiuto della rete, ha colonizzato in questi anni i luoghi del potere, le stanze del Parlamento, migliaia di uffici centrali e periferici: ma anche le redazioni dei giornali, i talk show televisivi, le scuole, le cerchie degli intellettuali… Anche questa cattiva fama, così ampiamente seminata, ha avuto un ruolo. Forse piccolo, forse non fondamentale, ma si è trattato di una fama malevola, alimentata con regolarità lungo un periodo di tempo molto lungo. La goccia della internet cattiva e pericolosa ha scavato la roccia delle coscienze di molti, specie di quelli che internet non la conoscevano. Molti di costoro oggi non sanno e non vogliono sapere cosa sia la rete. Come per il critico letterario nella citazione di Manganelli, il sentimento di precauzione vince su tutto e poco importa se esiste anche solo una possibilità che quella stessa preoccupazione sia campata in aria o basata sulla somma di pregiudizi altrui.

Se la traiettoria racchiusa nei disegni di Cristoforo è la storia di un decennio di accesso a internet in Italia, manca a questo punto la parte più importante, quella che riguarda il dopo, il che fare e il come farlo e anche, forse, subito prima, il se valga la pena farlo oppure no.

Ma ne vale la pena?

In questo momento in Italia esiste un muro altissimo fra chi vuole e chi non vuole utilizzare la rete. Se decidessimo di occuparci dei temi economici dovremmo dire che questa polarizzazione fra connessi e disconnessi crea un grave danno finanziario al paese intero. Lasciamo perdere il commercio elettronico, tutto l’indotto digitale (app, programmazione, database, siti web, ecc.) e un mucchio di altre cose, pensiamo invece per un attimo all’amministrazione pubblica che giusto in questi mesi in Gran Bretagna è diventata digital by default, vale a dire «digitale prima di tutto». Qualsiasi pratica fra cittadino e Stato passa prima da internet che da qualsiasi altro luogo. Questa scelta crea risparmi notevoli per la comunità a patto che l’adozione digitale sia ampia (in Gran Bretagna circa nove cittadini su dieci hanno accesso a internet) e non costringa a grandi duplicazioni di servizi e risorse. Ci saranno – è vero – soldi e attenzione da dedicare a quel cittadino su dieci che non è connesso e che non può essere lasciato indietro, ma nel complesso si sta sostituendo un apparato molto costoso con uno più leggero, dinamico ed economico. Cosa succederebbe se da noi si tentasse un percorso analogo? Quando accadrà (lentamente sta già accadendo), probabilmente dovremo duplicare i servizi perché un italiano su due (quasi) non è un cittadino digitale.[4] In alternativa si potrebbe immaginare una serie di piccole spintarelle digitali (quelle che Cristoforo chiama «l’innovazione spintanea») per costringere, nella maniera più amabile fra quelle possibili, i cittadini recalcitranti a connettersi.

E se anche non fosse per ragioni economiche, che ai nostri occhi di umanisti da cartoleria suonano così volgari, varrà la pena farlo per il valore sentimentale del nostro essere connessi. Non una cosa eterea e senza spessore, ma l’essenza stessa della nostra propensione a essere persone simili e vicine l’una alle altre.

Vale la pena essere connessi, anche iniziando oggi, perché se dieci anni fa l’asticella dell’accesso era molto alta, le cose da allora sono cambiate: la tecnologia è più semplice, l’arcobaleno di cose da fare in rete scintillante e alla portata di chiunque, anche di quelli che non leggono un libro da decenni. Internet non è più (solo) la biblioteca di Alessandria ma è anche la piazza, le chiacchiere, il luna park per i bambini: il filo diretto con il mondo intorno.

Alcuni pensano che dentro questa specie di missione che ci siamo dati in favore dell’alfabeto telematico alberghi una spocchia da iniziati, il sentimento di superiorità di chi pretende di indicare il percorso, la presunzione intellettuale di chi si è già attrezzato per il futuro e si mostra ora benevolmente disposto a indirizzare gli altri. Io non credo che sia così, sono invece convinto che ne valga la pena per una ragione più semplice e meno tronfia: se internet ha migliorato la mia vita, sarei felice che fosse capace di migliorare anche la tua. È questo l’umanesimo da cartoleria di cui dicevo poco fa, una sorta di semplificazione provinciale di cui mi sentirei di essere orgoglioso. Un sentimento che ha tracciato una traiettoria lunga ormai decenni fin dai tempi delle (mie) scuole superiori: ho ascoltato una canzone bellissima, ascoltala anche tu, dimmi cosa ne pensi. Se ti piacerà come è piaciuta a me io ne sarò contento. Quindi ok, ne vale la pena, nessuna coercizione nei confronti di nessuno: ora resta il cosa fare e il come farlo.

