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Se il mediatico è politico. Appunti sulla costruzione sociale del genere

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Una visione del mondo puramente aristotelica ci suggerirebbe che l’essere umano è per natura un animale politico e che, conseguentemente, ogni azione ha un’origine e un significato, sul piano semiotico e nelle dinamiche di significazione, inevitabilmente politico. Non è la ragione o l’istinto a differenziarci dagli altri mammiferi ma la parola: affidare un significato politico ai linguaggi mediatici vuol dire comprendere che il tutto è più della somma delle singole parti, che quelle dialettiche creano – producono e riproducono – un immaginario vivo e pulsante che invece di distruggerla artisticamente asseconda la narrazione di un paese intento a riconfermare continuamente le proprie ipotesi, ma soprattutto vuol dire accettare che i vuoti politici non esistono.

Un vuoto di visione politica si trasforma fisiologicamente in una nuova visione politica retrograda i cui contenuti, per quanto frivoli, barbari o nascosti, costruiscono su più livelli il contesto sociale, diventando l’appendice ipodermica della scenografia politica. La politica intercetta sempre le nostre vite: possiamo scegliere se essere attivi o passivi nell’assimilare i suoi contenuti e in quale misura farci attraversare dalle contraddizioni che rispecchia.

Nell’opera Sesso e temperamento del 1967, l’antropologa Margaret Mead ci dice che ‘’tutte le discussioni sullo stato delle donne, sul carattere, il temperamento delle donne, sulla sottomissione e l’emancipazione delle donne fanno perdere di vista il fatto fondamentale e cioè che le parti dei due sessi sono concepite secondo la trama culturale che sta alla base dei rapporti umani…’’.

Oltre ad una struttura del potere, declinata sul piano legislativo, che permea dall’alto i rapporti di genere, esiste anche un suo apparato sociale, mediatico e rappresentativo, che si pone come sovrastruttura di una realtà già distorta in embrione; la rappresentazione del genere diventa il riflesso di una torsione morale istituzionalizzata, sessista e feroce, che si nutre di quelle stesse rappresentazioni, come in un circolo vizioso in cui gli attori si autoprosciolgono grazie alla propria immagine, e non perché queste sono la pancia del paese ma perché l’intero corpo del paese è stato costruito e contemporaneamente persuaso – dunque educato – in questo modo. Le affermazioni di certi personaggi pubblici sono solo il riflesso, l’origine o la conseguenza di un problema strutturale.

Secondo il Global Gender Gap Record, a cura del World Economic Forum, nel 2020 l’Italia è al 76esimo posto, su 153 paesi, per quanto riguarda il divario di genere, in una classifica in cui al primo posto c’è il paese dove il divario è minimo, ovvero l’Islanda, e in cui il divario è considerato rispetto a diversi indicatori quali la presenza e la valorizzazione politica (donne con seggi in parlamento, donne a livello ministeriale, capo di stato o di governo negli ultimi 50 anni), la partecipazione socioeconomica (partecipazione femminile al mercato del lavoro, parità salariale percepita, differenziali salariali stimati, numero di donne legislatori e manager, numero di donne in professioni intellettuali o tecniche), la salute e l’istruzione; l’Italia inoltre si pone al 125esimo posto per disparità salariale di genere, ovvero meno di una donna su due lavora (in un Paese in cui le donne sono oltre 1,6 milioni in più degli uomini, c’è una differenza di circa 3,7 milioni di occupate donne in meno).

Questi numeri sono il riflesso della produzione culturale e allo stesso tempo quest’ultima è il riflesso di questi numeri, che sono ancora più interessanti se si guarda alla relazione inevitabile che intercorre tra la sfera sociale, mediatica e politica e quindi tra il pubblico e il privato.

Il saggio del 1973 di Elena Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine, analizza la costruzione sociale del genere e dell’identità sessuale femminile a partire dalla prima infanzia, in rapporto alle culture e ai vari ambienti di socializzazione; l’opera risale a quasi cinquant’anni fa e chiaramente ci racconta un mondo antropologicamente diverso ma si sofferma spesso su un’analisi molto puntuale delle rappresentazioni, interessante ed accurata anche oggi rispetto l’interpretazione di certe produzioni culturali e mediatiche.

