Bosco-di-larici

Meditazioni sull’arte di scrivere racconti

Bosco-di-larici

Pubblichiamo un estratto da A pesca nelle pozze più profonde di Paolo Cognetti (minimum fax) e vi segnaliamo l’incontro di domenica 7 alle 11 al Caffè letterario di Più libri più liberi: Paolo Cognetti e Christian Raimo si confronteranno sul tema “L’arte del racconto o della narrazione breve”.  (Fonte immagine)

Fuori dalla mia finestra, davanti al tavolo su cui scrivo, c’è un bosco di larici di una sessantina d’anni, piantato dalla forestale dove per secoli c’era stato un pascolo. Lo so per aver visto la foto di una famiglia di contadini nei campi: accanto passa una mulattiera delimitata da muretti a secco, sullo sfondo ci sono alcune baite. «Quella è casa tua», mi ha detto la signora che me l’ha mostrata, e che di quei contadini è nipote. «Casa mia?», ho chiesto io incredulo. Del bosco che sono abituato a vedere non c’era traccia. Neanche il profilo del pendio, così spoglio d’alberi, sembrava lo stesso. Poi ho dovuto riconoscere che la mulattiera era quella, e di case allineate in quel modo quassù non ne esistono altre.

Sessant’anni sono tanti per un uomo ma pochi per un bosco, che è ancora giovane per il taglio. I larici sono diradati abbastanza da lasciar filtrare pioggia e sole, così sotto continua a crescere l’erba e il bestiame può pascolare. A guardare in un bosco selvatico vedi solo buio, ma questo è un bosco umano che si va inselvatichendo: di mattina, nella controluce, dalla finestra riesco a vedere tra un tronco e l’altro, fino a scorgere l’ondeggiare dei rami o un pezzo di cielo, e certe volte, se sono fortunato, il passaggio di un capriolo. Di pomeriggio tutto sembra più fermo, ma è un’illusione dovuta al giro del sole. In realtà le cose lì dentro non smettono mai di muoversi. I larici sono alti e flessuosi e sensibili come vele, capaci di avvertire il minimo soffio di vento e di gonfiarsi paurosamente sotto il temporale.

Ma quello che vedo non cambia solo con le stagioni, cambia con me. Quando scrivo il bosco è buono da osservare e posso restare a farlo per molti minuti, un po’ perché mi ricorda tutti i boschi dei miei racconti preferiti, un po’ perché il gioco di luci e ombre mosse dalla brezza mi dà sempre l’impressione che qualcosa stia per accadere, che una presenza sia acquattata e sul punto di rivelarsi, o che a guardare abbastanza a lungo potrei scoprire un particolare che è sempre stato lì, ma io non l’ho mai notato. Poi torno al mio quaderno, a «quelle vite lasciate a metà», come scriveva Grace Paley. Se la tensione di un racconto è tutta tra il visibile e l’invisibile, vorrei che i miei fossero come quel bosco: che le cose che nascondono non finissero mai, che le loro luci e ombre si muovessero costantemente, e che uno potesse restare a guardarli in attesa, catturato da ciò che si sta per rivelare.

Il paesaggio non è un panorama vago e distante. È lo spazio esterno a me, alla mia casa, il là fuori, il pezzetto di mondo che ho intorno: che sento ostile o accogliente, che mi rattrista o mi consola, che mi attira, mi annoia, mi dà coraggio, mi fa paura. I sentimenti che il paesaggio mi suscita raccontano cose di me; in ciò che provo guardando dalla finestra c’è la mia storia d’amore e d’odio col mondo.

Nick Adams tornò dalla guerra ai boschi della sua infanzia, gettò lo zaino dal treno in corsa e poi saltò lui stesso, e appena si scrollò la polvere di dosso vide che tutto era bruciato. Quand’era passato l’incendio? Le trote nel torrente sembravano le uniche cose vive. Ma anche prima di partire per il fronte, da qualche parte in quegli stessi boschi, una sera guardava un falò crepitare e intanto cercava le parole per liberarsi di una ragazza, e quando aveva alzato gli occhi dalle fiamme gli occhi erano caduti sulla ex segheria, che un tempo sferragliava e fischiava e adesso era solo un rudere. Ricordi, Nick? Da sempre non facevi che assistere alla fine di qualcosa: che fosse una ritirata di soldati nel fango, a Caporetto, coi camion lasciati indietro e i disertori che si strappavano la divisa di dosso, o una puttana grassa nella sala d’aspetto di chissà quale stazione d’America, che singhiozzava per il suo amore perduto e intanto la ciccia le ballava su e giù. Eppure dovresti saperlo bene: non sono le cose ad abbandonarti ma tu che non fai altro che scappare da loro, e sentirne la mancanza solo quando è troppo tardi. Allora torni, e osservi, e scrivi. Tracci mappe dei luoghi in cui hai lasciato l’infanzia, amato una donna, combattuto una guerra, e speri di conservare, insieme a loro, qualcosa di te.

