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Maura Gancitano e Andrea Colamedici, filosofia e meraviglia

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Quando ho incontrato Maura Gancitano e Andrea Colamedici durante Più Libri, Più Liberi, conoscevo e apprezzavo già i due autori, soprattutto per i loro video molto incisivi sulla concreta applicazione nel quotidiano dei messaggi dei grandi filosofi e sulla decostruzione dei trucchi della propaganda politica.

Non immaginavo però che da quell’incontro sarebbe scaturito un rapporto di stima reciproca e di collaborazione intellettuale, di cui il primo frutto è Spin Doctors, serie satirica scritta da Colamedici che svela ironicamente le strategie vincenti di comunicazione del governo (e quelle fallimentari dell’opposizione).

Tre sono i punti di forza (e di vicinanza) che ho ritrovato nella loro ricerca: il riferimento a figure filosofiche irriducibili a schemi convenzionali, quali Simone Weil, Albert Camus, Friedrich Nietzsche, Gurdjieff; il liberare la filosofia dalla Torre d’Avorio per riportarla fra le strade: quando per la prima volta ho varcato la soglia della Libreria Tlon (zona Ostiense a Roma), durante una lezione della loro Scuola di Filosofia e Immaginazione, mi ha impressionato vederla traboccante di un centinaio di persone, animate da un vivo fermento intellettuale; soprattutto, la capacità di affrontare senza dogmi figure e testi della ricerca spirituale di ogni tempo, pur essendo alieni a prospettive ideologiche reazionarie o a inquietanti accezioni del concetto di Tradizione. Insomma, Gancitano e Colamedici sfuggono alle insidie delle identificazioni ideologiche, ma anche a quelle altrettanto letali del compiacimento postmoderno.

Dopo il successo della loro prima trilogia targata Tlon (Tu non sei Dio, attenta fenomenologia della New Age e delle sue trappole – Lezioni di Meraviglia, interessante tentativo di restituire uno sguardo colmo di stupore alla ricerca filosofica – La società della performance, una sintesi dei due precedenti testi che prova a portare avanti il discorso di Guy Debord su La società dello spettacolo, analizzando le dinamiche ulteriori create dai social network), ora i due autori propongono per Harper & Collins Liberati della brava bambina, riflessione evoluta e integrata che parte da alcuni spunti del precedente testo Malefica di Gancitano.

Il libro verrà presentato alle 14 di Domenica 17 Marzo all’Auditorium Parco della Musica, all’interno di Libri Come. Ecco la nostra conversazione.

Come è nata l’idea di scrivere “Liberati della brava bambina”?

Maura: Questo libro rappresenta una riflessione sui condizionamenti presenti, ancora oggi, nei confronti delle donne, ma anche nei confronti degli uomini. I condizionamenti della cultura patriarcale che ci “normalizza” e che, quindi, ci dice fin da quando siamo piccoli come ci dobbiamo comportare e cosa dobbiamo pensare, condizionandoci nel profondo, fino ai processi cognitivi. Quello che pensavamo di fare era, appunto, mettere a terra tutte le riflessioni che condividevamo su questo tema.

In seguito, è arrivata anche la casa editrice: dunque, assieme ad Harper & Collins abbiamo immaginato un percorso che avesse a che fare con “il problema senza nome”, un concetto che viene elaborato da Betty Friedan negli anni ’60 e che è collegato a una condizione specificamente femminile; quella delle donne che apparentemente hanno tutto quello che dovrebbero desiderare, però hanno la sensazione che manchi loro qualcosa. E quel qualcosa non manca per “colpa” loro, non sono ad essere isteriche, petulanti o incontentabili. Si tratta di una condizione che deriva da una storia precisa, da dinamiche precise.

