Master-of-None

Master of None, dove vanno i trentenni (?)

Master-of-None

di Enrico Giammarco

L’arrivo di Netflix in Italia ha portato alla ribalta un buon numero di prodotti altrimenti destinati a un’immeritata nicchia di incalliti fan dei sottotitoli amatoriali. Mentre i critici hanno sottolineato la scarsezza del catalogo iniziale, ho preferito concentrarmi su quanto già disponibile e non vincolato da alcune esclusive già siglate in precedenza per il Bel Paese (House of Cards, su tutte).

È stato così che ho scoperto Master of None, prodotto indigeno del colosso dello streaming. Chissà che fine avrebbe fatto, affidato alle grinfie della televisione, generalista o pay-per-view che essa sia. Basta ricordare cosa accadde, ai tempi, alla serie cult anni ’90 Seinfeld, o quanto sta succedendo all’acclamatissimo show Louie. Il primo ha vivacchiato per decenni nel sottobosco di orari improponibili di TMC, il secondo è stato spostato da Fox a Fox Comedy, come dire “ti trasmetto, ma non ti vedrà nessuno”.

Non ho citato a caso Seinfeld e Louie. La serie creata e interpretata da Aziz Ansari eredita più di uno spunto dai due predecessori. L’autore/protagonista affonda le radici della carriera nella stand-up comedy, proprio come Jerry Seinfeld e Louis C.K.

Master of None è costruito sulla quotidianità, sull’osservazione di tic e comportamenti delle persone, su macro-tematiche che riguardano tutti o per le quali tutti abbiamo sviluppato un’opinione o un’esperienza. Observational humour, lo chiamano, è la cifra stilistica dei comici stand-up e il trait d’union che un po’ tutti hanno sottolineato nel recensire questa nuova serie TV.

Eppure Master of None è molto più che una versione aggiornata di Seinfeld, o di un Louie declinato per gli young adult. Se la natura autobiografica delle vicende offre lo spunto per una miriade di sketch situazionali, è l’evoluzione del protagonista, in questi dieci episodi della prima stagione, a farmi pensare, aldilà della prima impressione, che questo prodotto proponga qualcosa di diverso.

Sia Seinfeld che Louie hanno sublimato a vette d’eccellenza l’assenza di storyline che avessero impatti importanti sulla vita dei personaggi principali. Dopo nove stagioni, i quattro amici Jerry, Elaine, George e Kramer si ritrovano allo stesso punto di partenza, letteralmente. Addirittura, in Louie ci sono delle incongruenze palesi tra un episodio e l’altro, personaggi e attori che cambiano, tutto in barba a una continuity che non esiste.

Dev Shah, attore commerciale di origine indiana, cresce assieme ai suoi dubbi, di puntata in puntata. È un esponente tipico di quella generazione dei millennials (i nati dopo il 1980) che è stata raccontata e parodiata in show come The Big Bang Theory o Girls, ma che sinora non è mai stata sviscerata nel punto di passaggio verso una maturità tanto ritardata da ragioni socio-economiche oggettive quanto rifuggita da paure e titubanze soggettive.

Le tematiche che Dev affronta nella vita di tutti i giorni (avere un figlio, il rapporto con i genitori e con gli anziani, il tradimento, i cliché razziali) non appaiono mai assolute agli occhi dello spettatore, ma costantemente filtrate dal suo essere un figlio di immigrati che desidera emergere in una professione precaria come la recitazione. In questo senso Master of None offre uno spettro di immedesimazione più ristretto, meno universale, in Seinfeld si descrivevano i trentenni negli Anni Novanta, degli adulti fatti e finiti, al punto che le loro evoluzioni professionali o relazionali facevano da sfondo silente ai temi degli sketch (persino la morte di Susan Ross, promessa sposa di George, non lascia alcun segno visibile, in stretto rispetto della filosofia “No hugging, no learning”).

Dev avverte sulla proprio pelle il gap generazionale, e in questo non è affatto aiutato dai suoi amici, che sembrano vivere molto a loro agio la fase di eterna adolescenza che è stata cucita loro addosso. C’è Arnold, grande e grosso omone bianco dai comportamenti bambineschi; c’è Denise, lesbica afro-americana dai modi bruschi e schietti e dalle imprese sessuali leggendarie; infine c’è Brian, figlio di immigrati cinesi, eterno entusiasta, la rappresentazione sullo schermo del co-ideatore della serie, Alan Yang. Una gang di quattro persone, proprio come in Seinfeld, solo che qui il rapporto è tutt’altro che paritario.

