Mattinata ventosa con ciliegio

Pubblichiamo un racconto di Alessio Torino, autore del romanzo Tetano, già apparso il 25 Aprile scorso nel sito dell’agenzia letteraria grandi & associati.

Mattinata ventosa con ciliegio
di Alessio Torino

Federico sentiva le voci dalla finestra aperta della cucina. Qualcuno che si stava lamentando per il rumore delle foglie. Lui aveva già attaccato la Playstation alla tele. Ancora non poteva accenderla – la Rai l’aveva salvato dal compito in classe, ma adesso doveva seguire l’intervista. Non sapeva se seguirla dalla finestra o se scendere di sotto. Per ora se ne stava sul divano, di fronte alle tazzine dove la troupe aveva bevuto il caffè mentre lui si era rintanato in camera. 
«Signor Romagnoli, – disse una voce – quando è pronto noi si comincia». 
Avrebbe potuto restare seduto e ascoltare da lì. Ma vedeva il proprio riflesso sullo schermo spento. La gamba destra sulla coscia sinistra. I capelli tagliati da poco che, per qualche giorno, gli avrebbero fatto sembrare la testa quadrata. Guardarsi così gli ricordava quando aveva il mal di macchina –  forse era colpa dei granelli di polvere catturati dall’elettricità, con la luce radente erano bianchi e grossi. 
«Va bene». disse il nonno. 
Si alzò, si avvicinò alla finestra. Sotto il davanzale frusciava il ciliegio, attorniato da troppe persone. La madre con un vestito color pesca, mai visto prima, e riccioli più dorati del solito. La coppia di vicini anziani, i Biagini, con indosso maglioni di lana nonostante la bella giornata di inizio aprile. Poi un uomo dai capelli bianchi a spazzola che reggeva il microfono. Un ragazzo alto, indifferente al vento che lo spettinava, la camicia a maniche corte, che guardava il nonno da dietro l’occhio della telecamera. Una station-wagon verde bottiglia, impolverata dai tre chilometri di breccino dal bivio della Statale fin qui a Ca’ Virginia, la scritta R.A.I. quasi illeggibile sulla fiancata. 
Il nonno era seduto nella sua sedia di ferro, col bastone di traverso sulle ginocchia. Dava le spalle alla tenuta – la sedia era stata girata rispetto al solito, in modo che potessero inquadrare dall’orto fino al fosso e alla collina al di là della valle. Sua madre aveva insistito perché il nonno mettesse quei pantaloni nuovi, di principe di Galles – come aveva precisato – che gli facevano sembrare le gambe più magre. E adesso anche il mento sembrava più magro, più a punta. L’operatore ruotava la lente dello zoom. Sull’obiettivo si rifletteva la vigna. La vigna era tanto rigogliosa da nascondere i paletti – verde, con qualche macchia di ruggine, come gli occhi del nonno.
 «Quando sono tornato dalla guerra, casa nostra sembrava un mezzo rudere. Ma il peggio le bombe l’avevano fatto con la fornace Volponi. L’avrete vista, scendendo giù». 
«…» 
«È andata in malora. C’è rimasta solo la ciminiera. Ma tutti i mattoni delle case qui intorno li hanno cotti alla Volponi. Comunque io sono rimasto e ho rimesso a posto il tetto. Mio figlio è nato in quella camera là, quella al centro». 
«Be’, complimenti». disse il giornalista. 
«Il giorno stesso ho piantato il pino al cancello». 
«Bel posto qui, tranquillo, eh?» 
«Il ciliegio l’ho piantato invece quand’è nato mio nipote. Undici anni fa». 
«Quando si sente pronto cominciamo». 
Squillò il telefono. Gli occhi di tutti si spostarono verso la finestra. Federico si ritirò, corse a rispondere. 
«Ciao  ba’… sì, sono arrivati… puntuali… sotto il ciliegio… quando finiscono ti richiamo?» 
Federico rimase con la cornetta a mezzaria: Elezioni del cazzo! aveva detto il padre, e riattaccato. Gettò un’occhiata ai volantini arrivati per posta. Quello che aveva detto il padre, ieri, mentre nel tg sventolavano migliaia di bandiere azzurre, azzurre come quei volantini che recapitavano ogni giorno: intervistano i partigiani solo perché fra un mese si va a votare. Passò tra le sedie, attento a non urtarle, – ora il sole batteva sul tavolino, sopra la custodia di Resident Evil – si riaffacciò. 
