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Mattarella, Napolitano, Tsipras, la sinistra, l’europa (e l’italia): intervista a Luciana Castellina

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«Caro Lucio, carissimo compagno di tante lotte e di tante sconfitte: nessuna sconfitta è definitiva, finché gli echi delle nostre passioni riescono a rinascere in forme nuove». Nella tensione emotiva dell’omaggio di Pietro Ingrao a Lucio Magri si ritrova tutto il travaglio di una stagione repubblicana dall’eredità ancora irrisolta. Con il saggio Da Moro a Berlinguer – Il Pdup dal 1978 al 1984 (Ediesse, 402 pagine, 20 euro) Valerio Calzolaio e Carlo Latini colmano un vuoto pubblicistico sulla storia del partito nato dall’unificazione del Pdup di Vittorio Foa e del gruppo de Il Manifesto, che fin dalla radiazione dal Pci nel 1969 si pose il problema di aggregare la nuova sinistra del ’68. Il testo sull’esperienza del Pdup per il comunismo, composto da un’élite politico-culturale ma anche radicato sul territorio, offre almeno quattro linee guida d’interesse contemporaneo. Il rapporto fra partiti, o quel che ne resta, e movimenti, ripercorrendo lo sforzo di tradurre in soggettività politica i movimenti del ’68-’69. Poi annotiamo la questione dirimente della scelta europea della sinistra italiana; l’ecologia e lo sviluppo industriale; infine la fermezza contro la politica del terrore fine a sé stesso del partito armato senza smarrire la lucidità dell’analisi. Luciana Castellina, che nelle file del Pdup è stata eletta parlamentare nazionale ed europea, scrive nella prefazione: « (…) È la testimonianza di un tempo in cui la politica è stata bellissima: vissuta dentro la società, colma di dedizione appassionata, di grande affascinante interesse perché impegnata a capire come rendere migliore la vita di tutti gli umani. Anche se non abbiamo vinto. Ma se vogliamo provarci ancora, questa archeologia è importante». Nella Grecia di Tsipras la giornalista Castellina sembra aver riascoltato echi di passioni mai sopite.

Qual è il suo ritratto del premier?

«È un quarantenne, che non avverte la paura che ha frenato le precedenti generazioni della sinistra greca. I drammi della guerra civile, lo spettro del ritorno di una forma di dittatura fascista hanno sempre provocato una qualche timidezza. Appartiene a una generazione più sicura e dunque capace di osare di più. Tsipras ha un senso fortissimo della propria storia e della propria identità comunista. Ha ampliato il raggio dell’iniziativa politica, producendo la rottura di un assetto bipolare. Il linguaggio nuovo e responsabile di Syriza ha intercettato e aperto spazi politici. La drammaticità della situazione ha favorito la convergenza e coesione interna al partito, che riunisce varie forze, al contrario della nota frammentazione».

Fra le analisi giornalistiche post elettorali c’è chi ha prefigurato nel rapporto con l’Europa un parallelo con l’evoluzione del primo Mitterand. La rivoluzione a costo zero non si fa.

«I percorsi dei due personaggi sono profondamente diversi. La rottura di Mitterand non fu così drastica come quella proposta da Tsipras e la storia della Francia non è quella della Grecia. Mitterand, anche in giovinezza, è stato un uomo molto accomodante, tutt’altro che un eroe delle rotture».

La parola solidarietà è rientrata nel vocabolario politico? Syriza di governo, che ha limiti endogeni ed esogeni, riuscirà a mantenere una dinamica complessa con i movimenti?

«Lì i movimenti sono poco strutturati. Per capirsi non c’è qualcosa di simile a Indignados-Podemos. Syriza ha sostenuto le proteste alimentate dalla sofferenza sociale. Si è messa a disposizione per la costruzione di una società alternativa, a fronte di uno Stato che ha tagliato tutto. Nei quartieri, dove la gente affronta la miseria nera, sono nate forme di volontariato organizzato molto importanti. Il partito ha mostrato la capacità di contribuire a consolidare questa solidarietà mediante la propria organizzazione partitica. Tutte le forme di supplenza alle carenze statuali mi hanno ricordato il mutuo soccorso del movimento operaio alle origini».

