Matite copiative


Pubblichiamo di seguito un intervento di Stefano Laffi, autore e ricercatore sociale presso l’Agenzia Codici di Milano, uscito sull’ultimo numero della rivista Gli Asini (quest’anno insignita del premio Lo Straniero nella sezione riviste). Laffi fa una riflessione sul ruolo che hanno avuto i giovani nella vita politica e sociale degli ultimi mesi, sulle azioni, di cui si sono effettivamente resi protagonisti, nel tentativo di cambiare una realtà e una democrazia che non garantisce loro alcuna prospettiva e alcun futuro.

di Stefano Laffi

Dall’altra sponda del Mediterraneo sono scesi in piazza e hanno sovvertito regimi, con una rapidità e un’assenza di violenza mai immaginata e prevista dai nostri osservatori adulti ed esperti, da chi guardava quei paesi con la supponenza di vivere in democrazia, quindi in teoria più libero e più rappresentato da chi lo governa. In Spagna hanno invaso le strade per gridare lo scandalo di aver vent’anni e nulla in mano e nessuna prospettiva dopo, per nulla rappresentati dalla propria democrazia, occupata da una classe politica indifferente alle loro sorti. Da noi non va meglio, Gli asini è una rivista nata anche per questo, rendere giustizia nella riflessione e nella proposta di cambiamento di una realtà che non dà ai giovani le opportunità che meritano. Non va meglio perché il regime di esclusione, repressione e manipolazione della voce dei giovani è più pesante di quanto non si creda. Chiamati in causa solo per la retorica politica della fuga dei cervelli o per quella commerciale dei talent show, sono invece inascoltati o pesantemente zittiti quando chiedono semplicemente una scuola e un’università non depauperate, una cultura libera, un mondo del lavoro che si accorga che qualcuno deve ancora entrarci.
Sono fin troppo bravi i ragazzi. Di botte ne avevano già prese a dicembre, quando avevano provato – inventandosi modi nuovi e non violenti di manifestare – a dire la propria opinione sulla riforma Gelmini in via di approvazione. Ma come può essere che l’università fa i questionari di gradimento agli studenti di ogni singolo corso per misurarne la soddisfazione, mentre la loro voce di dissenso è ignorata quando il ministro cambia tutta l’università? Non ci si sente presi in giro?
Ma questo è un paese dove se per strada a vent’anni dici con tono di voce normale “fai ridere” a un candidato politico ti avvicinano due poliziotti in borghese per identificarti come fossi un criminale (a Milano, youtube per vedere). Così è capitato che alle due ultime “customer satisfaction” della nostra democrazia rappresentativa – le elezioni amministrative e i referendum – i giovani (che vengono interpellati solo per rispondere a questionari) si siano fatti di nuovo sentire. Perché il loro voto è stato determinante a cambiare le cose, laddove sono cambiate, perché loro come e più di chi appartiene ad altre fasce di età hanno voluto che le città avessero nuovi sindaci, l’acqua fosse un bene pubblico e il nucleare non fosse l’ennesimo nuova ombra sul loro futuro. Mentre nel mondo tutto diventa colore, digitale e touch screen e i giovani crescono in questa nuova cultura materiale, la nostra stanca democrazia ha messo in scena il rito del voto, con fogli giganteschi di pessima carta e matite copiative, ormai anche quelle made in china. E i giovani ci sono stati, hanno messo da parte per un attimo i loro display, le loro tastiere, i loro spray, i loro microfoni, i loro cursori sui mixer perché hanno capito che a questo giro servivano le nostre matite copiative, per dire basta. Ma prima di venire ai seggi e ossequiare il voto – nessuno come un ventenne è tanto serio, scrupoloso, preciso con le schede e le urne, parola di presidente di seggio – le tastiere e i microfoni li hanno usati abbondantemente: mai come in queste elezioni la loro musica è stata così schierata, così capace di parlare, di regalare il piacere di cambiare, e mai come in queste elezioni le tecnologie hanno mostrato il loro volto migliore, far da passaparola per organizzare mobilitazioni, per irridere la tribuna politica quando questa si faceva ridicola e per strada non potevi parlare, per dare accesso ai contenuti politici laddove la vecchia televisione si censurava da sola. Le tecnologie di oggi, che la destra proprio non ha capito, sono amate dai ragazzi perché sono l’unico luogo in cui la storia è sceneggiata da loro, è commentata o trasformata dalle loro parole e dalle loro immagini, quasi una vendetta contro la realtà delle istituzioni e della vita pubblica, in ostaggio degli adulti, dei vecchi, dei potenti.
Quella realtà, quelle istituzioni e quella vita pubblica sono state negli ultimi anni davvero misere, patetiche, umilianti. Se scorressimo in rapida successione le prime pagine dei giornali di questi anni ci renderemmo conto di quello che a dosi giornaliere omeopatiche forse si sente di meno, la pena di doversi specchiare in un paese governato per interessi personali, da persone senza dignità. Quando in questi anni la politica ha provato a coinvolgere i giovani nel massimo slancio di generosità ha parlato di partecipazione, ha creato i consigli comunali dei ragazzi, i forum giovanili, le quote under 30 o 40 di alcune posizioni. La sensazione è che poco sia cambiato, che non basti e che alcuni di quegli inviti a partecipare fossero cooptazioni, modi per inibire la formazione di dissenso. Oggi abbiamo capito che i giovani non vogliono partecipare di più, vogliono proprio cambiare. E che noi abbiamo bisogno di loro come non mai, se questo paese non ci piace.

Commenti
3 Commenti a “Matite copiative”
  1. Larry Massino scrive:

    I giovani, qualora volessero ribellarsi davvero, andrebbero a schiaffeggiare (metaforicamente, s’intende) i loro nonni e zii e genitori, che si sono arricchiti a debito, offrendo cinicamente in garanzia le generazioni successive che loro stessi avrebbero messo al mondo… Se davvero volessero ribellarsi imporrebbero ai loro famigli di rinunciare a una parte di privilegi dei quali godono, a partire dalle pensioni (se ne pagano 20.000.000 di unità… per un ammontare di quasi 250 miliardi di euro: anche lì sta il futuro dei giovani); sciopererebbero di brutto contro il lavoro atipico; studierebbero e leggerebbero di più. Cose così… Comunque, facessero quello che gli pare, basta che la smettano di avere come eroi di riferimento gli indignati di professione, che sono peggio dei politici di professione.

  2. mazingazeta scrive:

    Già. “parassiti senza dignità..” cantava Battiato non riferendosi per certo ai giovani. Tra le conseguenze più mortificanti per noi giovani è di realizzare definitivamanente che il futuro con meno insicurezze possibili ci è stato negato ma non dai ns. genitori per piacere, ma dai governanti degli ultimi 20-30 anni altrimenti non si spiegherebbe come mai a tutt’oggi si risentono constantemente gli stessi problemi dell’Italia.
    E ritorna così profetica la ribellione pacifica negli anni ’90 dei no-global a Porto Alegre le cui proposte sono diventate programma politico di presidenti americani 15 anni dopo : perciò chi pensa di più al proprio futuro con capacità e addirittura competenza ? i netcitizens o i politici ?
    Gran bel post il suo qui. De Andrè “si sono presi il nostro cuore sotto una coperta scura”. Questi sono i ns. riferimenti perchè non ci ingannano ma ci comprendono.

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