Voce del verbo fare

Intanto dobbiamo rassegnarci: nessuna o quasi fra le azioni che potremmo intraprendere già domani per ridurre il divario culturale darà i suoi frutti in tempi brevi. Più i problemi sono radicati e profondi più le attese soluzioni richiederanno ampi intervalli di incertezza.

Paradossalmente una delle prime cose che andrebbero fatte sin da domani non ha a che fare direttamente con il divario culturale; e questa, se non altro, è una constatazione curiosa. Fino a poco fa abbiamo detto che il problema principe è stato in questi anni lo scarso desiderio dei cittadini di essere in rete, e ora scopriamo che la prima cosa concreta che si potrebbe fare è occuparsi dell’infrastruttura di rete. Eppure è proprio così: abbiamo bisogno di superare e integrare i piani di business delle compagnie telefoniche, dobbiamo insistere perché la politica riacquisti il ruolo, che le deve essere proprio, di governo dello sviluppo tecnologico. Dovremmo farlo per una sola ragione: perché il mercato, se mai ha avuto aspirazioni in tal senso, ha fallito. Lo ha fatto per una contingenza che è perfino banale ricordare: gli interessi delle società di telecomunicazioni spesso non sono quelli dei cittadini. Per esempio negli ultimi anni le telco hanno investito molto nelle reti mobili (prima col 3g e poi con lte [5]), pagando a caro prezzo le licenze per le frequenze e superando mille ostacoli normativi (alcuni dei quali tipicamente italiani), mentre sono state molto più dubbiose nei confronti della banda larga su rete fissa. Una scelta certamente ragionevole nell’ottica del business (il traffico mobile è più redditizio di quello fisso e richiede complessivamente meno investimenti strutturali) e anche prudente e saggia da molti punti di vista; una scelta, tuttavia, di segno opposto rispetto all’interesse generale.

Possiamo fare di questo una colpa alle compagnie telefoniche? No, non possiamo. Possiamo incolpare di questo mancato orientamento l’abulia decisionale della politica? Certamente sì.

Se sposiamo l’idea secondo la quale l’accesso alla rete è un punto di svolta della nostra crescita, non solo economica ma anche sociale e culturale, allora appare evidente come simili scelte di sistema non possano essere lasciate interamente a soggetti che hanno interessi privati. Se le cose stanno così e se lo Stato non può influenzare direttamente le scelte strategiche dell’industria delle telecomunicazioni, c’è una sola cosa che può fare: incentivare servizi che ritiene prioritari e che invece le telco considerano poco remunerativi. Come? Pagandoli di tasca propria.

Questi servizi oggi sono solo due: la copertura delle aree ancora non raggiunte dal broadband e la costruzione di una rete in fibra ad alta velocità. Abbiamo bisogno di meno denari da assegnare ad altre infrastrutture e di più risorse per la rete internet là dove la rete manca o va ammodernata. Questo fino a oggi quasi non è stato fatto, se si eccettuano alcuni progetti recenti, specie al Sud, legati alla disponibilità di fondi europei. E invece sarebbe la cosa a cui dare la priorità. Meno grandi opere, più cavi sottili.

A differenza di quanto sostengono alcuni autorevoli esperti di tecnologia, l’infrastruttura deve precedere l’offerta, e questo per una ragione fondamentale: molti degli utilizzi delle reti trasmissive ad alta velocità sono oggi difficili da immaginare. Saranno gli utenti che se li inventeranno domani. Dovremmo smetterla di sentirci tanto superbi da voler indovinare il futuro. Il futuro è complicato, fuori dalla nostra portata e sovente usato come alibi. Le dissertazioni odierne sul «a cosa ti servirà mai una connessione a un gigabit» assomigliano enormemente a certe imbarazzanti affermazioni sulla prevedibilità del futuro tecnologico. Domani forse ne sorrideremo ma quando questo accadrà probabilmente sarà troppo tardi.