Abbiamo pensato di raccontare queste dinamiche attraverso delle storie. Storie che sono state molto importanti, sia per me che per Andrea, poiché attraverso di esse abbiamo potuto raccontare sia cosa accade alle donne, quando si trovano in certe dinamiche, sia cosa accade agli uomini, come essi siano condizionati ad agire, a comportarsi (nei confronti delle donne ma anche di se stessi) a causa della cultura patriarcale. Forse il personaggio a cui siamo più legati del libro è Medea, ma un personaggio centrale, da comprendere profondamente, sia per le donne che per gli uomini, è Giasone. Questo perché egli è un prototipo del “maschio” che agisce per certe ragioni e non comprende quelle che agitano Medea; questo crea un conflitto enorme, che ancora oggi si verifica molto spesso, tra uomini e donne.

Quali differenze ci sono con i libri precedenti?

Maura: Con La società della performance abbiamo, in un certo senso, chiuso un percorso di riflessioni che avevamo iniziato nel 2016 con Tu non sei Dio, e proseguito poi con Lezioni di Meraviglia. L’idea era quella di aprire un nuovo ciclo e cominciare a parlare, più nello specifico, di “fioritura personale”. Liberati della brava bambina è un’evoluzione, in questo senso, di Malefica, libro che avevo scritto da sola nel 2015. Possiamo definirlo un’evoluzione proprio perché, a quattro anni di distanza, abbiamo introdotto questa idea della fioritura personale e della narrazione, temi su cui continueremo a riflettere nei prossimi anni. Abbiamo iniziato a scriverlo molto tempo fa, è stato un percorso lungo, proprio perché rappresenta l’inizio di un nuovo ciclo, un altro tipo di riflessione che è un po’ meno saggistica e molto più narrativa.

Una cosa che apprezzo del vostro approccio è la chiarezza. Affrontate la divulgazione di temi e concetti complessi in maniera per tutti intellegibile, senza banalizzare. La vostra visione della caverna platonica è fondata su un rovesciamento della prospettiva elitaria/esoterica, in una suprema ambiguità, come lo Zarathustra di Nietzsche che è “un libro per tutti e per nessuno”.

Andrea: L’idea di fondo è che Platone abbia plasmato l’Occidente.

“Tutta la storia della filosofia occidentale non è che una serie di note a margine su Platone”

Andrea: …come dice Whitehead. E non c’è scampo, a meno che tu non cominci a rendertene conto. Renderti conto ad esempio di come Platone, in un certo senso, sia stato l’ideatore del Cristianesimo, ovvero colui che ha costruito le basi per l’Anima, per l’Aldilà, la Ragione stessa (logos) su cui si basa il Cristianesimo. Se non te ne accorgi, è un problema. Ma se cominci a divenirne consapevole, puoi usare il corpus platonico per ribaltarlo contro se stesso e quindi contro l’uomo occidentale, a favore dell’uomo occidentale. Come Nietzsche stesso, anche se bisognerebbe discuterne: il Nietzsche di Heidegger è l’ultimo dei metafisici.

E, infatti, per Heidegger è assassino e vittima della metafisica. La Volontà di Potenza ha tratti metafisici, sembra un rovesciamento quasi rajasico della Wille schopenhaueriana..

Andrea: Certo. Però il Nietzsche di Deleuze è un altro Nietzsche, ad esempio. In questo senso, è difficile parlare di Nietzsche, senza parlare di sé stessi. Ovvero, è proprio difficile maneggiare la volontà di potenza senza metterci dentro se stessi.

Per chi ha studiato testi orientali, appare evidente come Nietzsche abbia perseguito dentro di sé un percorso quasi yogico.

Andrea: Ma infatti, quando abbiamo scritto Le dieci icone del bue, ottavo capitolo de La società della performance ispirate a una storia zen, ci siamo resi conto in essa ci sono dei passaggi che sono molto simili al percorso di Nietzsche, quando il mondo vero finì per diventare “favola”, cioè negli ultimi anni dell’800.

Non a caso, Alain Danielou scrisse il libro Shiva e Dioniso, spiegando come l’archetipo del dio danzante, recuperato da Nietzsche, derivi dalla deità indù che rappresenta la coscienza cosmica.