Da scrittori dovremmo continuare a chiederci: che cos’è che sto davvero vedendo? E subito dopo: che cosa sto ricordando? Alice Munro ne ha fatto la sua regola: mai smettere di interrogarsi su ciò che vediamo e registriamo, mai pensare di averlo capito del tutto. Non che sia per forza diverso da quello che sembra, ma è di più di quello che sembra, come un’immagine a due dimensioni di cui scopriamo la profondità. Per questo nei suoi racconti il paesaggio è così importante. E i suoi personaggi-geografi si ostinano a misurarlo: perché si sono persi e hanno bisogno di capire dove sono finiti, perché tornano al loro paese senza riconoscerlo e vogliono sapere cos’è accaduto. Sono due luoghi simili, il paesaggio e la memoria. Ciascuno utile a capire l’altro. Insieme compongono uno spazio-tempo privato che è il vero oggetto d’indagine della scrittura della Munro.

«Nella fattoria in cui sono cresciuta, d’estate si prosciugavano i pozzi». È l’incipit nascosto (nel senso che viene dopo l’incipit apparente) di uno dei suoi racconti più belli, «Ortiche». Il doppio inizio ha un motivo ben preciso: sembrerebbe la storia di un primo amore – quello per Mike, il figlio del perforatore di pozzi – ma è anche la storia di un altro rapporto, quello tra una donna e il suo mondo. Nella prima parte del racconto siamo nell’Ontario dei tardi anni Trenta, e la narratrice non è che una bambina. «La fattoria era piccola, nove acri di terra. Abbastanza piccola perché l’avessi esplorata tutta quanta, e ogni sua parte aveva caratteristiche particolari che non saprei descrivere a parole». Luoghi dotati di un’anima, capaci di esercitare attrazioni e repulsioni: il recinto delle volpi, lo scannatoio dei cavalli, le buche vicino al fiume dove un tempo si era estratta la ghiaia. «Ma c’erano anche altre cose che avevano, a loro volta, un mucchio di cose da dirmi, anche se non vi era mai accaduto niente di memorabile». Una pietra del selciato, il ceppo di un albero abbattuto. Oggetti magici.

Poi arriva Mike, al seguito del padre venuto a cercare l’acqua, e tutto cambia. «Mike vedeva queste cose con occhi diversi. E io pure, adesso che ero con lui. Le vedevo a modo suo e a modo mio, ma il modo mio era incomunicabile per natura e perciò doveva restare segreto. Il suo invece aveva a che fare con l’utilità immediata». Un sasso serve a saltarci sopra, un albero ad arrampicarsi, una pozza a tuffarcisi dentro dopo una lunga rincorsa. Inesauribile ideatore di avventure, Mike assume il comando dei giochi e il controllo della geografia. E la bambina se ne innamora in una quieta sottomissione, accantonando il proprio mondo segreto in favore di quello di lui. Non è questo, si chiederà da grande, che ci si aspetta da una moglie? Ma quando il padre di Mike finisce il lavoro i due piccoli amanti vengono brutalmente separati, e il paesaggio si trasforma di nuovo: «Non avevo idea, finché Mike non scomparve, di come potesse essere un’assenza. Di come il mio intero territorio si sarebbe modificato, come se una frana ci si fosse riversata sopra facendo piazza pulita di ogni significato, tranne che della perdita di Mike». Ora il sasso, la pozza, l’albero, sono i ruderi di una relazione. Ogni cosa è ricordo di ciò che era prima. Fortunato colui che se ne va, peggio per chi rimane: condannato a guardarsi intorno e vedere solo le orme di chi non c’è più.

Poi il racconto viaggia nel tempo. Con quella naturalezza con cui Alice Munro esplora le vite, come aprendo una porta e ritrovandosi in un’altra stanza, ora c’è uno spazio bianco e sono passati trent’anni. La donna ha appena lasciato il marito e due figlie a Vancouver e si è trasferita a Toronto, dove abita in un minuscolo appartamento e prova a fare la scrittrice (o prova a mettere giù a parole, per come la vedo io, ciò che per tanto tempo è stato incomunicabile). Sono gli anni Sessanta, e anche il quartiere di immigrati che ha intorno riesce a sembrarle eccitante: gli odori di spezie, la musica, le feste fino a notte fonda, fanno da scenografia a quella privata rivoluzione. Finché le sue bambine arrivano per le vacanze estive, e ne sono disgustate. Per loro è solo un quartiere sporco, pieno di poveri. Perché non torni a casa?, le chiedono insistenti. Ed ecco di nuovo l’antica arrendevolezza verso chi ha una più chiara, incontestabile visione del mondo. E del posto che ognuno vi dovrebbe occupare. Quando le bambine ripartono perfino la colazione in pasticceria ha perso il suo fascino: «A differenza di prima, notavo l’espressione di chi la mattina sedeva sugli sgabelli alti dietro la vetrina, oppure ai tavolini fuori: persone per le quali quella non era affatto un’esperienza elettrizzante, ma l’abitudine stantia di una vita di solitudine».