Torniamo in Italia. Nei nove anni al Quirinale ha trovato riscontri del Giorgio Napolitano che conosceva? Curzio Malaparte, frequentato in giovane età dal presidente emerito, regalandogli una copia di Kaputt annotò nella dedica: «Non perde la calma neppure dinanzi all’Apocalisse».

«Ha esercitato il ruolo istituzionale andando sopra le righe, perché è una personalità molto forte fra tutti i nani dell’attuale scenario politico italiano. È un signore dalla lunga storia politica e relativa grande esperienza. Dunque inevitabilmente, oggettivamente, ha esercitato un’egemonia. Napolitano è stato sempre un uomo che ha apprezzato e dato priorità agli elementi di stabilità. Privilegia l’equilibrio, cristallizzato dalla strategia delle larghe intese, al cambiamento. D’altra parte la destra Pci era filo-sovietica, non tanto perché gli piacesse l’URSS, quanto per l’idea di sicurezza e stabilità che avrebbe dovuto assicurare al mondo il sistema dei blocchi contrapposti».

Che cos’è oggi il diritto al dissenso?

«Non sono mai andata d’accordo con Napolitano, tuttavia il dibattito, che rimpiango, è stato politicamente significativo e civile. Lui ha contribuito intensamente alla mia radiazione dal Pci. Ma ho nostalgia di quella radiazione, perché almeno si è discusso con un sincero turbamento. Oggi ripeto ai dissidenti di qualunque partito, che possono solo sognare una radiazione come la nostra. Il leader parla in televisione e gli altri sono costretti nella scelta binaria sì o no, con una sostanziale indifferenza per le posizioni e per le idee».

Il dissenso espresso dalla minoranza Pd sulla legge elettorale è stato davvero funzionale all’elezione di Sergio Mattarella?

«Non amo Renzi, ma è stato molto abile in questa operazione. Ha capito che aveva tirato troppo la corda con la minoranza interna al suo partito. Non poteva calpestarli ulteriormente, essendo arrivato al rischio di rottura. Ha dovuto cedere qualcosa. Penso avrebbe preferito una candidatura in accordo con Berlusconi».

In attesa del giuramento e del discorso d’insediamento in programma domani, qual è il segno distintivo del neo presidente?

«Innanzitutto la Prima Repubblica non è stata una cosa omogenea. Mattarella è un uomo di quella stagione, dimessosi dalla carica di ministro, poiché contrario all’approvazione della legge che ha determinato la vita della Seconda Repubblica. Mattarella, da questo punto di vista, è stato il primo con altri, seppure in una posizione interna al partito democristiano, a capire che cosa stesse accadendo. Nell’osservanza della legge ha tentato di tutelare l’interesse generale, per non assecondare l’ascesa di Berlusconi. Il termine rottamazione più che una rottura generazionale, ispirata da un rinnovamento necessario, evoca una rimozione forzata e stupida della storia. Come asserisce Giorgio Agamben per capire il presente bisogna occuparsi dell’archeologia».

La cosiddetta Seconda Repubblica si è caratterizzata dalla nascita di un sistema bipolare impuro, con coalizioni estremamente eterogenee e politicamente frammentate. Con i partiti piccoli a determinare equilibri meramente elettorali. Lei sostiene che il Pdup abbia rifuggito il minoritarismo. In che modo?

«Non abbiamo mai pensato di costruire sopra la nostra testa il partito della rivoluzione, bensì d’incarnare l’essenza di una forza critica, destinata alla transitorietà. Volevamo innescare un rinnovamento sostanziale del Pci, che era ancora una forza molto vitale. Non coltivavamo un interesse particolare, se non quello della rifondazione dell’organizzazione storica del movimento operaio. Il nostro successo sarebbe derivato dall’aggregazione delle forze sane della nuova e vecchia sinistra. Purtroppo non è andata così. Per riprendere una frase di Santa Teresa di Lisieux: anche chi non conta niente deve sempre pensare come se tutto dipendesse da sé, muovendosi con il senso di responsabilità di chi decide. La nostra piccola impresa ha lasciato una rete di quadri, che non opera più a livello politico, ma è vitale nella società, perché era il prodotto di una cultura credo molto forte e rigorosa».