«Che ne pensa dei giovani d’oggi?» 
«Mi fanno pensare a noi, a quando ci prendevano disarmati».
Il giornalista tossicchiò, sfogliò il blocchetto. 
«Torniamo al passato. Come ci si sente a uscire vivi da un campo di concentramento?» 
«Mi dispiace di non poter più mangiare le cipolle». 
«Cosa?» 
Il giornalista si voltò verso sua madre, l’operatore scostò la telecamera dall’occhio. 
«Mio suocero…» disse sua madre. 
A Federico diede fastidio che si fosse intromessa, doveva essere solo il nonno a parlare. Che lo lasciasse dire delle cipolle. E chissà, magari il nonno avrebbe raccontato anche del ciliegio. Adesso era fiorito, il ciliegio, di fiori così fitti da sembrare coperto di panna. Ma una volta il nonno gli aveva detto che se prendi un coltello e fai un taglio nella corteccia, comincia a uscire il vero ciliegio, da dentro, così piano che nessuno se ne accorge. E quei bitorzoli neri e contorti che poi nascono sul tronco, sono le sue cicatrici. Perché il ciliegio, aveva detto, è come un uomo. 
«Mio suocero sta raccontando di quando è uscito da Auschwitz, di quando ha toccato cibo per la prima volta dopo-» 
«Se non trovavo quella casa, – riprese il nonno – quella casa, l’ho già detto?, no, non ve l’ho detto, nella campagna, be’, quella casa, morivo di sicuro. Bella, la sala, un tavolone largo e i vassoi pieni di cipolle in umido…» 
«Una cosa per volta. Da capo». 
Il nonno spiegò al giornalista che una mattina, diversamente dal solito, nessun soldato tedesco aveva aperto la loro baracca. Erano passate ore, ma lui e gli altri trenta avevano continuato a guardare il chiavistello che non scorreva. Dall’esterno si sentiva invece un vociare, parole in tante lingue. Si erano decisi a forzare la porta. Nel campo si aggiravano i detenuti, sparsi, ognuno col proprio passo, talpe abbagliate dal sole. I Tedeschi non c’erano più. Le torrette agli angoli del perimetro spinato erano vuote. In cima alle altane penzolavano le mitragliatrici. I nazisti, in una notte, avevano abbandonato il campo, non restava una sola Kübelwagen.
«Essere liberi sembrava ancora più impossibile perché noi della diciannove aspettavamo da un giorno all’altro il trasferimento a Bergenbelzen…» 
Nella telecamera la spia rossa era di nuovo accesa. 
«I Tedeschi ci avevano scoperto nella baracca un apparecchio per prendere Radio Londra. La punizione era Bergenbelzen. A Bergenbelzen l’intero campo era organizzato intorno ai forni. Aspettavamo di essere caricati su un camion e di andare a morire, e invece ci svegliamo liberi, così liberi che potevamo metterci a ballare. Qualcuno dice che sarebbero arrivati i Russi, che era meglio rimanere. Io vado con chi pensa che potevano tornare i Tedeschi. Ma avevo paura di avvicinarmi all’uscita. Quando qualcuno voleva farla finita, si metteva a camminare verso quel cancello. Si incamminavano come scemi, facevano finta di non sentire la voce dall’altana, una, due volte, finché la terza era una raffica di mitra». 
«E com’è ritornato a casa?» 
«A piedi. Quella volta non avevo bisogno di questo…» colpì il bastone con le nocche. 
«In molti non ce l’hanno fatta, però». 
«È legno di albicocco. Il più duro che c’è. Sentite». 
«In molti non ce l’hanno fatta a tornare». 
Ecco, era adesso che sua madre sarebbe dovuta intervenire, zittire il giornalista e dirgli di ascoltare il nonno. Il nonno sapeva cose che gli altri non sapevano. Sapeva addirittura che i maiali capiscono quel che dicono gli uomini. Era per questo che, il giorno prima che venisse l’addetto del mattatoio, il maiale allevato dal nonno si metteva a  fare un verso lamentoso. Succedeva ogni anno. Il maiale piangeva perché aveva capito le parole che si erano scambiati il nonno e suo padre. E il nonno quella sera la passava ad accarezzare il maiale in mezzo agli occhi finché non si calmava. 
