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Matteo Marchesini e i saggi con personaggi

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Non è per niente facile allontanarsi dal nuovo libro di Matteo Marchesini e provare a formulare dei giudizi sull’opera narrativa di una delle figure più presenti e incisive del panorama intellettuale italiano, grazie alle sue collaborazioni con  “Il Foglio”, “Radio Radicale”, la “Domenica del Sole 24 Ore” e “doppiozero”: poeta, narratore, saggista, critico letterario e culturale che utilizza l’analisi dei gusti socialmente più diffusi (ma esclusivi!) per elaborare diagnosi implacabili dei nostri vizi nazionali, insistendo su quelle nostre identità fragili e mai risolte che ci costringono spesso a cedere di fronte alla sirene del Midcult delineato da Dwight Macdonald.

Non è facile per il sottoscritto, in particolare, che si trova a condividere le prese di posizione dell’autore di False coscienze. Tre parabole degli anni zero, avendo alle spalle un percorso formativo simile, dominato dall’ingombrante e quasi autarchica presenza di Alfonso Berardinelli: non concretizzatasi de visu, nel caso di chi scrive, e perciò senza alcuna garanzia di essere riusciti a mettere a rendita gli insegnamenti del critico romano, perché il contesto e le nostre debolezze sono tali che nessuno potrà dirsi al riparo dalle sirene di cui sopra, che invitano al rifornimento di prodotti editoriali in grado di sanare le nostre ansie di accettazione e promozione sociale, di manufatti culturali che promettono troppo a lettori irrimediabilmente spaesati.

Comunque, Marchesini è andato oltre, ha incorporato in un armamentario già imponente le stesse fonti francofortesi e fortiniane di Berardinelli, nonché le intuizioni sociologiche di un maestro obliquo come Cesare Garboli e la sensibilità testuale di Luigi Baldacci: del viareggino, “democratizzato” e ricondotto a perimetri di discutibilità razionale, ha accolto e strutturato l’analisi longitudinale del tartufismo italiano, compiuta a partire dalla rilettura del classico di Molière; dal fiorentino, poi, ha derivato una riequilibratura della bilancia novecentesca, con l’abbassamento di Gadda e la relativa ascensione di Cassola e Moravia. Anche una fugace ricognizione delle influenze che si sono stratificate nella prosa saggistica di Marchesini, insomma, sarebbe fallimentare, perché l’affinamento che esse hanno subito è stato esemplare, tanto da riuscire con difficoltà a riconoscerne le origini più lontane: c’era l’ambizione storica di Nicola Chiaromonte, l’understatement orwelliano, la satira amara di Piergiorgio Bellocchio e il senso comune anti-ideologico di Raffaele La Capria, fino alle riletture flaubertiane di Bouvard e Pécuchet e del bovarismo quale atteggiamento esistenziale e, purtroppo, culturale.

Ogni risorsa critica, però, era stata adoperata e vagliata nelle pagine del voluminoso Da Pascoli a Busi. Letterati e letteratura in Italia, pubblicato da Quodlibet due anni fa; adesso, si tratta di affrontare un altro collaudo narrativo, quello del racconto, dopo avere brillantemente superato quello del romanzo nel 2013, con Atti mancati, per i tipi di Voland.

Dei racconti lunghi, nello specifico: False coscienze. Tre parabole degli anni zero esce da Bompiani e raccoglie un trio di narrazioni di ambiente bolognese piuttosto corpose, che ci calano nel clima intellettuale della città, mettendoci in contatto con le ambizioni artistiche, i conflitti emotivi e le delusioni dei suoi protagonisti. Il secondo, “Rapida ascesa di B. Lojacono”, espone un case study di ordinario, paradigmatico, insensato successo sociale e letterario e rimanda un vago sentore yiddish già a partire dal titolo, che potrebbe figurare in un’opera di Saul Bellow, di Philip Roth, o del nostro Alessandro Piperno, e dalla discendenza di uno dei suoi caratteri, “l’Ebreo”: di quella tradizione conserva anche la tendenza all’affabulazione statica, alla memoria, e sembra di altra data, rispetto agli altri due racconti. Nel primo, “Eröffnungsfeier”, si assisteva a una sorta di dilatato thriller domestico: una serata in mezzo ad amici che si trovano radunati per inaugurare la nuova casa del narratore e della propria compagna, trascorsa tra gli imbarazzi, le invidie e le esibizioni retoriche che regolano (e guastano) la vita sociale degli adulti. “La voce del coniglio”, infine, penetra nell’intimità della relazione sorda e legnosa che lega Pietro alla madre dal “tono piagnucoloso”.

Chi è più curioso andrà alla ricerca di antecedenti, seguirà tracce, in questo più che in altri casi, perché la scrittura che è in atto, il cui valore letterario sembra non temere confronti, non rimanda a quella di autori recenti e dibattuti: non è affettata né effettata, non ricorre a sdegnosi e pompieristici neoclassicismi, né si avvale della giocoleria giovanilistica, pur nell’impegno a rappresentare alcune scene di abituale spleen post-universitario; è densa, iper-riflessiva, auto-riflessiva, e percorsa da un’aggettivazione tempestiva ed effettuata con mano ferma, come da indole e necessità critica di ogni prosa di Marchesini.

Una riga dopo l’altra, prende forma una tensione, ma anche una tentazione: il nitore ambientale e relazionale rievoca i momenti moraviani più efficaci, o gli interni di Antonio Debenedetti, ma c’è un di più, adesso, che non viene dal maligno, bensì da un acume onestissimo e, tuttavia, tentatore.