Andrea: Esatto. Questo recupero può avvenire solo comprendendo Platone, è davvero fondamentale. Oggi, uno dei più grandi compiti che secondo noi hanno gli intellettuali italiani è capire Platone e ribaltarlo. Provando ad andare oltre Nietzsche, cioè non limitarsi a indicare i suoi errori, ma prendere gli strumenti platonici per indirizzarli contro il sistema che lui stesso ha costruito e che noi abbiamo costruito attraverso di lui. Perché l’idea di fondo qual è? Platone è entrato in quella scissione tra oralità e scrittura, quando l’oralità stava morendo e stava nascendo la scrittura.

Sì, per poi condannare la scrittura (pensiamo al Fedro) nel momento in cui erige il più influente sistema filosofico attraverso di essa.

Andrea: Appunto, Platone ti dice: “Guarda, da qua non se ne esce… l’unica cosa che posso fare, pur consapevole che le cose migliori non le scriverò mai, è essere il più grande degli scrittori, in modo tale che tutti dipendiate da me”. Per meglio dire: “Io ti creo nuovi miti”.
Prima c’erano i miti omerici. Omero era la Bibbia dei Greci.

A quel punto però bisognava creare nuovi miti su cui creare una nuova società. Platone non ha fallito: ci è riuscito. Molti pensano che Platone sia andato a Siracusa e non sia riuscito a fondare il suo regno. E invece no, Platone ci è riuscito. Noi siamo tutti platonici fin nel midollo.

“Non possiamo non dirci platonici”, parafrasando Croce.

Maura: Su Youtube c’è un video di una nostra conferenza dal titolo “Perchè Platone ci ha rovinato la vita”, in cui spieghiamo questo aspetto. L’abbiamo messa a disposizione gratuitamente, perché lo riteniamo un tema molto importante.

Andrea: Quindi ora si tratta di inventarci noi nuovi miti. Ma per inventarli devi conoscere bene quelli vecchi, esattamente come fa Platone, che infila Omero da tutte le parti.

Senza parlare del recupero di tutta la tradizione orfico-pitagorica.

Andrea: Ne La Repubblica il mito di Er è orfismo puro. E il numero delle sfere? Pitagorismo puro. Però se tu non ce l’hai presente tutto questo, non riesci a ribaltare questa visione. Oggi il ruolo dell’essere umano contemporaneo è quello di creare nuovi miti. Ma per creare nuovi miti devi conoscere quelli vecchi e devi avere un’idea su dove vuoi andare con quelli nuovi. Perché il mito non è semplicemente una storia del passato o dell’aldilà. Per Platone, e per Omero stesso, è pedagogia pura.

In un certo senso, è come se Platone avesse sancito, appunto, la divisione metafisica tra corpo e anima(“il corpo è la tomba dell’anima”) ma questa scissione (forse, possiamo solo ipotizzare, enfatizzata rispetto al messaggio esoterico socratico) ha condotto la filosofia occidentale a una disperata contraddizione esplosa con Nietzsche e testimoniata da Heidegger. Sappiamo come Heidegger dirà negli ultimi anni: “Ormai solo un dio ci può salvare”. Con una frase a effetto, potremmo dire che tuttoil percorso della filosofia occidentale ritorna alla prima pagina dei Veda. Intendo che per la cosiddetta filosofia orientale le “conquiste” del Novecento (la crisi dell’io, il principio di indeterminazione, la consapevolezza dell’illusione etc.) sono il presupposto del discorso filosofico stesso.
Quindi è come se noi avessimo fatto un percorso di ritorno a una consapevolezza precedente alla scissione tra filosofia e spiritualità.
Quando studiamo Empedocle ed Eraclito, chi l’ha deciso a posteriori che siano pre-socratici e non invece eredi e continuatori di una tradizione precedente?

Maura: Sì, in questo senso ci sono dei pensatori che portano avanti queste riflessioni. Purtroppo, in Italia ci sono pochi libri su questi autori, penso ad esempio a Kingsley, secondo cui Parmenide non era semplicemente un filosofo. Come dice anche Henry Corbin, la storia della spiritualità e la storia della filosofia non erano separate, ma lo sono state a un certo punto con la nascita del mito della Ragione. E questo non significa che non esista la ragione, ma che noi siamo fortemente condizionati a livello cognitivo. Cioè, noi pensiamo in maniera diversa, rispetto a come si pensava 2500 anni fa e questo ci condiziona moltissimo. Quindi è come se noi cercassimo, come occidentali, un’integrazione che però non riusciamo a trovare, se noi partiamo dall’idea che siano due cose separate.