«Molti si sdraiavano su un prato e poi non ce la facevano a rialzarsi. Il sonno ne ha uccisi parecchi. Non sapevamo dov’eravamo, e poi la sete, bevevamo ai pozzi delle case ridotte in macerie. Ma più che il sonno e la sete… la fame. Nella marcia abbiamo preso a morsi di tutto. Fiori, bacche strane, girasoli. Un giorno pure le pannocchie secche, appese al sottotetto di un porcile, i maiali ovviamente erano già spariti. Finché non abbiamo trovato quella casa lì. Un sogno, in fondo a un campo d’orzo. Devo la vita a quella casa. Peccato però – accennò all’orto col bastone – peccato però per le cipolle…» 
«Si può sapere cos’è ’sta faccenda?!» il giornalista abbassò il microfono. 
«C’era un portico, con le poltroncine di vimini, ancora me le vedo, rivolte verso il giardino. Diamo una voce, non risponde nessuno. Entriamo. Un gran silenzio. Si fa il giro delle stanze. Erano due piani, tutti i pavimenti di marmo, pure le scale. I quadri alle pareti, sui mobili i candelabri con le candele, i divani puliti, le mensole con gli oggettini. Le finestre aperte, come per far cambiare l’aria, e le tende. E a piano terra c’era un salone. Nel mezzo una tavola lunga, con una tovaglia, bianca, Walter dice che è di seta, lui ha fatto il sarto. Sopra, vassoi d’argento riempiti di cipolle in umido. Restiamo lì a guardare. Aspettiamo. Avevamo paura. E se era un trucco dei Tedeschi? Nel campo sapevamo che facevano le torture ai cristiani, e vuoi vedere che ci avevano lasciato fuggire, che ci avevano fatto trovare questa casa e adesso erano nascosti a spiare come ci ingozzavamo? E poi perché solo cipolle? Con che diavolo le avevano condite? Magari ci avevano sparso un acido inodore…» 
«Ma alla fine era cibo vero, – disse il giornalista – cibo buono…» 
«Ah, buono sì». 
«E allora perché ‘peccato per le cipolle’?» 
«Mi dispiace perché da quella volta… e chi le può mangiare più? Un peccato. Qui da noi – accennò di nuovo all’orto – qui da noi c’è un terreno ottimo. E io le semino. Ma non per mangiarle, non io. Ne ho mangiate così tante, in quella casa, che oggi l’odore, anche solo l’odore, mi dà il voltastomaco. Più che un bacherozzo nel brodo. Giuro». 
Federico addocchiò il cestino sulla mensola. Spuntava una cipolla dal velo rossastro. Scherzava spesso col nonno, sapendo che gli facevano ribrezzo. Gliene avvicinava uno spicchio al naso, lui lo scansava schifito. 
«Le mie cipolle le mangiano quelli di casa…». 
«E volevo ancora chiederle, Signor Romagnoli, cosa pensa di questa società che avanza, votata solo al denaro?»
«Ma anche se non servissero a niente, anche se in casa mia nessuno le volesse, le seminerei uguale. Mi piacciono da vedere. Mi piace la forma che hanno, sono belle. Le avete mai guardate bene? Da vicino, dico». 
«…» 
«Io le guardo spesso». 
«…» 
«Se vuole, a lei e al suo amico, gliene regalo una cassetta. Ne ho diverse nel fondo». 
Il giornalista spense il microfono. L’operatore fece scivolare la telecamera dalla spalla. 
«L’intervista è finita, – disse il giornalista – Signor Romagnoli». Poi all’operatore: «Qualcosa c’ha pur detto». 
«Allora arrivederci». disse il nonno che si alzò dalla sedia, si aggiustò la coppola e si incamminò in direzione della vigna. Federico si ritrasse, aprì la custodia di Resident Evil. Il disco con lo zombi che allungava le mani gialle, dalla bocca gli usciva una verme grosso come un baco da seta. Lanciò il dvd sul divano e corse di sotto. Sua madre stava parlando col giornalista. L’operatore aveva appoggiato a terra una valigetta rigida, ci stava riponendo la telecamera via via che la smontava. 
«Ci spedite il servizio a casa, giusto?» 
«Sempre che non decidano di scartare tutto». 
«Come ‘scartare’…» 
«Signora, mi dica la verità. Lei cosa direbbe a sentire un’intervista dove c’è un vecchio che parla con amore delle sue cipolle? Abbiamo detto cipolle e non tulipani o rose. Insomma, di un racconto così, cosa penserebbe? Una casa intatta tra le bombe, una tavola imbandita in mezzo al niente…» 
«Ma è la verità!» 
«E allora?» 
