citati

Meglio non leggere

Riproponiamo qui, con alcune glosse a cura di Christian Raimo, un editoriale di qualche giorno fa uscito sul Corriere della Sera.

di Pietro Citati [che potremmo definire la firma del giornalismo culturale più prestigiosa in Italia, oggi in forze al Corriere, dopo anni di collaborazioni a Repubblica, interrotti forse per questo motivo]

Credo che i lettori italiani siano peggiorati negli ultimi trenta-quarant’anni. [Sarebbe interessante capire quale sia la convinzione che porti Citati a scrivere quest’affermazione. Per alcuni critici come Girolamo De Michele o Antonio Pascale che si sono occupati del “citatismo”, la sua cifra precisa è quella di rimpiangere un’età perduta (assolutamente preclusa al lettore) in cui le cose andavano molto meglio e quindi se le cose vanno male oggi un po’ evidentemente e anche colpa del lettore)] La generazione letteraria che pubblicava i propri libri attorno al 1960-1970 è stata la più ricca e feconda apparsa da secoli. [Quest’altro genere di affermazione sembrano far parte di una specie di genere del “pensiero nostalgico”, che De Michele e Pascale hanno individuato per esempio in questi articoli su “la scuola un tempo era migliore” e “i pomodori una volta erano migliori]. Malgrado l’opinione di Roberto Calasso [che visto che Citati non vi dice quale è, forse perché è stata espressa sul giornale concorrente, la potete trovare qui] credo che i lettori italiani siano peggiorati negli ultimi trenta- quarant’anni. Non c’è da meravigliarsi. La generazione letteraria del 1910-1924, che pubblicava i propri libri attorno al 1960-1970, è stata la più ricca e feconda apparsa da secoli nella letteratura italiana. [qui si potrebbe mettere un link allo stesso articolo due righe sopra, ma sarebbe interessante riconoscere come questa teoria critica di un’età dell’oro della letteratura italiana ormai finita abbia sicuramente un valore scientifico se un importante critico come Pietro Citati la enuncia con così grande forza – io stesso l’ho recentemente sentita legittimare da Guido Baldi a un convegno della Erickson in una formula che poteva essere tipo “dal Nome della Rosa in poi per la letteratura italiana è stato un gran declino e da un avventore abituale di un bar universitario che voleva convincermi che “oggi tutti i libri che se pubblicano in Italia fanno tutti schifo]. I lettori ereditavano le qualità degli scrittori. Erano lettori avventurosi e impavidi, che non temevano difficoltà di contenuto e di stile, fantasie, enigmi, allusioni, culture complicate e remote. In quegli anni libri bellissimi ebbero un successo che oggi non si potrebbe ripetere. Penso sopratutto a due casi. Quello dell’Insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera; e quello delle Nozze di Cadmo e di Armonia di Roberto Calasso. Non si era mai visto un così arduo libro di saggistica, fondato su una analisi rigorosa dei testi, conquistare un pubblico tanto vasto, e ripetere il suo successo in ogni Paese. [Anche queste altre affermazioni perentorie sono interessanti, proprio perché – senza voler fare i bastian contrari per forza – a spulciare semplicemente il catalogo dell’Adelphi degli ultimi vent’anni si trovano: Sandor Marai, Mordechai Richler, Patrick Dennis di “Zia Mame”, Oliver Sacks, Wisława Szymborska, James Hillman, Alan Bennett, Frank McCourt, Dai Sijie… insomma tutti scrittori non da supermercato e da dieci edizioni in su]