Infatti, l’etimo sia di “yoga” che di “religione” e di “simbolo” è collegato a “unione”: agganciare, rilegare, tenere insieme.

Maura: In questo senso, le neuroscienze oggi dicono cose molto simili a quelle che dicono le tradizioni. Io faccio corsi di educazione sentimentale, e la cosa curiosa è che uso la distinzione tra pulsioni, emozioni e sentimenti e le neuroscienze riportano la stessa distinzione, perché parlano di amigdala, lobi frontali, comprensione; stanno cioè confermando le stessa idea.

Per cui, uno dei problemi della filosofia degli ultimi due millenni e mezzo è stata proprio questa separazione dalla epimelia heautou, di cura di sé, di fioritura personale. E Heidegger probabilmente è l’esempio massimo di questo. Era arrivato a capire quasi tutto e poi… ha aderito al nazismo.

Pensiamo alla sua profondissima interpretazione di Holderlin, al recupero del sacro, alla “fuga degli dei” e al “nascondimento del divino”, tutti temi cruciali.

Andrea: Diciamo che si è schiantato sul traguardo.

Maura: Sì, che è una cosa che in realtà rischiamo di fare tutti, perché a quel punto ci attaccano le pulsioni e i dogmi. E noi viviamo costantemente assieme a dogmi che non riusciamo a smantellare. In questo senso la filosofia ha a che fare con il vivere nel paradosso. È per questo che noi non prendiamo una posizione netta: non siamo né apocalittici, né integrati di fronte allo spirito di questo tempo. Sì, esistono lo spirito del tempo e lo spirito del profondo, come diceva Jung, ma bisogna vivere in entrambe le parti, non ha senso ritirarsi completamente e non ha senso essere completamente integrati. Si tratta proprio di abitare le due dimensioni, che è una cosa che nessuno di noi sa fare. L’educazione sentimentale è questo.

Come riassumereste il vostro trittico di riflessioni?

Maura: Noi siamo partiti in Tu non sei Dio con una critica della spiritualità contemporanea, facendo emergere come essa sia in discontinuità rispetto alle tradizioni spirituali, nel senso che non c’entra niente, è un mero prodotto commerciale, utile solo a consolare e a renderti più incasellato nello spirito del tempo. Quindi, puntano a farti raggiungere uno stato di benessere, a farti sentire“più fico”, ma in realtà non c’è una conversione in senso platonico, cioè non c’è una periagoge, lo stravolgimento della tua vita: sei lo stesso di prima, solo che sei un po’ più contento.

E pensi di essere illuminato.

Maura: Esatto, quindi abbiamo cominciato con una ricostruzione storica e ci siamo accorti che quel fenomeno era un fenomeno collaterale di uno più grande, perché quello che abbiamo scoperto è che a metà dell’Ottocento cambia tutto, c’è proprio uno stravolgimento, quindi alcuni di questi fenomeni accadevano in tanti ambiti diversi. Il primo fenomeno di massa è stato lo spiritismo di Kardec, dove 10-15 milioni di persone d’Europa hanno cominciato a fare seduti spiritiche, praticamente dall’oggi al domani.
Sono gli anni decisivi in cui cambia il mondo occidentale completamente. Quando ci siamo accorti di questo, abbiamo cominciato a fare un discorso che prendeva altri fenomeni, cioè un discorso sulla società e i condizionamenti. In Lezioni di Meraviglia abbiamo parlato dello stato di follia controllata, quindi di come recuperare la meraviglia, come cominciamento della filosofia. Ovvero, come fai ad avere un atteggiamento filosofico, se vivi nel mondo ordinario? Devi accedere ad un altro stadio di coscienza un po’ più elevato, per farti veramente delle domande e quindi per fare filosofia.
Quindi, abbiamo parlato di Philip K. Dick, di Jung, di Montale, di vari esempi di questo tipo.
La società della perfomance è una ricapitolazione di questo. Dunque: analisi dei condizionamenti e modi per uscirne. In questo senso, abbiamo cercato di condensare tutte le cose che abbiamo detto in questi anni. Alla fine, quello che facciamo è il frutto di una riflessione continua.