Calzolaio e Latini evidenziano il tratto leaderistico, nella persona di Lucio Magri, assunto dal Pdup.

«Leadership e personalizzazione, deriva pericolosa, non sono la stessa cosa. Non si costruisce un soggetto politico senza avere selezionato una leadership. Una selezione da maturare in un corpo sociale e politico vasto. Correttamente gli autori sottolineano il ruolo di Magri, decisivo fin dall’inizio nell’elaborazione della linea, nelle tesi del Manifesto con una costante apertura all’autocritica. La sua visione ha anticipato i tempi. Su Praga il Pci, pur in posizione critica, parlava ancora solo di errore. È interessante rileggere i suoi discorsi parlamentari, dai quali è possibile elaborare una ricostruzione della storia degli anni Settanta. La sua esistenza è finita in quella maniera, perché non ha accettato l’idea di una fase di piccoli accordi, di piccole storie. “La sinistra rinascerà, certo, ma ci vorrà molto tempo e a quel punto sarò morto”».

Nel febbraio 1968 Napolitano firmò una relazione sul movimento studentesco: riconoscimento della novità, volontà di raccoglierne le sollecitazioni e denuncia delle avvisaglie estremiste. Permane tutt’oggi quella carenza dialogica partito-movimenti?

«Il Pci non comprese appieno la portata del Sessantotto. Era finita la fase dell’Italia arretrata che doveva entrare nella modernità. Dentro a quella modernità erano esplose contraddizioni nuove nel lavoro, nell’alienazione, nell’ecologia, nelle questioni di genere. Il pregio dei movimenti è di avere antenne più alte dei partiti, spesso elefantiaci e immobili, per percepire le contraddizioni del proprio tempo. Il Pci considerava i movimenti tutt’al più portatori d’interessi e problemi settoriali, poi toccava al partito fare la sintesi. A noi non sfuggì l’importanza della dialettica con il movimento. Fu un’altra delle ragioni di differenziazione dal partito. I movimenti devono riuscire a mettere in discussione il quartier generale fino al limite di rifondarlo».

La sinistra è arrivata in ritardo sul tema Europa?

«Il Pci passò da un’opposizione d’assoluta chiusura, che aveva alcune buone ragioni, sulle modalità del processo di unificazione europea, all’europeismo acritico. Condivise la contrarietà a un’unione fondata sul liberismo e sulla dittatura del mercato con buona parte della sinistra continentale. Ricordo anche l’imbarazzo democristiano, pensando al pesante interventismo pubblico nella nostra economia. Leopoldo Elia, sorridendo, mi disse: «Non glielo diciamo all’Europa. Forse non se ne accorgono». Affermare che questa sia l’Europa sognata da Altiero Spinelli è una bugia. Basta rileggerlo o non scordarsi che nel 1957, a Roma, andò a volantinare per protesta nel luogo in cui venne firmato il Trattato CEE sotto l’egida di Ludwig Erhard, ministro dell’economia tedesco. Forse successivamente il suo errore fu quello di insistere un po’ troppo sugli aspetti istituzionali rispetto a quelli economico sociali».

In molte biografie e autobiografie di protagonisti del comunismo italiano, spesso intellettuali di estrazione borghese, ciò che viene rievocato con maggiore emozione, nel processo di formazione politica, è la scoperta del mondo andando a scuola dalla classe operaia.