Oggi la lettura tende a diventare una specie di orgia [si riferirà all’ultimo libro di Starnone, o alla riedzione di “Addio Columbus” di Philip Roth o al libro che proprio ieri stavo rileggendo – “Glamorama” di Bret Easton Ellis, o alle ammucchiate che si trovano nelle “Particelle elementari” di Houllebecq?]  dove ciò che conta è la volgarità dell’immaginazione, la banalità della trama e la mediocrità dello stile. Credo che sia molto meglio non leggere affatto, piuttosto che leggere Dan Brown, Giorgio Faletti e Paulo Coelho. Intanto, continua la scomparsa dei classici. Gli italiani non hanno mai letto Dickens e Balzac. Oggi, anche Kafka (che nel l970-80 era amatissimo) va a raggiungere Tolstoj e Borges nel vasto pozzo del dimenticatoio. Per fortuna, restano i poeti: o, almeno, una grande poetessa, Emily Dickinson. [Sarebbe interessante vedere da dove Citati ricava questi dati. Se uno prende per esempio il network sociale Anobii, vede che per esempio “Anna Karenina” è nella librerie di 11.000 lettori – alla pari praticamente di molti best-seller degli ultimi anni]

Anche i numeri stanno calando. Negli ultimi mesi le vendite dei libri — sia delle clamorose novità sia del lento catalogo — sono discese di circa il 12 per cento rispetto agli anni precedenti: così mi dicono. [E qui a un certo punto io mi sono immaginato telefonate in tarda notte con piccole  spie editoriali, oppure qualcuno nella stanza accanto, magari un maggiordomo bengalese in cucina che urla a Citati che la la catastrofe è imminente]. È una vera catastrofe editoriale, alla quale speriamo che portino rimedio i prossimi mesi dell’anno. La spiegazione è ovvia: la crisi economica si è allargata e si è estesa. Ma niente è meno costoso, e tanto indispensabile, come il piacere della lettura. [Ieri, a un incontro a Libri Come Antonella Agnoli – autrice delle “Piazze del sapere” – raccontava con la sua forza di consulente di biblioteche come per una famiglia monoreddito in un periodo di crisi comprarsi un libro per uno anche a prezzi bassi può essere una spesa che viene postposta ad altre]

Il principale rimedio è la diminuzione del prezzo dei libri. [Vedi, non averci pensato prima a chiedere a Citati!] Molte case editrici ricorrevano, negli anni passati, a un sistema di vendite scontate (del 20 o 30 per cento) in alcuni mesi dell’anno, specialmente ottobre, novembre, dicembre. I risultati economici erano notevoli. La cosa mi sembra perfettamente legittima. Non vedo perché una casa automobilistica possa abbassare, per qualche mese, i prezzi delle vetture, e una casa editrice non possa diminuire quelli dei libri. Ma, nel 2010, è accaduta una cosa inverosimile. Sottoposto a non so quali pressioni [beh, anche qui non era difficile sapere quali, bastava seguire una enorme campagna di mobilitazione che molti editori di progetto hanno condotto contro l’abuso degli sconti in librerie e che ha portato alla Legge Levi – la famosa campagna dei Mulini a vento] il governo ha di fatto ucciso le vendite straordinarie dei libri, o le ha ridotte al minimo. L’industria editoriale italiana è gracile e fragile. Se non si vuole farla affondare completamente, il provvedimento del 2010 va assolutamente abolito. Ogni editore venda i propri libri al prezzo che preferisce. [Già finito? Non potevi fare una colonna in più?]

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
22 Commenti a “Meglio non leggere”
  1. angie scrive:

    Una persona anziana che esprime giudizi così amari e negativi sul presente e che alla fine ristringe il panorama del contemporaneo a 3 nomi (Dan Brown, Giorgio Faletti e Paulo Coelho) mi fa un po’ tenerezza. Il problema non è l’orizzonte letterario italiano o internazionale contemporaneo, forse il problema è proprio lui stesso, che cerca nel presente stilemi che furono e che non sono più. Se il giudizio sul presente è così negativo, forse varrebbe la pena di guardarsi allo specchio, perchè c’è anche la responsabilità dei padri, di chi è venuto prima di noi. Ma io non ci sto a questo gioco del piccone, io credo che oggi ci siano libri, romanzi e scritti che fanno battere il cuore, ossigenano il nostro cervello e il nostro sangue, aprono finestre su nuovi mondi lontani e vicini e sui nostri giardini intimi… i libri potranno vendere meno copie ma noi abbiamo anche la possibilità di comunicare attraverso tanti nuovi mezzi. No so se Citati sia il più importante critico italiano, comunque io sto con quei vecchi che a noi, più giovani, ci invitano ad avere speranza e fiducia nel presente e nel futuro, che ci esortano a cambiare il presente, se non ci piace e se non ci rappresenta. Penso a persone (Maestri) come Goffredo Fofi oppure a Don Gallo mentre leggo con noia e fastido il grande critico.