Chiusa la parentesi «infrastruttura», il nodo cruciale della lotta prossima ventura al divario culturale è la scuola. Un decennio fa ci si inventò lo slogan delle 3 i (Inglese, Impresa e Internet), una specie di furbo vademecum per una scuola nuova e al passo con i tempi. Era il 2003 e la riforma prendeva il nome dell’allora ministro dell’Istruzione Letizia Moratti. Sembra passato un secolo. Come spesso avviene da noi il progetto iniziò e finì con quella evocativa definizione. Quel governo non fece nulla per internet; un suo omologo qualche anno dopo ridusse le ore di inglese nelle scuole italiane. Per il resto ci si occupò forse di qualche impresa, meglio se pescata fra quelle vicine al presidente del Consiglio di allora.

Resta il fatto che il punto di partenza era quello giusto: per interrompere la nostra allergia nazionale alla tecnologia e a internet anche oggi, come dieci anni fa, dobbiamo partire dalla scuola e strutturare un’agenda didattica adeguata ai tempi.

Ora, prima di provare a immaginare esattamente cosa sarebbe il caso di fare in concreto nelle scuole dei nostri figli, sono costretto ad aprire una parentesi su una delle definizioni meno esatte che abbiamo molto utilizzato in questi anni, contro la quale, prima o poi, ci toccherà andare a sbattere: quella di nativo digitale.

Sui nativi digitali

I nativi digitali sono una categoria del pensiero. Nostro però, di persone che non sono nate digitali e che lo sono in qualche maniera diventate. Nativo digitale è anche una definizione sociologica vaga che abbiamo importato dal mondo anglosassone caricandola di molti significati che non intendeva avere. Uno su tutti: quello secondo il quale, dal momento che i nostri ragazzi crescono circondati dalle tecnologie, acquisiscono per osmosi una competenza profonda al riguardo. Detto in altre parole, il nativo digitale, diversamente da noi, nasce imparato: immerso com’è nella tecnologia, non avrà alcun imbarazzo a utilizzarla nel modo migliore e più proficuo.

Chiunque abbia figli adolescenti o frequenti per qualche ragione le aule delle università o delle scuole superiori sa perfettamente che una simile definizione è del tutto priva di senso. Fatta salva una vicinanza epidermica alle tecnologie, i ventenni di oggi non sono troppo differenti da noi. Soffrono meno di noi le barriere di ingresso alla tecnologia, ma l’utilizzo che decidono di farne è spesso, purtroppo spessissimo, adeguato al contesto di divario culturale nel quale sono immersi.

Un aspetto importante legato al nuovo ecosistema digitale che i ragazzi nati dopo il 1990 si sono trovati di fronte è quello dell’impacchettamento tecnologico: mi riferisco alla disponibilità sul mercato di strumenti tecnologici le cui caratteristiche di utilizzo sono state definite in maniera molto chiara e spesso insuperabile in sede di progettazione. A differenza di quanto capitava a noi semplici «immigrati digitali» in passato, le tecnologie attuali – contenute negli smartphone e nei tablet che i nativi digitali dominano con tanta maestria – sono molto spesso chiuse e pronte all’uso. Terminati i tempi dell’informatica per smanettoni, quando i pc potevano essere assemblati, smontati e aggiornati da chi li usava, i nuovi device suggeriscono un’idea di libertà preconfezionata. Questo contesto è di per se stesso un freno alla crescita culturale degli utenti, il cui unico percorso formativo nei confronti della tecnologia sarà quello di imparare a orientarsi dentro un giardino che qualcuno ha precedentemente recintato. Ciò vale in special modo per alcuni ambiti di rete. All’interno di questo mimetismo intenzionale, internet può ridursi a Facebook, gli strumenti di controllo potranno essere celati con maggior facilità, e le politiche di indirizzo economico verranno raccontate senza troppe difficoltà come nuove frontiere della libertà di espressione. Tale aspetto rende i nativi digitali intrinsecamente più deboli nei confronti della tecnologia rispetto a chi li ha preceduti, perché la mancanza di consapevolezza, l’assenza di un percorso di formazione impedisce loro in molti casi di sviluppare personali sensibilità e competenze verso i device che utilizzano. È quindi facile comprendere come l’assioma, in Italia molto invalso, secondo il quale i nostri ragazzi potrebbero essere la leva per ridurre il divario digitale degli adulti è il racconto di una debolezza che si illude di curarne un’altra, forse più grave, ma dello stesso segno.