«Questo forse è stato il tratto migliore del ’68, che in Italia è durato dieci anni. La considero un’esperienza formativa determinante. Fu la conoscenza di che cosa è la vita, della grande fabbrica operaia e la costruzione di un’idea di libertà basata nei rapporti sociali di produzione e non nel libertarismo. La conoscenza delle condizioni dei rapporti sociali di produzione, e dunque anche dell’umanità che da questi rapporti emerge, è stata un elemento fondante. Il Sessantotto viene dipinto come sesso droga e rock and roll, una rivolta antiautoritaria, una liberalizzazione dei costumi per l’affermazione della priorità dell’individuo sulle catene del noi imposte dalla chiesa e dai partiti. In realtà si provò a mettere radici che coniugassero la libertà con l’uguaglianza».

Pio La Torre, che borghese non era, fece quell’apprendistato sulla propria pelle dall’infanzia. Una vita ben spesa dalla parte degli sfruttati. Un leader naturale, forte e indipendente. Aggredì, con un’intensità inedita anche nel partito, al prezzo della vita l’intreccio promiscuo delle mafie. Che cosa le rimane della campagna pacifista che condivideste a Comiso?

«All’inizio ci fu una notevole timidezza da parte del Pci nell’assumere una posizione di contrasto netto. Nutrivano molta prudenza nei confronti del movimento, per poi compiere uno scatto con una larga partecipazione della Fgci. La Torre fu molto bravo, perché intuì la valenza di questa lotta e ne interpretò la causa. Dalla Sicilia arrivarono segnali forti e cominciammo a lavorare insieme. La Torre capì subito che dietro a quella vicenda si muoveva anche la mafia e un’ampia area grigia. La denuncia lo portò poi alla morte. Aveva una grande capacità nel mobilitare le persone. In Sicilia si raccolsero un milione di firme per la chiusura di Comiso. Il suo è stato un impegno trentennale senza mai rassegnarsi alla sconfitta».

Il vocabolo disarmo è ormai estraneo alla prassi politica.

«Uno dei più attivi nella protesta a Comiso fu l’attuale ministro degli esteri Paolo Gentiloni. Lavorò al mio fianco nel giornale, che diressi insieme a Rodotà e Napoleoni, Pace e guerra. Era responsabile proprio della sezione degli esteri. Ha scritto anche un libro su quell’esperienza. Ma, insomma, i tempi cambiano».

Una peculiarità del Pdup fu una certa sensibilità per la questione ecologica allora fuori dall’agenda. Rimpiangevate il mondo rurale?

«È stato uno dei contributi al dibattito nazionale. Lotta continua ci prese in giro con un titolo d’apertura: «Come era verde la vostra vallata» con la firma di Guido Viale, che oggi riscopro alfiere ecologista. Non era una romantica nostalgia della società pastorale. Sul nucleare la battaglia è stata furibonda anche all’interno del Pci. I nodi di allora nella critica alla cultura industrialistica non sono stati risolti».

Il dossier Ilva è di attualità stringente. Il Pci, nella figura di Napolitano, ebbe un ruolo preminente nella nascita a Taranto di un modernissimo, per l’epoca, stabilimento siderurgico.

«La questione è complessa, ben raccontata dal recente film La zuppa del diavolo di Davide Ferrario. C’era il problema della modernizzazione dell’Italia, di cui come mostrano i materiali visuali d’archivio la classe operaia era fiera. Contemporaneamente il regista pone la critica, il deflagrare delle contraddizioni, con i testi di Volponi, Ottieri e Pasolini. Sono uscita dal cinema commossa. Quegli operai che escono in tuta, apparentemente felici, da una fabbrica che poi è l’Ilva con tutti i disastri che conosciamo».

Al riconoscimento della lungimiranza della questione morale, posta da Berlinguer, viene sovente accompagnata la tesi esplicitata in primis da Napolitano. In sintesi, quelle parole, affidate a Scalfari, in realtà celavano la tendenza del Pci a chiudersi nella sua «purezza», una sorta di rinuncia a fare politica, non riconoscendo più alcun interlocutore valido, e a rivolgersi al paese intero. Concorda?