  2. Lacritica scrive:

    A me una persona anziana che esprime questi giudizi non fa tenerezza, mi fa arrabbiare. Pensando che ai grandi vecchi tutto è concesso, anche la sciatteria “così mi dicono”, mi auguro che venga il tempo in cui sarà fatto spazio ad altri, semplicemente più aggiornati.
    La mia opinione non riguarda soltanto i critici letterari, ovviamente. I grandi critici hanno sempre da insegnare, se riescono a essere universali, super partes, facendoci dimenticare, nel limite del possibile, da quale generazione provengono. A un giovane naturalmente non sarebbe mai concesso di sfoggiare tanto impunemente la sua età anagrafica, in virtù della quale Citati sembra scrivere, come se fosse una garanzia di affidabilità.

  3. Christian Raimo scrive:

    anche un’idea tipo redistribuire il compenso che avrà preso Citati per quest’articolo per cinque critici che avrebbero affrontato i temi che qui vengono evocati in maniera come dire tanto giovanile da essere infantile?

  4. Chiappanuvoli scrive:

    Verve impareggiabile!…anche se la verve un tempo era migliore…

  5. Tinker scrive:

    Ho pensato le stesse cose che hai scritto tu Christian, quando ho letto questo articolo. Davvero penoso.

  6. Patrizia scrive:

    Buongiorno,
    ho letto l’articolo “Meglio non leggere” e l’ho trovato sconcertante.
    In risposta ad esso, mi sono permessa di scrivere alcune considerazioni personali che potrete trovare qui: http://patriziadagostino.com/?page_id=146

    Cordiali saluti,
    P.D.

  7. angie scrive:

    Giusto una piccola puntualizzazione per LaCritica sul termine tenerezza… pensavo si intuisse la carica di disprezzo e ironia che pensavo malgrado la parola delicata. I critici come Citati si prendo molto sul serio e quindi quale vendetta più sublime se non sbeffeggiarli e soprattuto ignorarli? Lasciarli alle loro tristi e noiose letture. Io invece, sono così appagata dalle mie letture del periodo e malgrado una vita personale dura ho incontrato autori e scrittori che riescono a interpretare la contemporaneità con stile personale, sagacia e generosità… quindi continuiamo a leggere nella consapevolezza che cresciamo un po’ anche se qualche volte ci scontriamo con i libri inutili e brutti con i bluff commerciali… ci fanno amare ancora di più la bellezza.
    ciao

  8. marco cassini scrive:

    Nell’allegro carrozzone dell’editoria italiana mancavano ancora solo pochi numeri circensi, e nel volgere di sole ventiquattore ecco qua: da una parte su Repubblica l’ad del maggior gruppo editoriale italiano ammette candidamente di essere “vicino al panico”; e dall’altra un noto critico letterario che sul Corriere invita i lettori a non leggere.

    Credo con fermezza che l’articolo di Citati nuoccia alla lettura molto più che Dan Brown, Coelho o Faletti.

    Citati, in qaunto giornalista culturare, dovrebbe essere una sorta di testimonial della lettura, e invece dire “meglio non leggere niente” è veramente un disservizio che fa all’editoria e alla cultura. Quanti non-lettori si sentiranno giustificati adesso? “Ma se lo dice anche Citati che è meglio non leggere, perché tutto il mondo si mobilita per portarmi dall’altra parte della barricata? Erano quasi riusciti a convincermi, a fregarmi, a me non-lettore, ce l’avevo quasi fatta ad avvicinarmi a queste cattedrali per me irraggiungibili che sono le librerie, e invece un – mi dicono – illustre critico afferma perentorio che io, che nella mia vita avevo ricevuto solo in regalo a natale una copia di Angeli e demoni, ancora incellophanata lì sul caminetto, posso anche non leggermelo. Meno male, pericolo scampato!”