Perché i nativi digitali diventino veramente la molla del cambiamento sociale dovremo costruire attorno alla loro confidenza con la tecnologia un sistema didattico che li aiuti a comprendere la tecnologia; un piano culturale tutto da immaginare che allo stato manca completamente e del cui bisogno, incredibilmente, quasi nessuno parla.

A scuola, di nuovo

Quindi i nativi digitali non esistono, ma esistono ragazzi svegli che avrebbero bisogno di una scuola nella quale si parli delle cose della loro vita. Come un tempo esistevano le ore di educazione civica [6] (che tutti noi vivevamo come un intervallo di barbosa decompressione), oggi sarebbero molto utili ore di lezione in cui si impari l’abc digitale. L’universo di rete è straordinariamente complesso e pieno di sfaccettature: abbiamo bisogno che i nostri ragazzi affrontino una simile complessità e si attrezzino per decodificarla con rigore come Umberto Eco si attrezza con un libro per ristimolare la memoria.

Molti corsi di studi in tutto il mondo si aggiornano, inserendo nella didattica la programmazione e i suoi linguaggi; ma questo è solo un aspetto del problema ed è quello di cui tipicamente si occupano i sistemi educativi diversi dal nostro, molto centrati sulle materie scientifiche. A Londra ci sono alcune scuole private dove fin dalle elementari ai bambini vengono servite matematica, fisica e informatica e poco altro. Le frequentasse mia figlia non sarei contento. Per antico vizio io vorrei anche che imparasse a memoria le poesie di Ungaretti. E questo non è un altro discorso.

Ma se la scuola è la nostra grammatica del mondo, allora oggi internet deve essere compresa al suo interno nel doppio ruolo di fonte didattica e di linguaggio da imparare. Insegnare attraverso internet è un passaggio inevitabile della scuola di domani: alcuni solitari eroi lo stanno facendo già ora senza che nessun ministro glielo abbia imposto.

La dotazione minima per iniziare non è nemmeno sconvolgente: un notebook, una connessione internet e un videoproiettore, perché la rete diventi il libro di testo sfogliato dall’insegnante dentro una nuova lavagna senza ardesia. Immagini, testi, poesie, i filmati storici, la musica del mondo, ognuna di queste informazioni può uscire dalla rete per raggiungere i nostri ragazzi condotti per mano dai loro insegnanti; e se quel giorno durante la lezione di geografia si parlerà di Parigi o di Vienna, sarà possibile passeggiare nelle vie del centro [7] o osservarla dall’alto o guardare immagini della torre Eiffel in costruzione. O ascoltare Édith Piaf che canta «La Marsigliese». E poi magari vedere Marsiglia, e poi e poi e poi.

Mentre gli insegnanti gli mostreranno il mondo in questo modo nuovo e affascinante, i ragazzi, i cosiddetti nativi digitali, esperti di Instagram e Snapchat, potranno allenarsi a riconoscere i linguaggi della rete, a evitarne le trappole, a fidarsi delle migliori fonti. E a scrivere loro stessi quella rete che, a differenza dei vecchi libri di testo, non è immobile e granitica ma aperta al talento e al cambiamento. Anche al loro personale contributo, quando e se decideranno di indirizzarlo da quelle parti.

Internet a scuola è una scommessa a lungo termine, centrale e difficilissima per mille ragioni note. Ma è anche l’unica concreta possibilità di uscire dall’isolamento culturale nel quale ci siamo volontariamente rinchiusi. A questo, se tutto andrà bene, potrà seguire il resto. Si annacqueranno il biasimo degli intellettuali, le articolesse indignate dei prestigiosi quotidiani, le alte grida dell’associazionismo conservatore. Oppure le ascolteremo ancora ma sarà il suono in lontananza del pazzo, la litania della beghina alla quale nessuno presta più attenzione perché, nel momento in cui il mistero doloroso della internet cupa malvagia e soprattutto inutile viene rivelato e mostra la propria inconsistenza, tutto finirà per adagiarsi nella sua placida normalità.

