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Materialuceradiante. Una rilettura di Lincoln nel Bardo

“Per molti di noi”, dice uno dei tanti malati che affollano Lincoln nel Bardo, “la cappella era stata un portale; il luogo di sbarco; l’ultimo posto dove ci avevano preso sul serio”. Se sostituissimo la parola “cappella” con “libro” cambierebbe poco: in seconda lettura Lincoln nel Bardo sembra proprio questo, una porta dimensionale, un luogo in cui confluisce molta umanità, in cui l’uomo è ancora preso sul serio per quello che è, cioè un composto d’illusioni, atti mancati, desiderio carnale, amore, intolleranza, inspiegabile generosità, paura della morte e perché no, un bel po’ di merda.

“Bisogna andare costantemente in cerca di occasioni per raccontare la propria storia.”

Uno slogan piuttosto consumato sostiene che si legga “per legittima difesa”. Non so se è vero, ma certamente la rilettura può rappresentare una forma di difesa contro l’affollarsi di titoli nelle nostre wishlist. Spesso ho la sensazione che il mercato editoriale sia il più grande nemico del libro stesso. Che banalità. A volte però la rilettura diventa davvero l’unico modo per frenare, per fermarsi un attimo e dire: ecco, per me questo libro è stato rilevante, mi ha davvero rifoderato cuore e cervello per qualche ora.

“Sebbene all’apparenza sembrasse che ogni persona fosse diversa, non era vero.”

Ma rileggere è, soprattutto, un piacere. Piacere di riapprocciarsi a un luogo mentale, piacere di ritrovare alcune idee, alcuni guizzi, un certo modo d’esprimersi di una certa persona attraverso i suoi personaggi, le sue storie. A volte la rilettura mette in luce passaggi oscuri o parti che semplicemente c’eravamo persi; altre sottolinea difetti che ci erano sfuggiti a un primo sguardo, quando avevamo frettolosamente gridato al capolavoro.

“I più piccoli non dovrebbero attardarsi.”

Rileggendo Lincoln nel Bardo qualche difetto viene fuori: le motivazioni dei personaggi non sono sempre chiarissime, alcuni passaggi sono davvero troppo veloci e l’ombra del politicamente corretto – nonostante le vite balorde e le tante parolacce del romanzo – appare qui e lì a far storcere il naso dei lettori più sgamati. Il punto però non è il capolavoro (non lo è mai), e i difetti di Lincoln sono legati ai tratti distintivi di un libro che poteva essere scritto solo da George Saunders, e solo in questo modo.

“Poi giunse il ben noto, ma sempre agghiacciante, rumore di fiammata connesso al fenomeno della materialuceradiante.”

Sono sempre un po’ sospettoso quando un autore di racconti passa al romanzo: soprattutto quando un acclamato autore di racconti passa al romanzo. Un po’ perché continuo a essere un grande fan degli scrittori di racconti e vorrei che portassero alta la bandiera delle storie brevi per tutta la vita, un po’ perché ho paura che il passaggio al romanzo sia dettato da ambizioni commerciali più che artistiche. Il rischio è quello di omologarsi, tanto a livello formale che tematico, all’esercito di prodotti da banco che occupano militarmente le librerie, al solito accompagnati da quelle fascette su cui si spreca l’immancabile aggettivo “Necessario”.
Ci sono però scrittori di prosa breve che questo passaggio lo effettuano in modo del tutto personale, soprattutto nel progettare l’architettura del romanzo d’esordio. George Saunders è tra questi, ma si pensi anche a Roberto Bolaño, a quanto risultano originali e personali – non: innovativi – i suoi Detective selvaggi o 2666 in termini innanzitutto di struttura.

“…finché diventò impossibile distinguere le singole voci in mezzo a quel coro disperato.”