    E che dire del contributo che questi bestseller commerciali danno alla assai fragile economia del libro? Citati, che forse – almeno a giudicare dalla scarsa conoscenza della materia dimostrata nel suo aritcolo – i librai li frequenta poco, non sa che autori come quelli da lui additati come il male del mondo in realtà (involontariamente, certo) sorreggono perfino la famosa “bibliodiversità” di cui noi editori ci preoccupiamo, giustamente, tanto. Credo che di rado sentirete un editore pronunciare una frase così contraria allo snobismo di cui in genere la categoria viene accusata (più frequentemente la sentirete pronunciare a un libraio, e io che i librai li frequento ve la riporto nella sua quasi paradossale semplicità): Dan Brown, Faletti, Coelho – tanto per restare al cerbero citatiano – secondo un banalissimo principio di economia fanno circolare denaro nelle casse delle librerie, ed è soprattutto grazie ai loro bestseller se il “sistema libreria” può permettersi di reinvistire qualcosa anche nell’acquisto di libri proposti da un editore di nicchia. In pratica, se un libraio vende qualche copia di Io uccido riuscirà a non uccidere la diversità della sua proposta, comprando anche quei libri di più difficile circolazione: i piccoli editori indipendenti, la poesia che non sia solo della Szymborska, la critica letteraria che non sia solo di Citati, e così via.

    Sulla questione dello sconto, singolarmente o insieme al gruppo dei Mulini a vento ho già detto molto quindi non mi ripeto, ma mi sembra patetico – e rischioso – che una firma suppostamente autorevole come Citati non sappia quasi nulla dei principi base che regolano la circolazione e la vendita dell’oggetto a cui deve, direttamente o indirettamente, la sua professione e i suoi lauti compensi: gli editori già (e non da oggi, ma da sempre) vendono i libri “al prezzo che preferiscono”. È una delle poche regole certe del nostro mercato: il prezzo è imposto dall’editore. Il problema non è certo questo, ma le pratiche scorrette che la (assai imperfetta ma assai meritoria) Legge Levi ha cercato di arginare, dovute alla nota unicità del mercato italiano in cui alcuni soggetti, possedendo tutta la filiera del libro (editore-distributore-grossista-libreria) possono calpestare quella regoletta del prezzo imposto alla fonte, che è tutela di un equo margine per l’editore (e quindi – è bene sottolinearlo – tutela di un dignitoso compenso per tutti i soggetti che partecipano alla vita “pre-commerciale” del libro: autori, editor, redattori, traduttori, uffici stampa, uffici diritti, impiegati, consulenti e collaboratori delle case editrici). In che modo possono calpestarla? Decidendo che per esempio una libreria Mondadori nel vendere un libro pubblicato dall’editore Mondadori, e distribuito dal distributore Mondadori (lo stesso si potrebbe dire per Feltrinelli e per il gruppo Gesm/Messaggerie), ricavando sul prezzo di copertina del libro un margine assai più cospicuo rispetto a quello di un piccolo libraio concorrente (proprio perché unisce il margine del libraio a quello dell’editore e a quello del distributore), possono incidere in maniera anomala su quel principio di correttezza della concorrenza alterando, ovverosia “scontandolo”, il prezzo che – secondo la legge – dovrebbe essere fisso, dato che è stampato sul libro e imposto dall’editore.

    Chi si scaglia contro il tentativo di questa legge di arginare la pratica degli sconti non sa dunque che mettendo a rischio librai non di catena (che non hanno appunto quel vantaggio dei margini più alti) e editori non parte di gruppi editoriali, mette a repentaglio la sopravvivenza non solo di singoli editori e di singoli librai, di migliaia di lavoratori della cultura e della conoscenza. E se questo principio viene auspicato da un “noto critico letterario” la questione si fa assai più seria. Direi perfino pericolosa.

  9. tyco scrive:

    Ma perchè, davvero Faletti, Coelho e Brown vi sembra buona letteratura? Come si fa a non essere d’accordo almeno su questo? Bah.