I libri elettronici, che sono stati al centro delle discussioni e delle polemiche sulla scuola digitale in questi ultimi anni, quelli, poi, magari verranno. Ma è evidente che non sono i libri in questa fase il nostro problema. Non lo sono stati fin dall’inizio: l’accelerazione modernista del ministro dell’Istruzione Profumo, che voleva portare in tempi rapidi gli ebook in scuole nemmeno connesse a internet, era un’assurdità di vaste dimensioni. E in ogni caso la scuola non è i suoi libri (come direbbe Luca De Biase, autore della nota frase «i giornali non sono la loro carta»).[8] Ridurre l’innovazione didattica all’adozione di nuovi oggetti in forma di libro (più leggeri e dotati di schermo) e nuovi formati (con contenuti molto simili e affidati ai medesimi intermediari) era un’altra maniera per continuare a ragionare come in passato dopo essersi rapidamente cambiati d’abito.

Partire dalle scuole significa per ora collegarle a internet e riporre fiducia nello spirito costruttivo e nella fantasia degli insegnanti e, possibilmente, del legislatore. Trovare un governo delle 3 i (uno qualsiasi) disposto ad andare oltre gli slogan per spendere soldi per l’innovazione a scuola e per premiare come merita chi, durante l’ora di geografia, non segnerà più con l’asta di legno la carta plastificata dell’Europa politica indicandoci dove sia Parigi e raccomandandoci di studiarla su una scheda fotocopiata male, ma porterà a spasso gli alunni con Street View per Rue de Seine a sbirciare le vetrine delle gallerie d’arte e poi giù in fondo fino alla Senna. E poi, guardate, lo vedete il Louvre di là dal fiume? La vedi Notre-Dame laggiù a destra su quella specie di isola?

In tutta questa idea di rivoluzione scolastica è evidente che gli insegnanti rappresentano il tessuto connettivo sul quale sarà necessario appoggiarsi. Personalmente sono assai dubbioso sul fatto che il passaggio verso una scuola digitale possa avvenire attraverso un processo di alfabetizzazione rigidamente imposto ai docenti. Vale per loro, esattamente come per qualsiasi altra categoria lavorativa, l’incombente problema del divario digitale, poiché è ovvio che dentro quel 40% di italiani che non accedono alla rete sarà possibile trovare anche un numero abbastanza cospicuo di insegnanti. Anche in questo caso le imposizioni rigide verso l’utilizzo delle tecnologie nell’insegnamento rischiano di determinare fenomeni di rifiuto più o meno organizzati. Forse il percorso giusto potrebbe essere quello di immaginare una serie di imposizioni deboli legate alla «innovazione spintanea» ma, soprattutto, meccanismi di incentivazione anche economica ai nuovi maestri digitali. Esiste un’agenda digitale che passa per la scuola e che deve organizzarsi per riconoscere, premiare e incentivare le buone prassi: compito dello Stato è stabilire quali siano (non è per nulla scontato che una simile idea di didattica digitale sia ampiamente accettata) per poi creare un percorso preferenziale per i migliori fra i nostri insegnanti, suggerendo allo stesso tempo ad altri di seguirne l’esempio.

L’incastro complicatissimo tra infrastrutture scolastiche in muratura e digitali, formazione e nuove prospettive dell’insegnamento, dotazione tecnologica e criteri di accesso ai contenuti, è una delle assolute priorità del paese. Lo so, si dice sempre così, per tutto, eppure forse oggi davvero è giunto il momento in cui occorre uscire dalla banalità di una simile frase per iniziare a valutarne con esattezza il peso. Dobbiamo trasformarci in Nick Hornby e iniziare a fare una lista delle dieci cose più importanti per noi.[9]

La rivoluzione digitale del nostro sistema scolastico è in cima a questa benedetta lista, viene prima di mille altre emergenze e deve essere affrontata subito, sapendo che è un tema a lungo termine. Il divario culturale nel quale siamo precipitati è oggi la ragione principale per cui questo paese è sull’orlo dell’abisso. Continuare a parlarne e basta non ci aiuterà.

 


[1]. Cristoforo Morandini, associated partner di Between S.p.A., responsabile dell’Osservatorio Banda Larga; il suo blog è www.cristoforomorandini.com.

[2]. Dati Eurostat, riferiti all’anno 2013. (http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/4-18122013-BP/EN/4-18122013-BP-EN.PDF)

[3]. Gopher è un protocollo di rete che prevede l’organizzazione dei contenuti di un server secondo una struttura gerarchica. Creato nel 1991 da Mark McCahill e Paul Lindner dell’Università del Minnesota, deve il suo nome a uno dei suoi creatori, Farhad Anklesaria, che si è ispirato al roditore mascotte dell’università. (Fonte: Wikipedia)

[4]. Secondo l’indagine Eurostat sopra citata, il 69% delle famiglie italiane dispone di un collegamento a internet, ma il 52% degli individui vi accedono tutti i giorni e il 2% non tutti i giorni, ma almeno una volta la settimana; in pratica, meno del 60% degli italiani usa internet con qualche regolarità.