Infatti si vede che è un precipitato di lunghe riflessioni. Non c’è una riga fuori posto. Uno può anche dissentire su molte cose, ma dal punto di vista comunicativo è incisivo. Si intuisce un lungo labor limae.

Andrea: Perchè nasce dall’oralità.

Maura: Sì, perché nasce dalle conferenze. Noi, quando facciamo le conferenze, scopriamo molte cose. Anche se parliamo noi, in realtà c’è un dialogo, un incontro con gli altri e quindi da lì, nel corso del tempo, abbiamo cominciato ad aggiungere dei pezzi. E l’idea stessa della società della performance, nasceva un paio d’anni fa, quando si parlava di Simone Weil e di Edith Stein, quindi nasce tutto dalle conferenze. Ovviamente, il testo scritto è completamente diverso, però l’idea è proprio quella di dare un’idea di politica della performance, dei vari aspetti che si manifestano nel vivere contemporaneo.

Il discorso della follia controllata mi ha ricordato il tema fondamentale dell’Ombra junghiana. Bisogna accettare il caos per non farsene travolgere.

Maura: Diciamo, questa la è la società della pura positività, dove tu devi condividere solo ciò che è positivo, solo ciò che ti dà visibilità. Ma in realtà la cosa importante è capire che il percorso interiore è una via negativa e questo lo dicono benissimo i mistici. Se tu cerchi la luce, ti stai prendendo in giro, è un’illusione per forza, si tratta proprio di camminare nell’Ombra.

Basti pensare all’inizio del poema dantesco…

Maura: Ma pensiamo anche a San Giovanni della Croce, a tutti i mistici che si sono inseriti nella tradizione cristiana perché non avevano altro, altrimenti sarebbero stati ammazzati. Pensiamo agli esempi esempi femminili come Ildegarda. Quando Giovanni della Croce “abita la notte oscura” non c’è alcuna luce “in fondo al tunnel”, c’è il buio. E questo buio fa troppa paura oggi e fa paura anche in piccolissime dosi. C’è la paura di abitare l’oscurità. È proprio la ragione per cui, quando si intraprende un percorso spirituale, si vuole essere gli eletti. In un libro che abbiamo pubblicato per Tlon dal titolo Occhi aperti di Mariana Caplan si parla delle “dieci malattie spiritualmente trasmissibili”. Una di queste è quella di pensare che tu sei l’eletto e vuoi scoprire che nella vita quotidiana sei uno sfigato, ma in realtà sei Neo di Matrix. Anche questa cosa è un condizionamento sociale.

Pensando a Matrix, mi sovviene al contrario Cypher il quale dice di sapere che la bistecca è illusoria, ma preferisce l’illusione al vuoto e alla sofferenza.

Andrea: Infatti, quel personaggio che fa? Tradisce, perché preferisce la finzione, all’orrore, a quel buio che diceva Maura prima. Un tema presente anche in Montale: “Forse un mattino andando in un’aria di vetro arida,/ rivolgendomi vedrò compirsi il miracolo./ Il nulla alle mie spalle, Il vuoto dietro di me”.
Più chiaro di così!

Del resto, i famosi versi di Montale “Codesto solo possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” (che Carmelo Bene indicava come un plagio da Nietzsche)sono proprio teologia negativa pura.

MauraLezioni di Meraviglia termina proprio con questa citazione di Carmelo Bene. Anche la ricerca della felicità nelle tradizioni orientali è illusione, ma vaglielo a spiegare a un occidentale che un percorso spirituale non serve a cercare la felicità.