  10. Massi scrive:

    @tyco
    Mi sa che hai messo il coltello nella piaga: non lo si deve dire.

  11. minimaetmoralia scrive:

    @tyco e Massi
    Coltello nella piaga?
    Per me Brown, Faletti, Coelho, Volo, e l’elenco potrebbe continuare sono sicuramente Brutta letteratura. Anzi, direi meglio, nonletteratura.
    Ma quello che dice Citati non è questo. Citati dice: non leggete questa roba.
    E io potrei dire: Citati, chiedi al tuo editore di darti un terzo dei soldi di anticipo che ti dà per i tuoi libri e di non stampare Dan Brown e Fabio Volo, per esempio. Citati dice: da quarant’anni in poi fa tutto schifo.
    È nongiornalismo anche questo pezzo di Citati, che assomiglia alle robe che potrebbe dire un avventore da bar al terzo campari a stomaco vuoto. Il catastrofismo, ancor più quello letterario, è un ottimo alibi per chi non vuole fare un discorso articolato. Né sulla letteratura, né sull’editoria. La battuta sulla legge sugli sconti è Questa sciatteria di Citati varrà fin quando saremo indulgenti con questa superficialità di discorso,
    Quello che non riconosce Citati è la questione di sistema, in un mondo culturale molto mutato, per cui il suo status di critico non è più scontato.
    Christian Raimo

  12. marco cassini scrive:

    @tyco @massi:

    il fatto è che citati fa il critico letterario. da un critico letterario ci si aspetta che ci dia un’analisi messa a punto sulla base degli strumenti critici e letterari a sua disposizione, attraverso cui ci spieghi perché faletti, coelho e brown non sono buona letteratura. e non che inciti a non comprare i loro libri mischiando il discorso piuttosto qualunquistico e non supportato da alcuna analisi critica “meglio non leggere affatto piuttosto che leggere brown, coelho, faletti” con quello di tutt’altro livello e significato legato al prezzo di vendita dei libri, alla legge sugli sconti e così via.

    qui non si sta certo difendendo coelho & co., si sta solo cercando di capire perché quello che viene considerato il più importante critico letterario italiano scriva degli articoli di così bassa lega, e su argomenti che per alcuni sono di vitale importanza, basato sui “così mi dicono”, sui “non so quali pressioni” e senza uno straccio di approfondimento teorico.

    voi concordate che tutto ciò che è stato scritto e pubblicato “negli ultimi trenta-quarant’anni” (!) dicamo dunque dagli anni settanta in poi, sia solo letteratura in cui “ciò che conta è la volgarità dell’immaginazione, la banalità della trama e la mediocrità dello stile”?

    io, da lettore, da editore, da scrittore, mi sentirei, e infatti mi sento, profondamente offeso.