[5]. L’acronimo lte sta per Long Term Evolution: si tratta dell’evoluzione tecnologica per gli accessi in larga banda mobile delle tecnologie 3g. Per ragioni di marketing molti operatori telefonici usano oggi per le loro offerte commerciali lte la denominazione 4g.

[6]. Introdotte da Aldo Moro nel 1958, le ore di educazione civica comprendevano lo studio delle forme di governo di una cittadinanza ed erano riservate agli studenti delle scuole medie e superiori. Due ore al mese obbligatorie, senza valutazione, affidate all’insegnante di storia. Furono eliminate dai programmi didattici nel 1990 in tempi di iniziale ristrettezza dei fondi per la scuola pubblica.

[7]. Scrive sul suo blog Davide Profumo, che insegna in un liceo sul lago d’Iseo: «Perché per fare geografia a me serve una connessione all’internet; perché mi servono le immagini e il web è pieno di immagini; e Google mi trova tutte le immagini che voglio, quando le voglio; e in più c’è anche Google Maps, che mi fa andare in giro nei posti che sto spiegando proprio come se fossi nei posti che sto spiegando: e allora io prendo i miei alunni e li porto un po’ in giro per le strade di Parigi (visto che è di Parigi che stiamo parlando, in questi giorni: è questa la notizia), e li porto a vedere Rue Sufflot, che mi piace tanto, e l’isola di Saint-Louis in mezzo al fiume, e i giardini del Lussemburgo, e il Beaubourg, e naturalmente Place des Vosges, che è una delle piazze più belle del mondo, e tutto questo, insomma, posso farlo solo perché nel laboratorio di chimica e c’è la Lim, e c’è la connessione, e c’è Google Maps. E mi pare che funzioni, e lo faccio da un paio di anni ormai (anche se nessuno lo sa e a nessuno importa niente che io lo faccia, ovviamente)». (http://sempreunpoadisagio.blogspot.it/2012/03/la-notizia.html)

[8]. Luca De Biase, «Il giornale non è la sua carta», in Problemi dell’informazione, 2009, numero 3-4 (http://blog.debiase.com/paper/giornalisti-innovatori/).

[9]. Nel romanzo di Nick Hornby Alta fedeltà (Guanda, Milano 1996) i protagonisti elencano spesso le loro «top five», classifiche sugli argomenti più vari come libri preferiti, dischi preferiti, film preferiti.

Commenti
16 Commenti a “La vista da qui: divario digitale, divario culturale.”
  1. RobySan scrive:

    La semplice ricerca di informazioni personali su sito INPS o dei cedolini stipendio sui siti ASL non funziona cinque volte su dieci. Sono io che non sono abbastanza connesso (del resto è connesso solo il 69% di me!) o a qualcuno non gliene frega granché di fare ben funzionare le cose? Del resto anche i siti “commerciali” italiani sono uno strazio, nella maggior parte dei casi: cerchi informazioni, prezzi, datasheet ecc. e alla fine devi telefonare. Tanto è se hai trovato il numero di telefono sulla homepage. Non è che ci si son messi in troppi, e troppo improvvisati, a fare i webmaster?

    P.S.: “…a evitarne le trappole, a fidarsi delle migliori fonti…“: questo è un fatto di cultura generale, non di cultura della rete: cadevano le nostre zie nelle trappole dei fotoromanzi d’appendice, le nostre mamme in quelle della pubblicità; cadono i nostri sprovveduti figlioli nelle trappole del web. Per le stesse ragioni: le illusioni di semplificare e di poter trasformare la vita in sogno leggiadro.