E così George Saunders ha scritto, con Lincoln nel Bardo, il romanzo che nessun ghost writer avrebbe potuto scrivere al posto suo (parlare di ghost in questo caso è decisamente appropriato, se ci pensate). La struttura frammentaria e dialogante – più che dialogica – è un primo indizio. Come i malati del romanzo, in grado di entrare nei corpi dei vivi fino ad assumerne pensieri e coscienze, qui tutti dialogano con tutto, persino le fonti – spezzoni di lettere, libri, discorsi – che battibeccano spesso contraddicendosi tra loro: la notte in cui morì Willie Lincoln c’era la luna piena, anzi no, il presidente Lincoln era un bell’uomo capace di grande empatia, anzi no, era cinico e sgraziato… Anche la presunta verità storica dialoga con la sua negazione (altrettanto presunta), com’è sempre per ogni mito fondativo.

 “Al cuore di ognuno c’era la sofferenza; la nostra inevitabile fine, le tante perdite che dovevamo subire nel cammino verso la fine.”

In questo turbinoso campionario di retelling tutto è riferito, ridetto, rimasticato continuamente da una voce all’altra. Di conseguenza quella di Lincoln nel Bardo è una lingua quasi orale che è tante lingue, e anche i piani temporali finiscono col mescolarsi e confondersi: a volte il racconto sembra procedere in presa diretta, altre viene riportato da chissà dove, da chissà quando. A un certo punto i malati cominciano a osservare persino le versioni future e ipotetiche degli altri: quello che sarebbero stati se non fossero morti. Quando Vollman e Bevins entrano nel presidente Lincoln riescono a vedere anche il futuro degli Stati Uniti: i teatri moderni, il telegrafo, i presidenti degli States che si succedono uno dopo l’altro.

“Una mente collettiva, unita da un intento positivo.”

La coscienza corale, collettiva e diffusa, il suo essere massa informe di punti di vista cangianti è il personaggio principale di questo romanzo che si muove rapido, un’invenzione dietro l’altra. Come detto, George Saunders tende ad abusare qui e lì di questa rapidità che gli deriva, presumo, dall’esperienza di autore di storie brevi. Ma è pur vero che il nostro deve fare i conti con l’occhio dell’immaginazione dei lettori coevi: un occhio abituato a scorrere velocemente pagine cartacee e digitali, soprattutto un occhio saturo di immagini e immaginari, facilmente preda del tedio di fronte a descrizioni o elucubrazioni infinite, che a volte stanno lì a sottolineare il talento virtuosistico dell’autore più che esprimere una reale necessità narrativa. Non è del tutto sballata, insomma, l’idea dello schizzo, dell’azione resa in maniera stilizzata come in un fumetto o in un vecchio cartone animato: al lettore il compito di intuire e riempire, per arrivare poi a quello che è davvero il cuore di Lincoln.

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Possiamo leggere Lincoln nel Bardo come un romanzo filosofico sul rapporto con la perdita e con la morte, oppure come un divertito racconto di parastoria.
Prendiamo il finale, ad esempio: l’ingresso dello schiavo nero Thomas Havens nel corpo di Lincoln sembra suggerire che l’abolizione della schiavitù sia stata conseguenza proprio di questa compenetrazione. In effetti, l’abolizione arrivò nel 1865, cioè solo tre anni dopo questi “fatti” (Willie Lincoln morì di febbre tifoide nel 1862).

Oppure, riducendo l’elemento fantastico a pura allegoria, potremmo leggere Lincoln nel Bardo come una riflessione sugli Stati Uniti, su come sta insieme una nazione composta da così tante anime, così diverse e apparentemente inconciliabili tra loro. In questo senso ci sono parti del romanzo che sembrano ispirate dal celebre discorso di Gettysburg che Lincoln pronunciò a qualche mese dall’omonima battaglia, nel 1863, dunque un anno dopo la morte di Willie. Questo è Lincoln nel Bardo:

Allineate le salme; passatele in rassegna; guardate ogni padre, marito, fratello, figlio: fate la somma di quanto ci è costato e pensate che questa macabra sequela di futuri distrutti è solo il principio della marea di giovani morti che sta per sommergerci.