Il giornalista si girò, tornava alla station-wagon. Salì dalla parte del volante e mise in moto. L’altro stava ancora sistemando la valigetta nel bagagliaio. 
«Eri qui?» disse sua madre voltantosi verso Federico. 
«Ha chiamato il babbo…»
Lei lo scansò per rientrare in casa. L’operatore sbattè il portabagagli e salì. Le ruote della station-wagon fecero saltare la ghiaia senza riguardo. Federico rimase a osservare la macchina che oltrepassava il pino, sobbalzando all’altezza del cancello. Andò sotto il ciliegio. Rigirò la sedia, si sedette. L’ombra dei rami galleggiava sull’erba. Toccò la grossa corda con cui il nonno aveva assicurato la sedia al tronco. Aveva avuto l’accortezza di mettere un pezzo di gomma tutto intorno, un vecchio copertone, per non fare del male al ciliegio. La corda era logora, dentro si vedeva il fil di ferro. Guardò verso la tenuta. Il vento portava l’odore del rosmarino, il cespuglio era coperto di piccoli fiori azzurro-blu. Il nonno era curvo su un filare. Li avrebbe controllati toccando quasi ogni foglia. Otto filari. Aveva ragione il giornalista, era un bel posto, tranquillo. Il cinguettìo era così forte che se ci facevi caso poteva sembrare un chiasso, cani che abbaiavano, non si capiva da dove. Le rondini scendevano in picchiata nella valle, risalivano come se rimbalzassero. Un bel posto, avevano detto il giornalista e l’operatore – però adesso stavano andando via. Anche i Biagini si stavano allontanando, loro a piedi. 
Guardò la finestra della cucina: sua madre col portatile all’orecchio. Gesticolava nervosa, le succedeva ogni volta che si agitava parlando al telefono. Lui prese un bel respiro e si mise a guardare di nuovo la tenuta. Così faceva il nonno. Il nonno sembrava sempre pacioso sotto il ciliegio. Anche se aveva quelle cose dentro – il rumore dei mitra, il risvegliarsi al mattino in una baracca, il filo spinato che ti rinchiudeva come una bestia. 
«Hanno detto che forse non la usano – disse la madre – Hanno detto che non ci si crede a uno che parla con amore delle sue cipolle». 
Strinse i pugni sui braccioli. La finestra, sua madre, l’orto, i vicini che tornavano a casa a piedi – li stava tenendo insieme con la stretta delle mani. La fiancata con la scritta R.A.I. ricomparve alla svolta in salita. 
«Trattare così un povero vecchio…» 
Si girò verso il nonno. Aveva sentito? O faceva finta di no? Chi stava sentendo tutto era l’albero alle sue spalle. Abbassò una mano per sfiorare il tronco. A una prima occhiata, sembrava una corteccia compatta, resistente come il bronzo a cui assomigliava nel colore. E invece era piena di piccole imperfezioni, bozzoli neri, escrescenze, in quei punti in cui la corteccia si era spaccata per qualche motivo. Il bronzo era soltanto una lamina sottile che fasciava il tronco come una benda. Il vero ciliegio, come sapeva il nonno, era dentro. Eppure, su in alto, sui rami candidi, sembrava un altro albero. Gli sarebbe piaciuto mangiare quei fiori che odoravano di miele e che toglievano il dolore. 
«Al telefono mi avevano detto che l’avrebbero mandata in onda il 25 aprile». 
Federico scattò in piedi. Fece tre passi in avanti, come per gridare alla madre di stare zitta, o al nonno che non era vero niente, o per urlare contro la macchina della Rai dove quei due stavano ridendo – ma sollevò la mano per schermarsi dalla luce. Era veramente piccolo, quell’altro 25 aprile, ma ricordava il nonno sul palco della piazza di Urbino, la medaglia che gli avevano appuntato sulla giacca come se fosse una spilla, il velluto degli stendardi, poi la marcia a piedi fino al Parco della Rimembranza, al passo con la banda, la corona di alloro che li precedeva tutti. 
Entrò nel fondo. Il nonno teneva le cipolle nelle cassette per la frutta accanto all’Ape. Erano sistemate in file ordinate. Ne prese una. Aveva un velo così compatto, odorava appena. 
«Fede!» sua madre, ancora dalla cucina. Significava che aveva finito la telefonata con suo padre e adesso voleva in qualche modo continuarla con lui, dire quanto avevano mancato di rispetto al nonno, dire altre cose sempre con quella voce. Spostò le cipolle nella cassetta finché sembrò che non ne mancasse nessuna. Dopo aver controllato che lei non fosse alla finestra, uscì di soppiatto. Corse svelto verso la strada. 