In questo stato d’animo la donna viene invitata nella casa di campagna della sua amica Sunny. Accetta senza troppo entusiasmo. Ecco un altro movimento a cui Alice Munro ci ha abituati: un ritorno non del tutto voluto, dopo una fuga in gran parte fallita. «È bellissimo qui, dissi. Ma la campagna che stavamo attraversando non significava niente per me». Poi la sorpresa: a casa di Sunny c’è un altro ospite, un amico del marito di lei, e quell’ospite è proprio Mike. Il bambino dei pozzi. I due passano il sabato sera a raccontarsi a vicenda quella lontana estate, e poco alla volta rinasce un’attrazione che non può manifestarsi davanti ai padroni di casa, dato che Mike è sposato e anche la moglie è una loro amica. Ma la domenica riescono finalmente a stare un po’ da soli. Mike va a giocare a golf e la narratrice si offre di accompagnarlo. La situazione è ironicamente familiare: sono di nuovo uno accanto all’altra in un paesaggio di fantasia, in cui uno stagno non è più uno stagno né un prato è un prato, ma tutto è lì perché serve a giocarci, proprio come piace a Mike. Solo che il golf è un gioco per adulti, codificato e prevedibile come le loro relazioni. Così, mentre lui passa da una buca all’altra, lei osserva con un certo rimpianto le acacie cresciute spontaneamente ai bordi del campo, il volo degli uccelli agitati dalla minaccia di un temporale. Che poi arriva davvero: i due sono troppo lontani dalla sede del circolo, così corrono a ripararsi nell’erba alta. E qui Alice Munro spende un’intera pagina a descrivere fiori e piante di quel prato, quasi a intralciare gli amanti e a farci dispetto, ora che – è chiaro – tutti noi tifiamo per loro: per poi finalmente, sotto il diluvio, lasciare che si abbraccino tra i fiori di campo e si scambino quel benedetto bacio.

Il racconto non finisce qui. Ma tanto lo sappiamo già di cosa si tratta: di un «amore inutilizzabile», perché di mezzo ci si è messa la vita e ha fatto troppi danni. Quel bacio è un segreto che resterà tra loro – come le irritazioni che, tornati a casa, scoprono di avere su gambe e braccia. Poco più di un fastidio passeggero, qualcosa che non lascerà alcun segno. Ortiche. «Dovevano esserci anche quelle, non viste, nel prato in cui ci siamo riparati».

Quanto a lei e alle sue rivoluzioni, anni dopo farà un giro da quelle parti con il secondo marito. Chissà poi perché quest’insistenza nel tornare sui propri passi. È riuscita a fare la scrittrice, nel frattempo. Ora il suo mondo interiore è presentabile, difendibile, perfino rispettabile. Ora si può restare a guardar fuori dalla finestra senza passare per donnine trasognate. Non troverà la casa di Sunny ma il campo da golf, benché rimesso a nuovo; non si sentirà soddisfatta né delusa; infine dirà al marito: andiamocene pure. Suo marito, il geografo, nel viaggio di ritorno le mostrerà un affioramento roccioso e le spiegherà qualcosa sul modo in cui le glaciazioni hanno intagliato il mondo; lei osserverà un’altra volta il suo paesaggio d’infanzia e sarà come riaprire il libro che ti hanno regalato nella culla, un codice che da tutta la vita vai faticosamente decifrando, e di cui hai appena capito una parola in più.

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Le ortiche – lo sappiamo bene qui in montagna – amano l’acido urico. Per questo infestano i ruderi delle stalle e prosperano nei letamai. Dove cresce l’ortica, è probabile che un tempo ci sia stato del bestiame: lei non lo dice ma secondo me lo pensa, mentre torna in città con le gambe che prudono, che prima quel campo da golf era un pascolo, perciò lì intorno una volta doveva esserci una fattoria.

Paolo Cognetti è nato a Milano nel 1978. È autore di alcuni documentari – Vietato scappare, Isbam, Box, La notte del leone, Rumore di fondo – che raccontano il rapporto tra i ragazzi, il territorio e la memoria. Per minimum fax media ha realizzato la serie Scrivere/New York, nove puntate su altrettanti scrittori newyorkesi, da cui è tratto il documentario Il lato sbagliato del ponte, viaggio tra gli scrittori di Brooklyn. Per minimum fax ha pubblicato Manuale per ragazze di successo, Una cosa piccola che sta per esplodere (vincitore, tra gli altri, del Premio Fucini, del Premio Settembrini e finalista al Premio Chiara) e Sofia si veste sempre di nero (selezionato al Premio Strega 2013). Per Laterza è uscito nel 2010 New York è una finestra senza tende.
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