  2. pierfranco scrive:

    «In questo momento in Italia esiste un muro altissimo fra chi vuole e chi non vuole utilizzare la rete». L’estratto dal libro rivela a mio parere una certa difficoltà nell’elencare motivazioni forti, oggettive, basate su dati, per convincere gli italiani che non usano Internet. Propone l’esempio dei risparmi di una P.A. che potrebbe essere tutta digitale: anzi no, niente risparmi, perché vista la situazione ci vorrebbero servizi doppi: per connessi e per non connessi. Ma anche a voler ammettere di riuscire a rendere residuali i servizi che sarebbe necessario mantenere per i non connessi, il punto è che i servizi della P.A. digitale sono belli quando permettono di evitare code, non perdere tempo, grazie alla disponibilità di sportelli elettronici aperti 24h/24h e 7g/7. Ma tutto questo ha un prezzo: parte dei costi vengono ribaltati sul cittadino che deve acquisire certe competente (come? da solo? questo è un problema mai affrontato), pagarsi una connessione Internet, un computer, mantenerlo, pagarsi una stampante per tutto ciò che sarà necessario stampare, imparare a fare backup dei files e dotarsi degli strumenti per farlo. Considerato tutto questo, davvero sembra possibile convincere un numero sempre più elevato di persone anziane, tenendo anche conto poi della maggiore debolezza economica e culturale (in termini di livelli di istruzione) del Sud? Il ricorso finale dell’autore al discorso sentimentale e al convincimento personale indebolisce ulteriormente il discorso: «il valore sentimentale del nostro essere connessi. Non una cosa eterea e senza spessore, ma l’essenza stessa della nostra propensione a essere persone simili e vicine l’una alle altre. […] sono invece convinto che ne valga la pena per una ragione più semplice e meno tronfia: se internet ha migliorato la mia vita, sarei felice che fosse capace di migliorare anche la tua». C’è un certo scompenso tra i dati riportati inizialmente, i confronti europei, l’allarme sul declino, e poi l’uso di toni più adatti al semplice proselitismo, non a un saggio lucido, oggettivo che vuole parlare di danni economici e mostrare le cause profonde del declino. È troppo predominante il tono personalistico e in questo si avverte ancora prevalente l’entusiasmo dell’early adopter, di chi fin dall’inizio nutriva, come si legge, «l’ottimismo sciocco della tecnologia buona e giusta». Ma l’aspetto forse meno convincente di questo genere di saggi è quello di continuare a vedere Internet con l’ottica dell’early adopter senza confrontarsi con quello che è successo negli ultimi 15 anni dal punto di vista economico. Per es. riportando quello che si leggeva su Panorama della scorsa settimana: Internet distrugge più posti di lavoro di quanti ne crei di nuovi. E si citavano le ricerche dei due economisti Erik Brynjolfsson a Andrew McAfee della Sloan school of management del MIT di Boston: dal 2000 negli USA la curva della produttività cresce impetuosamente mentre quella dell’occupazione di affloscia. È confrontandosi seriamente con questi fenomeni che saggi come quello di Mantellini continuano a sembrare figli dell’«ottimismo sciocco della tecnologia buona e giusta». Le questioni sono molto più complesse e servono altri tipi di saggi e analisi per affrontarle come andrebbero affrontate. Le posizioni di un Jaron Lanier appaiono ben più adatte alla complessità dell’oggi, alle contraddizioni. Queste per lo meno sono le considerazioni che suggerisce la lettura dell’estratto presentato qui. Se poi il saggio continuasse con analisi più lucide, oggettive e soprattutto se si confrontasse con il problema enorme della riduzione di posti di lavoro, allora sarebbe tutta un’altra cosa. Ma l’estratto non suggerisce questo.

  3. Roberto Re scrive:

    Io sono anche tra quelli che chissà quando al policlinico di Milano il SISS (Servizio Informatico Socio Sanitario) funzionerà come ci raccontavano nel 2002 (ricordo un 70% la copertura DSL di allora sul territorio nazionale , fonteTtelecom)
    Parlo per esperienza diretta, la mia non più giovane mia madre “fortunatamente” da ieri e’ in rianimazione dopo una “stupida” caduta notturna avvenuta in casa. VITALE nei giorni scorsi il mio costante contatto via Internet con il Medico per il supporto oltre che farmacologico, anche psicologico, nella logorante attesa di un intervento a rischio non alto ma altissimo (rischio preannunciatole due giorni prima dell’operazione dall’anestesista dell’ospedale).
    In teoria dovrebbe esistere un’unica cartella clinica con tutta la storia clinica di ogni cittadino (lombardo in questo caso) consultabile a partire dal medico di famiglia sino alla terapia intensiva , in pratica ho verificato ancora in questi giorni che non è ancora così e nei reparti imperano ancora faldoni cartacei..Nel 2011 da cittadino semplice, ma anche informato ,scrissi una relazione che inviai all’assessore della Sanità Lombarda di allora (Bresciani). Ottenni anche risposte con rassicurazioni che presto le cose sarebbero cambiate e qualcosina in effetti è cambiato ma ancora non ci siamo.Superata questa nuova emergenza, mi rimetterò alla tastiera per una nuova relazione da paziente (in vari sensi) digitale .