 E questo è un frammento del discorso di Gettysburg:

Sta piuttosto a noi il votarci qui al grande compito che ci è dinnanzi: che da questi morti onorati ci venga un’accresciuta devozione a quella causa per la quale essi diedero, della devozione, l’ultima piena misura; che noi qui solennemente si prometta che questi morti non sono morti invano; che questa nazione, guidata da Dio, abbia una rinascita di libertà; e che l’idea di un governo del popolo, dal popolo, per il popolo, non abbia a perire dalla terra.

Ad ogni modo, e al di là dei diversi livelli di lettura, quello che più fa sì che questo primo romanzo di George Saunders sia il primo romanzo di George Saunders è, ovviamente, la sua voce, la stessa che abbiamo apprezzato nelle raccolte di racconti e discorsi pubblici. Una voce da scrittore morale, ossia quel tipo di scrittore che ci ricorda che alla fine dei giochi siamo tutti uguali e che tutti meritiamo di essere raccontati, poiché tutti meritiamo pietà e compassione.

So cosa state pensando: ma c’è una differenza sostanziale tra uno scrittore morale e un moralista; se un moralista (o se preferite un buonista, per utilizzare il terribile gergo politico e giornalistico di questi anni) ama l’uomo perché è bello amarlo, lo scrittore morale – l’umanista di Kurt Vonnegut, per intenderci – lo fa nonostante riconosca all’umanità una notevole capacità di autodistruggersi come individuo e come specie. Uno scrittore morale crede nella fratellanza e nell’umanità non perché è giusto, ma perché non c’è altra scelta. E lo fa con semplicità, senza retorica (molto meglio di quanto non stia facendo io in queste righe) e soprattutto senza troppo autocompiacimento.

Un’altra differenza sostanziale (e se vogliamo più pratica) tra le due categorie è questa: le opere di un moralista passano in fretta come un istant book (o un post su Facebook), quelle di uno scrittore morale restano. La scrittura morale si dedica solo in apparenza all’urgenza, mentre rivolge sempre il suo sguardo a una questione ben più universale: l’incredibile e irriducibile natura umana.

Ghiaccio nove e Mattatoio n.5 di Vonnegut, ad esempio, non raccontano solo i disastri del ’900, quanto l’assurdità di essere vivi mentre tutto ci crolla attorno e continuerà a farlo; Forza Simba non è il semplice reportage del brillante David Foster Wallace su una volgare campagna per le primarie repubblicane, quanto una discesa nell’animo amorale e comunque dignitoso dell’americano medio; ancora, il brevissimo racconto Vanadio del nostro Primo Levi non è solo la storia di come Levi reincontrò uno dei suoi aguzzini nazisti dopo la guerra, quanto una delle più raffinate riflessioni su cosa siano l’odio, la vendetta, l’innocenza e soprattutto l’assenza di trama nella vita spogliata dalla finzione.

Sono solo tre esempi, ma data la natura degli autori e dei testi citati ci ricordano anche che gli scrittori morali non scrivono quel che scrivono per puro calcolo di posizionamento editoriale e che forse, proprio perché conoscono i rischi della retorica moralista, non vorrebbero neppure scrivere un certo tipo di cose; il fatto è che poi gli prende la fregola, un pruritino di dire le cose che gli passano per la testa attraverso l’affabulazione: è più forte di loro, ed è un sentimento di connessione benefico e naturale di cui tutti abbiamo bisogno. Quando accade – e succede anche in Lincoln nel Bardo – noi dovremmo solo essere grati di aver frequentato uno di questi “luoghi di sbarco, in cui venivamo ancora presi sul serio”.

Marco Montanaro (1982) vive in Puglia, dove si occupa di scritture e comunicazione. Il suo ultimo libro è Il vapore e la ruggine (LietoColle).
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