Nel testo l’autrice cita un’inchiesta della sociologia francese Marie-José Chombart De Lauwe intitolata L’enfant et son image, pubblicata nel ‘72 sulla rivista L’école desparents, nella quale si analizzano i personaggi infantili e adulti presentati nella letteratura e nei film francesi per adolescenti; secondo lo studio di De Lauwe ‘’questi personaggi idealizzati incarnano le concezioni degli adulti, i valori della propria cultura alla quale i bambini vengono iniziati.’’, e ancora: ‘’Il malessere della società nei confronti della donna si rivela in questi racconti. Le bambine si trovano davanti una rappresentazione del mondo dalla quale le donne sono quasi escluse. […] Questo insieme di fatti traduce l’incertezza delle immagini femminili nella nostra società e può spiegare, almeno in parte, la difficoltà delle bambine ad accettare il loro sesso e a identificarsi con esso’’. Nell’intera opera Elena Gianini Belotti analizza, con un raffinato lavoro pedagogico e bibliografico, la costruzione di un certo immaginario a partire anche da letteratura, film o vecchie favole appartenenti allo scenario internazionale ed italiano.

L’autrice, nell’analisi di certe produzioni, sostiene che ‘’la trasmissione dei valori culturali diventa un potente coro senza voci dissenzienti’’, auspicando ad una ‘’possibile funzione di rottura di schemi convenzionali e di proposta di nuovi valori più ricchi e più vari’’.

Analogamente a quanto analizzato riguardo l’immaginario del secolo scorso, le dinamiche di rappresentazione all’interno dei prodotti dell’intrattenimento sono anche oggi portatrici di una forte distorsione rispetto al ruolo delle donne. Un’opera accurata e bellissima riguardo questi temi, e riguardo i nostri tempi, è Commando Culotte. Les dessous dugenre et de la pop-culture (edito da Ankama nel 2016 e ancora mai tradotto in Italia) di Mirion Malle: questo fumetto, che in realtà è una raccolta delle tavole dell’omonimo blog dell’autrice francese, analizza i recenti prodotti televisivi e cinematografici da un punto di vista delle disparità, e dunque delle rappresentazioni, di genere.

In questa analisi l’autrice cita gli studi del Geena Davis Institute on Gender in Media proponendo dati molto interessanti e necessari per comprenderela radicalità della costruzione sociale del genere, ad esempio: all’interno dei prodotti dell’intrattenimento sono rappresentati 3 uomini per ogni donna, soprattutto nelle narrazioni che riguardano storie di famiglie; tra il 1937 e gli anni a cavallo del 2005, nei 91 film della Disney le protagoniste donne sono state solo 13 di cui solo una nella propria storia non è stata accomunata alla ricerca dell’amore come fine ultimo della vicenda; una donna ha 4 possibilità in più rispetto ad un uomo di essere rappresentata con indumenti intimi o sexy; solo il 5% delle donne nei film sono donne nere e le donne musulmane sono sempre rappresentate in quanto vittime; si è dimostrato nell’ambito di questo studio che quando uno spettatore vede il 17% di donne rappresentate percepirà in un secondo momento che le donne che ha visto, in percentuale, siano state il 50% sul totale dei personaggi ovvero tenderà a sopravalutare il numero reale a causa della sottorappresentazione femminile che vi è di solito; un altro dato molto interessante, in particolare per quanto riguarda la funzione pedagogica affidata a questo tipo di produzioni, sostiene che il 44% delle bambine di 8 anni ha forti ambizioni di leadership, e che dunque in quell’età raggiungono il momento maggiore di fiducia in se stesse, ma che successivamente all’età di 12 anni quelle ambizioni crollano al 21% proprio a causa della costruzione dell’immaginario che passa dal racconto dei personaggi rappresentati.

È giusto o sbagliato sovrapporre l’intrattenimento – la letteratura, i film, la televisione, Sanremo– con la valenza politica dei suoi contenuti? È, più che altro, un problema epistemologico che porta con sé varie questioni di merito: evidentemente non si può pensare che il festival di Sanremo (che è solo la punta dell’iceberg o, meglio, una parte del tutto) debba fare la rivoluzione, facendo pace con l’idea che certe contraddizioni ci attraversano in varia misura più o meno sempre, ma comprendere certi meccanismi (ad esempio gli studi sulle rappresentazioni) è forse un passaggio fondamentale per decostruire pubblicamente la riflessione sul genere e avere una consapevolezza diversa e migliore nell’uso dei linguaggi.

Nasce e vive a Roma. Studia sociologia all’Università La Sapienza. Nel 2014 vince la 1ª Sezione del concorso letterario “Scrittore in banco” nell’ambito della manifestazione “Festa del libro in Mediterraneo”. Collabora con Minima & Moralia. Nel 2019 diventa borsista a La Sapienza e si specializza nell’indirizzo socioculturale.
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