  4. Roberto Re scrive:

    Dimenticavo :
    – nel 2011 il dipartimento di bioingegneria del politecnico di Milano fece un convegno sulle barriere all’ingresso del SISS il coordinatore era il prof. Pinciroli. Se a qualcuno interessasse e non lo trova batta pureun colpo in rete e lo vado a recuperare dal cloud su storage domestico(sono anche di quelli che mirroravano siti interessanti).
    – digitale o no , immutata riconoscenza e stima da parte mia ai medici :) del policlinico di Milano (chi parla male della sanita’ pubblica mi sente).Dalla rianimazione hanno spostato in reparto la ragazzina del ’38, ora stamperò la mail ricevuta dal suo Medico di fiducia e la porto , surante il lungo decorso starà sul comodino nella cartellina con le altre che hanno tranquillizzato mia madre prima del difficile intervento .
    – last but non least ieri durante la logorante attesa ho girato tutto il centro di Milano, sono entrato anche alla libreria Hoepli ed ho visto delle copie di questo libro che ora è ospitato anche su supporto cartaceo nella mia libreria .Massimo aspetto il prossimo con la I di Internet maiuscola, me racumandi 😉

  5. Barbara scrive:

    Concordo con tutto, aggiungerei comunque, riguardo alla scuola, che il problema italiano non é solo quello dell’arretratezza tecnologica, ma della tradizione di scuola che non é mai riuscita a considerare e valorizzare gli apprendimenti informali.
    Il fatto che al giorno d’oggi questi vengano massicciamente veicolati da mezzi tecnologici (spesso inutilizzati o addirittura banditi in classe), lo scarto é ancora maggiore.

  6. Barbara scrive:

    (mi scuso) ..rende lo scarto ancora maggiore.

  7. Roberto Re scrive:

    Ecco il link cui mi riferivo ieri:
    http://www.sanitadigitale.polimi.it/oldsite.asp
    Evento – “Barriere all`adozione della cartella clinica informatizzata” – 20 Settembre 2007

  8. SoloUnaTraccia scrive:

    Crescita economica senz’altro, sociale e culturale mango p’u gàzz’

  9. B. scrive:

    Se il digital divide è un fatto oggi non tanto di accesso, ma sopratutto generazionale, le sfide che pone la conoscenza informatica a scuola non si possono vincere (se non sempre con lo stesso metodo italico: lasciare spazio a chi ha la buona volontà e magari le competenze per farlo), poiché molti, troppi insegnanti sono anziani e anagraficamente si trovano al di là del muro, permeati proprio dai sentimenti di disinteresse e disagio descritti nell’articolo. L’invecchiamento degli insegnanti, com’è noto, si è risolto aumentando l’età pensionabile dei dipendenti del pubblico impiego a 65 anni per le donne.
    Ma finché l’informatica – già nella scuola primaria – sarà lasciata al caso non ci sarà speranza. Alcune colleghe a scuola lasciano la “palla avvelenata” a qualcun altro perché: “io so a malapena spedire una mail” (donna di 45/50 anni). Se il volenteroso raccoglie il peso di questa sfida bene, se no ciccia.
    Mante ha colto bene i problemi dell’assurdo tentativo d’innovazione di Profumo e di contenitori e veicolatori di contenuti. Del resto, se la soluzione non può essere quella di forzare l’aggiornamento degli insegnanti… che fare? Pensionarli anticipatamente. Ricambio generazionale, valutazione delle competenze in entrata il che equivale non a certificare le competenze con un pezzo di carta o un concorso a crocette, ma a dimostrare sul campo che una materia la si sa insegnare.
    Quando leggo affermazioni di questo tipo (traduco da un sito ted.): “in futuro la materia competenza sui media (Medienkompetenz) verrà insegnata alla elementari, per mostrare ai bambini il modo corretto di gestire cellulari, internet e giornali”, mi sembra di vivere in un paese del Terzo Mondo.

  10. daniele scrive:

    Vorrei condividere con voi questo video e sapere le vostre opinioni:
    https://www.youtube.com/watch?v=xWuRbvgyr3s

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