«È curioso associare il concetto di rifiuto a un partito che registrava due milioni di iscritti. Piuttosto bisognerebbe rammentare chi rifiutava cosa. All’inizio c’è stata una voluta mistificazione di quel discorso. Diversità voleva dire che per pretendere di essere soggetto politico era necessario un di più di onestà, d’impegno, di dedizione e disinteresse: tutte qualità fondanti della politica. Il senso del discorso è stato stravolto, perché la sintonia che il Pci ha avuto con larga parte della società, anche in quella fase, non si è mai più ricreata per nessuno partito politico. La questione morale costituiva una critica per nulla moralista, come invece è stata immediatamente bollata, al sistema dei partiti. Il discorso sull’austerità fu scambiato per una cosa bigotta, contro la gioia del consumare, mentre invece anche lì era l’inizio di una riflessione critica sul modello di sviluppo. Su questi temi noi del Pdup ci ritrovammo nel Pci. Abbiamo avuto un rapporto difficile con Berlinguer. Sempre molto civile ma era lui il segretario quando fummo radiati. Alla fine c’è stato un grande rincontro».

Eric Hobsbawn, dopo aver seguito un intervento di Berlinguer durante una Festa dell’Unità, definì stupefacente il rapporto pedagogico di massa che il segretario riusciva a stabilire.

«Nei discorsi di Togliatti e Berlinguer è difficile rinvenire tracce di demagogia. Togliatti parlava come un professore di liceo. Non c’era mai un tono di troppo. Ricordo, in riferimento a Berlinguer, la frase pronunciata da una signora qualunque seduta vicino a me: «Parla così “male” che deve essere sicuramente sincero». La trovai e la trovo una frase bellissima, che esprimeva una grande verità. È una storia singolare il fascino che emanavano in un partito così grande e socialmente composito. I due si rivolgevano al popolo come se stessero in un’aula di liceo anziché in piazza. Pensiamo ai funerali di Berlinguer, c’era il mondo intero».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
Commenti
2 Commenti a “Mattarella, Napolitano, Tsipras, la sinistra, l’europa (e l’italia): intervista a Luciana Castellina”
  1. gloria gaetano scrive:

    Dove è andato al potere, il capitalismo ha distrutto tutte le condizioni di vita precedenti e diverse ma non ha lasciato tra gli uomini altro vincolo e legame che il nudo interesse. Ha fatto della dignità personale un semplice valore di scambio e posto la libertà di commercio come valore assoluto e supremo della società. Invece dello sfruttamento velato da illusioni religiose e politiche, ha prodotto e fatto accettare lo sfruttamento aperto, senza pudori. Sì, perché il capitalismo non esiste se non rivoluzionando di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi l’insieme dei rapporti sociali. L’incertezza e il movimento incessante gli sono strutturali. Mentre il bisogno di mercati sempre più estesi lo spinge ovunque nel globo terrestre, rendendo cosmopolita la produzione e il consumo e creando sempre nuovi bisogni. E nuove crisi, riducendo i mezzi per prevenirle.
    Ecco una sintetica descrizione della globalizzazione degli ultimi vent’anni, della modernità liquida baumaniana e del neoliberismo. Dove tutto diventa liquido, incerto, in movimento sempre più frenetico, per una competizione globale di tutti contro tutti. In verità abbiamo semplicemente ripreso (ma rispetto all’originale abbiamo preferito capitalismo a borghesia) alcuni brani del Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels del 1848. Per dimostrare quale sia – da più di 200 anni – l’essenza del capitalismo, la sua forma stabile ma a riproducibilità infinita, anche se ogni sua trasformazione ci appare sempre come nuova e diversa e più moderna. Già, perché i modi di creare capitale (dalle enclosures inglesi alle recinzioni/privatizzazioni della conoscenza e alla finanziarizzazione di oggi) e di organizzare il lavoro (sua incessante divisione/individualizzazione) si replicano oggi anche nella rete, la nuova catena di montaggio del lavoro, del valore, della conoscenza, del capitale umano di ciascuno. Capitalismo che non è morto, come auspicavano Marx ed Engels – pensando ingenuamente che il capitalismo avrebbe creato anche gli uomini capaci di abbatterlo – ma è più forte e più vivo (più egemone) che mai. Anche dopo questa ultima crisi.
    Ma allora perché la sinistra (che doveva vincere) ha perso, mentre il capitalismo (che doveva perdere) ha vinto alla grande? Tentiamo qualche risposta. Perché il meccanismo di divisione industriale e capitalistico del lavoro (e del tempo, che ne è la premessa per accrescere la produttività) è appunto strutturale al sistema e questo non permette e non permetterà mai la composizione di una classe antagonista e con una propria coscienza perché l’individualizzazione separa, isola ciascuno dagli altri, aliena dal lavoro, dalla società, da se stessi. E se una volta questa individualizzazione e suddivisione del lavoro poteva svolgersi solo all’interno di grandi apparati di produzione (che davano ai lavoratori l’illusione di potere essere classe antagonista), oggi questo non è più necessario, la rete permettendo di connettere, concatenare e sincronizzare nell’apparato capitalistico anche ciò che è (che deve essere) fisicamente lontano e isolato.
    La sinistra ha poi perso perché capitalistici sono oggi tutti i rapporti di produzione e i processi di consumo. Perché sono diventati capitalistici anche i rapporti sociali, culturali e familiari e i mezzi di comunicazione, e l’industria culturale e quella educazionale, del divertimento e la rete stessa, capitalistica all’ennesima potenza. Perché il capitalismo non è tanto un processo economico ma culturale, se non antropologico (dall’homo oeconomicusottocentesco all’ordoliberalismo e al neoliberismo novecenteschi lo scopo è creare l’uomo nuovo di mercato). Perché la sinistra ha smesso di pretenderne la democratizzazione e perché ha lasciato che il capitalismo diventasse anche il padrone del tempo sociale (il tempo è denaro).
    Se non si parte da qui, ogni discorso sul perché la sinistra ha perso diventa inutile. Inutile perché la sinistra ha perso proprio scegliendo di non vedere i mutamenti prodotti dal capitalismo; e – non vedendoli – non ha cercato di contrastarne la microfisica di saperi e poteri crescenti e pervasivi, per cui alla fine non poteva che diventare essa stessa capitalista, considerando il capitalismo (e questa globalizzazione e questa rete) come il massimo della modernità, anzi accusando di conservatorismo non se stessa (che vuole cambiare tutto della società per non cambiare nulla del capitalismo), ma chi invece vorrebbe ancora cambiare in meglio (ammesso sia possibile) questo osceno e pornografico capitalismo.
    È il limite che appare anche dall’ultimo libro di Franco Cassano – Senza il vento della storia. La sinistra nell’era del cambiamento (Laterza). Un libro importante. Importante perché fa discutere (e questo è l’obiettivo di ogni vero intellettuale). Cassano scrive che la sinistra – che aveva il vento della storia dalla sua parte nei trenta gloriosi seguiti al secondo dopoguerra – deve abbandonare ogni nostalgia di quel passato; dice che la globalizzazione non è solo restaurazione espropriazione e sradicamento ma anche un gioco di dimensioni globali con nuovi protagonisti che si affacciano sulla scena. Un gioco a cui non ci si può sottrarre. Ma è appunto questo non ci si può sottrarre che a nostro parere evidenzia un altro perché della sconfitta della sinistra e della fine del vento della storia nelle sue vele.