Come in uno stop and go, l’analisi delle proprie mosse obbliga il possessore locale della coscienza, voce narrante o carattere in luce, a fermate continue, a tornare sui passi compiuti per sottoporli al vaglio della verifica esistenziale, del calcolo spietato delle ragioni e dei torti: se di coscienza marxianamente falsa si tratta, l’attribuzione epistemica che le grava addosso deriverà dai termini del confronto che impegna l’ideologia e la realtà, quando quest’ultima è oggetto dei dubbi del Dario narratore di “Eröffnungsfeier”, soggetta alla “volontà primordiale e ostinata di credere che quella che sto vivendo non sia mai la realtà vera, ma quasi un gioco offertomi sulla sua soglia da adulti invisibili, quasi un interminabile preludio o un’anticamera del mondo autentico la cui grazia e condanna sta nel non poter davvero ferire, né lasciarsi ferire irreparabilmente”.

I depositi di vis polemica e ratio critica che continuano a fermentare nei racconti di Marchesini si concretano in pura intelligenza, intelligenza centripeta che rimugina sul proprio farsi, nel gioco coatto degli scavalcamenti, delle antitesi spontanee e delle sintesi non definitive né definite, ma può uno spazio narrativo essere soffocato da un’auto-coscienza che opprime chi la possegga? Quello era ed è il rischio: che una prosa si elevi tanto da rarefarsi nell’intelligenza diffusa in queste pagine, come può capitare e capitava in certe prove narrative di quel discolo di Ruggero Guarini, tanto per fare un nome che sarà caro al nostro autore.

Chi legge non dovrà perciò rispondere agli stimoli di Marchesini con stimoli analoghi, controbattere con un commento alla base saggistica da cui traggono movimento queste storie: altrimenti, sarebbe un compito troppo agevole quello di manifestare il proprio consenso all’esauriente operazione di microfisica del potere culturale – stavolta, invece, il sintagma concettuale preso rapidamente in prestito farà sbuffare Marchesini… Non sia, cioè, che questi racconti vengano letti alla stregua di “saggi con personaggi”, ricalcando e modificando la nota definizione di “diario con personaggi” che Geno Pampaloni assegnò alla narrativa di Mario Soldati, e si eviti di svolgere proprio i temi che più invogliano: come i modelli dell’appropriazione e della trasmissione culturale incidono sui rapporti umani? In quali forme la percezione culturale di sé stessi pregiudica le nostre interazioni o addirittura le neutralizza? In che misura le mutazioni antropologiche che ci coinvolgono hanno una scaturigine culturale e determinano la scomparsa di un certo tipo di pubblico di lettori? (Il successo che incoronò uno scrittore “semplicemente” realista come Moravia sarebbe ripetibile?)

Questi e altri interrogativi critici devono essere valutati soltanto nella loro traduzione tecnica, in questi resoconti di ambizioni moravianamente sbagliate dei quali è difficile immaginare un’espansione, un’altra durata, quella romanzesca, forse in mancanza di Lucia, la ex fidanzata del Marco di Atti mancati, colei che faceva “capitare delle cose”, persino le cose mortali: più probabilmente, a causa del fatto che quella narrativa è anche una prova di liberazione, uno scrollarsi da qualcosa che c’era prima, e che un romanzo è quasi una ritorsione fisica, mentre tanto intelletto resta addosso a questi personaggi, come una coda che li segua e cancelli i loro passi per le strade di Bologna.

Non che quello narrativo sia un genere stupido, ma ha bisogno di una certa dose di vuoto, di “vera” incoscienza: queste coscienze colte nell’atto del proprio funzionamento da Marchesini, come da un Moravia che non sa fraintendersi, quasi invogliano a convocare un Moravia alla seconda che scruti di nascosto, magari travisi qualche passaggio, e ci riferisca, per non finire un po’ schiacciati dal narratore onnivoro, che anticipa e smangiucchia anche le testimonianze contrarie, come nel caso della madre, che posa le armi davanti all’irruenza dialettica di Pietro e sussurra: “Non so neanch’io (…) Di’ tu quello che vuoi dire”. Soffermarsi sulle tentazioni che la narrativa di Marchesini farebbe bene a respingere significa riconoscerne le possibilità, non misurabili e che sembrano distanziarla da quella di altri contemporanei, coetanei e non: estendersi su orizzonti più ampi vorrà dire per lo scrittore elaborare (coscienziosamente) il ruolo della tregua da concedere alle voci delle proprie sagome romanzesche – potrebbero prendere e andare al mare, per esempio, che dista appena un’ora, un’ora e mezza da Bologna…

Sono nato sul crinale che, per fortuna, divide la Valdichiana dalla Val d’Orcia: così, lo scontro di civiltà non degenera in rissa quotidiana. Dottore di ricerca in Filosofia, ma non importa, non ci capivamo: Orwell mi sembrava un filosofo, Heidegger un sofista (per non dire peggio), e nessuno era d’accordo con me. Insomma, ero stufo e mi sono messo a rileggere i libri che mi piacevano da piccino. Sono stato educato alla scuola critica di Carlo Monni: “La poesia è un brivido, tutto il resto è letteratura”. Proprio del resto, però, tocca occuparsi. Secondo me, avrei fatto meglio, in generale, a mettere su una band shoegaze, ma non sapevo né suonare né cantare, e sarei stato perfetto.
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