Ma infatti, “felicitas” etimologicamente è affine a “realizzazione”. La famosa lettera a Cangrande della Scala, ammesso che l’abbia veramente scritta Dante, dice che uno dei due scopi per il quale lui ha scritto la Divina Commedia è la “felicitas”, non in senso di felicità, ma di realizzazione, appunto. In una delle vette dell’Advaitavedanta che è Tad Nishkala, celebri strofe scritte da Adi Shankaracharya,si legge: “Io non sono nemmeno la mia liberazione”, cioè la stessa liberazione è illusione, perché io non cado neanche nell’illusione di sentirmi Dio.

Maura: Sì, questo è proprio quello che dice Simone Weil ne La persona e il Sacro. Cioè, quell’idea di Simone Weil che la sacralità non sta nell’individuo, come la spieghi oggi? Nella società della performance io come individuo devo essere“il più fico di tutti”, lo devo costantemente dimostrare e quello che mi interessa è dimostrare che il mio brand personale è forte, quindi non c’è nessun tipo di collante, non c’è un ponte che stiamo cercando di attraversare insieme, c’è solo intrattenimento, quindi è una società di puro intrattenimento, dove tutto è intrattenimento, anche la pratica spirituale.

I tempi del sacro sono stati sostituiti dai temi dell’affermazione dell’ego. L’inizio dell’Ulisse di Joyce, quando lui si fa la barba e dice: “Introibo ad altare Dei” è la parodia del rituale sacro, diventato abitudine meccanica, banale (il farsi la barba). Adesso è diventato la spettacolarizzazione della banalità, quindi è un passo ulteriore verso il baratro.

Maura: Pensiamo all’Ho’oponopono, la  tradizione hawaiana che era un sistema di risoluzione dei conflitti. Si tratta di una cosa seria, di quella comunità. In italia sono quattro paroline scritte su un bottiglietta d’acqua, perché così ti rilassi, quando sei arrabbiato.

Come Ubuntu cheper molti, ignari, è il nome di una Coca cola alternativa (peraltro gradevole).

Andrea: O come la tavoletta Ouija i cui diritti ora sono della Hasbro.

Maura:  Ridotta a gioco da tavolo.

Andrea: Quello che scriviamo in Lezioni di Meraviglia è aver frainteso del tutto Nietzsche quando parla di superuomo, perché è Übermenschermensh, quindi oltre non “super”.

Certo,come spiegò Vattimo.  In questo senso ho sempre pensato a un appunto dei cosiddetti Diari Intimi di Baudelaire (che poi tanto intimi non sono, perché erano appunti destinati alla pubblicazione), dove afferma “Della centralizzazione e vaporizzazione dell’io, tutto è là”: un’intuizione non distante dalla Volontà di Potenza di Nietzsche. Appunto, attraverso l’ascesi del dandysmo, Baudelaire è arrivato a delle conclusioni che sono ascetico-yogiche. Pensiamo ai primi versi di Corrispondenze: “La natura è un tempio in cui viventi colonne lasciano talvolta sfuggire confuse parole; l’uomo vi passa,attraverso foreste di simboli,che lo guardano con sguardi familiari”.
E poi, nelle ultime strofe, l’abbandono nei sensi, una mistica rovesciata.

Andrea: Il libro rosso di Jung, in questo senso, è illuminante, soprattutto nella parte finale, la parte in cui afferma che agli dei piace che qualcuno ogni tanto abbia il coraggio di rompere le regole. E il punto, lì, è riprendersi l’anima. Perché lui la perde e se la riprende. Jung è uno dei pochi che riesce a non dare agli dei il corpus della propria esperienza. Lo dice anche lo stesso Gurdjieff, quando racconta di costruirsi l’anima, e poi all’ultimo di non darla alla Luna. Questo è l’aspetto forse più interessante di tutta l’opera, perché, come scriveva Katherine Mansfield “va al sole chi morendo pensa al sole”. Solo che all’ultimo si fermano in tanti. Tanti grandi filosofi alla fine non hanno rispettato il voto della filosofia, sono diventati sapienti. Nel momento in cui diventi sapiente, smetti di essere un filosofo. Questa idea che la filosofia sia l’amore per la sapienza, è limitante, perché non è amore, è amicizia ed è anche seduzione. Da questo nasce la meraviglia.

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
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