    Quel vento che doveva portare (non tanto al comunismo ma) verso mete di libertà, di uguaglianza e di fraternità e verso un individuo che fosse autenticamente soggetto; vento che oggi la sinistra ha smesso di mettere nelle sue vele preferendo vivere e far vivere la (e mettere le sue vele al servizio della) tempesta capitalistica. Accettandone i processi di individualizzazione, senza comprendere che in realtà è sempre più un falso-individuo (lavoratore autonomo o free-lance, consumatore sovrano tra consumi falsamente personalizzati, selfie compulsivo nella società dello spettacolo e incessante vetrina di se stesso e del proprio capitale, gli imprenditori come eroi) o pseudo-individuo secondo Adorno.
    E allora, per noi la virtù politica ed esistenziale non è (citando Berlin, citato da Cassano) quella della volpe, animale che sa adattarsi alle situazioni, contrapposta a quella del riccio, animale che resiste o muore, ma quella appunto umana e solo umana che sa cambiare il mondo o almeno governarlo come soggetto sovrano (senza lasciarsi governare dal mercato e dalla tecnica), sulla base di un proprio progetto e di una propria idea, solo così potendo uscire dalla condizione animale (della volpe o del riccio). Questo sono stati i trenta gloriosi, ilNew Deal di Roosevelt e il Piano Beveridge. Cassano scrive invece che se la sinistra vuole restare fedele ai suoi valori “deve guardare in faccia la realtà” e “accettare la sfida che essa propone, anche quando è spiacevole”. In realtà, la sinistra ci sembra entrata in una sorta di nichilismo esistenziale, con la morte dei valori supremi di libertà, uguaglianza e fraternità e con il portare a niente se stessa così come ri-chiesto da un capitalismo antidemocratico e nichilista per struttura e per vocazione.
    Secondo Cassano la vecchia distinzione tra destra e sinistra esiste ancora, ma non gode più di uno status privilegiato, esistendo oggi altre linee di divisione “capaci di mobilitare con più forza i popoli”. Di più: la sinistra deve auto-relativizzarsi e prendere atto “della limitatezza del proprio insediamento sociale”. Dunque, la sinistra non ha finito la sua corsa, questo è “solo l’inizio di un tragitto più laico e impegnativo, non più assistito dall’esistenza di classi generali (…). Si tratta di una modestia che è il contrario della rassegnazione” – e invece proprio la modestia, davanti a un avversario che ha un progetto egemonico globale e ben strutturato e con una potentissima pedagogia, diventa per forza di cose rassegnazione; mentre riaffermare (questa volta molto opportunamente) la politica come luogo dei molti e come “sforzo per far derivare dai molti la città, dai polloi la polis” si scontra in realtà con la de-socializzazione strutturale prodotta incessantemente dal capitalismo.
    E se (ancora Cassano) “oggi i conflitti di classe non sono per nulla scomparsi, ma sono sommersi nella ragnatela di altre linee di conflitto che li decompongono e li frantumano” questo è ancora nella perfetta e funzionale logica del capitalismo (molti nemici tra loro, nessun nemico contro il capitalismo). Né basta consolarsi scrivendo che “accanto alla faccia distruttiva e al cinismo che gli consente di precarizzare la vita di milioni di esseri umani, il capitale smuove energie e ha messo in movimento paesi a lungo ai margini del benessere occidentale”: in realtà doveva esserci un altro modo per realizzare l’obiettivo senza che il capitalismo divenisse “narrazione e racconto popolare”.
    Diversamente da Cassano, non crediamo quindi che sia possibile costruire un nuovo blocco sociale “capace di tenere insieme le ragioni dei diritti e quelle della competitività e dell’impresa”, “la cultura con la produzione”, perché sono ragioni assolutamente inconciliabili tra loro (come ha dimostrato l’ultima crisi) e quindi bisogna decidere se stare dalla parte dei diritti o da quella della competitività e dell’impresa; sapendo che le nuove forme del lavoro (autonomo di seconda generazione, capitalismo personale, eccetera) non sono il trionfo dell’individuo e della sua voglia di autonomia e del suo voler fare impresa, ma una diversa forma di subordinazione e di alienazione (dover essere impresa).
    Una sinistra che volesse fare vera discontinuità dovrebbe dunque in primo luogo mutare il proprio dizionario politico e il proprio discorso (oggi tutto capitalistico, vedi JobsAct). E se non basta un leader ma “occorre una guida, che è molto di più” (Cassano), in realtà noi non amiamo i leader e neppure le guide e vorremmo anche noi un’idea forte della politica. Unprogetto. Ma umano. Quindi, non capitalistico

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