Se Jerry condivideva la luce dei riflettori con i tre compari, che avevano a loro volta caratteri approfonditi, manie, fobie e tormentoni, gli amici di Dev sono dei comprimari divertenti ma che non ne condividono i dubbi esistenziali, anzi cercano ogni volta di calmierarli proponendo la propria verità in tasca. Loro non hanno mai incertezze, come potrebbero averne senza porsi neanche la domanda? O forse, semplicemente, hanno già trovato o accettato la propria dimensione nel mondo.

La ricerca di se stesso, per Dev, passa anche dalla ricerca di una partner e dalla direzione intrapresa dalla loro relazione. L’iniziale incontro con Rachel è fortuito e occasionale, come spesso accade in un’epoca di rapporti usa-e-getta, e non lascia presagire nulla d’importante, la svolta avviene durante la seconda metà della stagione. Il sesto episodio, intitolato Nashville, è quello dove Dev e Rachel hanno il loro “primo appuntamento” (sono già stati a letto, ma non conta), e che ridefinisce, nel comportamento dei due, un concetto che forse avrete già sentito: i trent’anni sono i nuovi venti. I due si trovano alla perfezione quando si tratta di amoreggiare, scherzare, farsi battute anche cameratesche. Le tensioni nascono quando devono affrontare i problemi legati alla convivenza, alla lontananza e, soprattutto, al futuro.

È lei la donna della mia vita? Sto seguendo la strada giusta? Le domande di Dev sono le domande di molti, se non tutti, i coetanei che da anni rimandano le scelte importanti, presi da mille interessi, da una curiosità che li porta a provare le tante opzioni possibili senza dominarne una (da cui il titolo). Perché procrastinare ed evitare è quanto riesce meglio a questa generazione. E allora meglio rinviare ogni decisione. Almeno fino alla seconda stagione.

Commenti
3 Commenti a “Master of None, dove vanno i trentenni (?)”
  1. Simone scrive:

    Sulla fascia degli young adult ci sarebbero sa aprire un lungo dibattito per le tante differenze sulla descrizione e composizione. Netflix sta migliorando molto il suo catalogo, soprattutto nei film, e questo fa piacere.
    Master of None, di cui parlerò nel mio blog IoeOrson,

  2. Simone scrive:

    Sulla fascia degli young adult ci sarebbero sa aprire un lungo dibattito per le tante differenze sulla descrizione e composizione. Netflix sta migliorando molto il suo catalogo, soprattutto nei film, e questo fa piacere.
    Master of None, di cui parlerò nel mio blog IoeOrson, ho visto narrazione. Ansari non mi ha entusiasmato come Standup, mentre Louis CK lo trovo fantastico, però nella serie c’erano delle storie. Io non ho amo le comedy proprio perché a volte scarseggiano di storie, cercando troppo il gag e lo sketch. Seinfeld aveva ancora le risate registrate, una cosa terribile! Ultimamente ho recensito due prodotti fantasy, Shannara e Shadowhunter, destinati a un pubblico teen e vedo come certi progetti mostrano la corda. Anche l’ultimo American Horror Story, il cui momento migliore è stato il siparietto fra DiCaprio e Lady Gaga ai Golden Globes, ha perso moltissimo, anche qui da noi. Non è colpa di Lady Gaga, ma sicuramente di un impianto troppo estetizzante e poco concreto.
    Tornando a Master of None ha ragione Enrico nel dire che non è un Seinfeld adattato, ma più qualcosa di diverso, solo che alla fine va ad inquadrare, parzialmente, solo una nicchia, quelli che possono permettersi di tentare la famosa “botta di vita”. Non c’è una comedy che riesca a dare un vero ritratto di realtà e per me il problema è lì, in una continua ricerca di un’evasione che poi non significa nulla.

  3. Emanuele scrive:

    Gran bella analisi, però la prossima volta vi consiglio un po’ di spoiler alert 😉

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