  13. Armando Minuz scrive:

    Citati avrebbe avuto ragione nel dire che la base di lettori “forti” si deve allargare. Questo lo dicono e lo auspicano un po’ tutti gli addetti ai lavori, da sempre. Doveva fermarsi lì e ne sarebbe uscito solo un articolo banale. Invece porta il discorso alle estreme conseguenze, sostiene che se proprio si deve leggere “cattiva letteratura” è meglio non leggere affatto. E che degli ultimi quarant’anni si salva poco o niente.
    Cassini poi chiede: “Ma voi concordate con lui? “, ed è una domanda retorica, perché i bei libri escono ogni anno. Bisogna cercarli, certo, nascosti fra una pila e l’altra dell’ennesimo mega seller, fra i giochi delle industrie editoriali che raggruppano editore, promotore e distributore, creano il mainstream e raramente puntano su un libro coraggioso. Io però credo, senza generalizzare anche perché è ormai una vecchia storia, che il problema non sia che non escono più bei libri, perché non è vero. Uno dei problemi più gravi è lo stato mentale del mitologico “italiano medio”. Cioè che molti italiani non hanno più né la preparazione culturale per leggere i “bei libri” né, quel che più conta, la voglia di approfondire, o magari un suolo ideale, un clima ideale per far germogliare la passione per la lettura dei “bei” libri, chiamiamoli così per estrema sintesi. Perché comunque i libri che meritano sono lì, nessuno li ha bruciati o messi all’Indice, Legge Levi o no, non costano 99 euro a copia. I bei libri sono pronti sugli scaffali o al massimo da prenotare via Internet se un libraio pigro non li vuole ordinare (perché oggi succede anche questo, anche se non nelle “buone” librerie). Ma come si fa a ordinare qualcosa di cui non si conosce l’esistenza? Come si fa a conoscerli, i bei libri, se non si legge qualche blog, qualche rivista di critica letteraria, se non si hanno amici con cui discutere un po’ dell’ultimo libro di Tizio o di Caio, se almeno non si va a curiosare in libreria di tanto in tanto, se insomma non ci si forma un minimo di coscienza critica, soggettiva quanto si vuole ma “formata”? Allora succede quello che succede alla maggior parte degli italiani (non a tutti, ma a tanti). Se per miracolo si “casca” dentro una libreria, si compra il nome altisonante, quello con le pile da dieci copie l’una, contro cui sbatti anche se non vuoi, quello da cui hanno tratto un film, quello più spinto dalla promozione e distribuzione, ecc. E sempre se in libreria ci si “casca”, perché nella maggior parte dei casi in libreria non ci si va proprio e non si compra proprio un bel niente, né Faletti, né Faulkner, né Philipp Mayer, né Giorgio Vasta. Nel ribadire un certo abbrutimento culturale Citati ha ragione (e ci mancherebbe, in Italia con questa intuizione stupiva Pasolini quarant’anni fa, la stessa intuizione non può stupire anche oggi, perché è già stata detta e ribadita). Però, se proprio Citati voleva tagliare il nodo gordiano e fare una boutade almeno un po’ originale, doveva scrivere non di abolire la legge Levi o di non leggere più, o che “all sucks!” (che a dire il vero sarebbe una presa di posizione quasi punk) ma che sarebbe bene far passare in una via del centro, un sabato pomeriggio di primavera, una squadra di librai in assetto antisommossa, muniti di fucili narcotizzanti. Una volta sul posto bisognerebbe farli sparare sulla folla, raccogliere i dormienti e farli risvegliare tutti in libreria. Questo sì mi avrebbe stupito e sarebbe stata, almeno, una proposta più originale del “se dovete leggere male non leggete”… sentenza fra l’altro che, ad absurdum, potrebbe innescare un divertente giochetto al massacro, che rimpallerei volentieri di là dal muro. Chiederei a Citati: se è vero che se dobbiamo leggere “male” è meglio non leggere, è anche vero che se dobbiamo mangiare male è meglio non mangiare? E che se dobbiamo respirare aria inquinata è meglio non respirare? Funziona così? A parte gli scherzi, questo tanto per dire che il problema del mercato editoriale italiano non è tanto che si legge “male”… è che non si legge proprio. Chiarisco una cosa per fugare ogni dubbio: nonostante i miei 37 anni, ho sempre avuto i gusti letterari di un “vecchio”, a volte anche un po’ snob, eppure la vorrei un’Italia che legge Faletti e Coelho, magari rubando telespettatori a certi programmi tv. Magari, dei 20 milioni di “nuovi lettori”, col tempo qualcuno si renderebbe conto che può trovare di meglio, magari passando da Faletti ad Ellroy. Anche solo per sbaglio.

  14. L. Ma si Ma no scrive:

    Meglio non leggere? lo diceva anche Massimo Trosi (no, non leggo: i’ so’ solo uno a leggere, loro so’ tanti a scrivere…). Comunque, certamente non è il più bell’articolo di Citati. Ma forse voleva dire che i lettori mediani leggono male, sta rimproverando i lettori mediani: perché ve la pigliate voi che mediani non siete né come lettori, né come scrittori e né come editori? In fondo sta dicendo la cosa che dite tutti, che la cultura è importante, che invece sta scomparendo, che la barbarie avanza e qui e là. Insomma, quella di Citati è una provocazione riuscita (per questo Citati viene pagato molto, per via che le sue provocazioni riescono, in quanto egli è autorevole).