I Biagini erano già rientrati in casa. Attraverso l’edera del cancello vide la loro Mercedes, con lo stesso velo di polvere che si era steso sulla macchina della Rai. Continuò in salita, ma non sapeva dove andare, e si fermò davanti al numero civico di porcellana dipinta a mano, la villa del dentista. Il cancello scorrevole era aperto, la macchia blu della piscina e l’antenna parabolica, il loro silenzio che minacciava il nonno. Arrivò fino alle rovine della fornace Volponi. Era vero, di sicuro, quello che aveva detto il nonno: alla fornace Volponi avevano cotto i mattoni di ogni casa dei paraggi – ma adesso il tetto era crollato quasi per intero. Si vedevano le travi sbilenche e le pareti ancora in piedi erano infestate dall’erba murella. Rimaneva su la ciminiera che svettava sopra le macerie. 
«Fedeee!» 
Era salito abbastanza per vedere casa sua dall’alto. La storia di Ca’ Virginia, come la raccontava il nonno, era molto diversa da come la raccontava suo padre. Suo padre aveva quella frase – hai avuto un bel culo, te, Fede, a girare col triciclo intorno a una BMW – che cambiava tutto. Pensò di essere il nonno che tornava a piedi dalla guerra e vedeva, da lì, il buco sul tetto provocato dalla bomba. Non si metteva a frignare, ma si rimboccava le maniche e lo restaurava. Poco dopo gli saltava in testa l’idea di mettersi a costruire divani, di aprire una ditta dove all’inizio erano solo lui e il figlio, ma nel giro di un niente venti operai e furgoncini con la scritta ‘Romagnoli’. Adesso passava quasi l’intera giornata nell’orto. A curare delle cipolle che non gli piacevano, anzi, che lo facevano vomitare. Ma le seminava e annaffiava e conservava nelle cassette per loro, quelli di casa. 
Il rumore di una macchina – dovevano essere i due della Rai che tornavano indietro. Parcheggiavano, chiedevano scusa a sua madre, davano la mano al nonno e gli dicevano che il 25 aprile avrebbero trasmesso tutto quello che lui aveva detto sulle cipolle. Vide il Suv del dentista alzare un gran polverone. 
«Fedeee!» 
Doveva scappare dalla voce di sua madre. Non le avrebbe lasciato dire, non a lui, che il nonno era un povero vecchio. Entrò nel vialetto della fornace sbarrato da una catenella ridicola e da un cartello arrugginito di accesso vietato. Nella parte più alta della ciminiera c’era ancora il segno nero del fumo. Così doveva essersi immaginato Bergenbelzen, il nonno, quando aspettava il camion nella baracca 19 di Auschwitz. Costruzioni basse, una ciminiera nel mezzo.
La cipolla stava nella mano come una pallina da tennis, poteva tirarla verso i resti della fornace. Ma doveva morderla. Se non lo faceva, il nonno non sarebbe tornato dalla vigna. E Ca’ Virginia sarebbe crollata come la fornace Volponi. E il ciliegio si sarebbe spaccato, avrebbe versato per mille anni quanto la sua fragile corteccia teneva dentro, così fragile nonostante assomigliasse al bronzo. Schiacciò la cipolla col pollice. Si sprigionò l’odore acre. Affondò ancora il dito. Quello che non aveva urlato alla madre e alla macchina della Rai era in questa poltiglia. Chiuse gli occhi. L’avvicinò alla bocca e le diede un morso, pensando al nonno ad Auschwitz, il nonno che non sapeva, steso in quella baracca, di avere qualcuno che stava pensando a lui.

Alessio Torino (Urbino, 1975) ha esordito nel 2010 pubblicando per Pequod il romanzo Undici decimi (Premio Bagutta Opera Prima, Premio Frontino) a cui sono seguiti per minimum fax Tetano (vincitore del Premio Lo Straniero) e Urbino, Nebraska (2013, Premio Letterario Metauro, Premio Subiaco Città del Libro). Il suo ultimo romanzo è Tina, uscito per minimum fax a giugno 2016.
Commenti
Un commento a “Mattinata ventosa con ciliegio”
  1. Mariateresa scrive:

    Molto bello, grazie…bisogna scrivere e scrivere e scrivere sennò si rischia di dimenticare tutto…

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