    Boh, penso che se davvero gli volete rispondere come si deve, alla provocazione, dovete tirare fuori i dati di vendita (se possibile veritieri), non gli inutili numeri di ignobiil. Dovreste dimostrare che a fronte delle vendite di Sciascia e Calvino, oggi ci sono tizio e caio; a fronte dei dati di una volta circa le vendite dei classici, ci sono quelli di ora. Mele con mele e pere con pere. Se invece, limitandosi agli italiani, dovesse risultare che un piccolo numero di pessimi titoli si mangia il 90% delle vendite (che so, Faletti, Volo, Giordano, Tamaro, Mazzantini, Nesi, Avallone, Concita de Gregorio, Littizzetto, Pennacchi, Gramellini, Saviano… Lucarelli e Camilleri ce li metto?), non avrebbe ragione il Corriere a lanciare la provocazione, attraverso la sua penna letteraria più costosa?

    Oppure, mercato per mercato, non potrebbe essere che Citati o il Corriere debbono un favore a Calasso, o all’editore Adelphi? O che RCS sta per lanciare in edicola una nuova iniziativa sui classici, magari insieme a Adelphi?

    Cassini, la logica che vendere le ciofeche serve ai librai a mettere in bottega merce di prima scelta, secondo me non porta da nessuna parte. Anzi, porterà sempre di più alla vendita delle figurine degli scrittori, o degli scrittori figurati, non so. Secondo me voi piccoli dovreste avere il coraggio di sottravi al massacro da parte dei grandi editori, fondando reti di librerie-gioiellerie, contro le librerie-bigiotterie. Da quanto ne so fanno più soldi i gioiellieri dei bigiotteri.

    Larry Massino

  15. Massi scrive:

    Ma allora, per favore, non perseveriamo col refrain che “L’esorciccio” e “La polizia si incazza” sono serviti per sostenere Fellini, perchè anche l’industria del tonno lo ha fatto. Personalmente su questo sono concorde: difendere la lettura purchessia è controproducente, i mezzi cambiano il fine e le cattive letture sono tossiche. Alla fine non c’è gran differenza fra Dan Brown in libreria o al cinema, per dire. Questo dice l’articolo. Poi, ci vogliamo aggiungere Cavallero che afferma che a causa dei nuovi scenari editoriali all’orizzonte «[il lettore] non puoi più menarlo per il naso»? Perché bisogna lasciare sempre non detto che secondo tutti i criteri fuorchè quelli più commerciali libri come quelli menzionati non valgono niente? Perché deve essere uno come Citati (classe 1930 e nessun assillo – presumo – per il mutuo) a dover dire che Faletti “è una cagata pazzesca”? (La parte per il tutto, per fare a capirci, sebbene è chiaro che ogni libro è storia a se) E perchè gettare la croce su uno come lui, col suo peso, che, finalmente, dice questa cosa? Non ha mica bestemmiato in chiesa.

  16. Vito Bianco scrive:

    Se quell’articolo l’avesse scritto un giovane collaboratore che deve produrre quaranta articoli al mese per non morire di fame il caposervizio l’avrebbe rimandato al mittente; e avrebbe fatto bene. Ma l’ha scritto, sonnecchiando, Citati, e Citati, chissà perché, può scrivere qualunque corbelleria senza pagare dazio. Per il resto, fanno testo tutte le considerazioni di Marco Cassini, che parla per precisa cognizione del lavoro editoriale, che non finisce in tipografia ma in libreria, ammesso e non concesso che il piccolo editore riesca ad arrivarci. Quanto ai supposti cattivi libri, vorrei ricordare che molti lettori forti e raffinati hanno cominciato con libri di non altissima qualità letteraria e che un critico dovrebbe, tra l’altro, impegnarsi a procurar lettori ai buoni libri, magari spiegando ai più giovani e impazienti perché meritano la pazienza che talvolta richiedono.

  17. G.T. scrive:

    Meglio non leggere… Citati!

  18. cenzino scrive:

    Assolutamente d’accordo con Citati.

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