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Memoria e disincanto: su “Ricrescite” di Sergio Nelli

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di Gabriele Merlini

Trattare la quotidianità con acume, ironia e amore per le piccolezze diventa un gesto piuttosto eroico e da salutare con gioia, in questi tempi di supposti ritorni di massa allo weird e al fantastico.
Ricrescite è stato scritto da Sergio Nelli all’inizio del millennio, editorialmente un’era geologica fa, poi pubblicato da Bollati Boringhieri nel 2004. Tunué adesso (con prefazione di Antonio Moresco) sceglie di farlo riapparire nelle librerie all’interno di un progetto di riscoperta di meritevoli opere finite fuori catalogo, così servirà collocarlo nell’attualità del panorama narrativo nazionale: piacevole constatare quanto risulti ancora una salutare boccata d’ossigeno sotto moltissimi aspetti.

Gli angeli li ho incontrati una volta, da ragazzino, mentre ero in coma da una meningite celebro-spinale. Mi artigliavano la schiena con delle roncole.

La forma diaristica, nell’ultimo migliaio di anni, è stata praticata con costanza da un discreto numero di persone eppure, grazie alla natura plastica di cui dispone, ogni volta può essere reinventata, declinata sulla base delle esigenze dei singoli. Nel caso di Nelli l’uscita turbolenta da un periodo complicato, il desiderio di rinascita, di ricostruzione non può che passare attraverso la trattazione dei gesti minimi di ogni giorno, il rapporto di un uomo di mezza età con un figlio che nasce e cresce, il ruolo di insegnante svolto con dedizione e l’analisi di specifici vizi che talvolta ti inchiodano, altre (fortunatamente) ti elevano.

L’accurata rilettura – centoventi dense pagine – di una esistenza scandita in brevi e puntuali paragrafi, gli oggetti che ci circondano apparentemente secondari ma nel profondo funzionali per raccontarci un bel po’ di cose su di noi, se solo razionalizziamo e decidiamo di concedere loro il tempo necessario per illuminarci (la dinamica di caduta di una cacca di piccione dalla grondaia, «la sua traiettoria veloce, l’impatto adesivo» oppure gli ovini Kinder pericolosi e tentatori.

La vulcanologia spiegata a un adolescente nei libri per ragazzi o in Plinio il Giovane, i fantasmi che oltrepassano sia le pareti di casa che le montagne sulla base di capacità intriganti, gli angeli) ma anche e soprattutto il passato.

Per aprirmi la strada con gli alcolisti ho evocato perfino gli avi.

Ché per Nelli – in Ricrescite come alle cene in trattoria (potranno confermare coloro che hanno avuto la fortuna di condividerci un vitello steccato arrosto e vino rosso al cunsumo) – è l’ironia, il disincanto ciò che ci mette al riparo da qualsiasi rischio di sterili operazioni nostalgiche o mitizzazioni di quanto è stato, lasciando viceversa al ricordo la funzione migliore di cui dispone: aiutarci a capire chi siamo diventati con il passare degli anni e, se possibile, non prenderci troppo sul serio nel futuro.

Una immersione tra i flashback di mondi di provincia oggi scomparsi i cui cascami tuttavia continuano ad essere quantomai presenti, vivi. Le inevitabili morti – i nonni, alla fine, sono fatti per questo: morire e farci ripensare ai loro assurdi gesti nei memoriali che inevitabilmente scriveremo – o le case nelle quali abbiamo abitato.

I posti a tavola che cambiamo in base a gerarchie mutate e nuove incoronazioni, la ritualità della spesa il venerdì, i settimanali ritagliati nel pomeriggio, i panorami oltre la finestra sempre uguali che di colpo si mostrano differenti e ci sbattono sul muso un’inattesa, commovente poesia («già dai bordi della strada si vede che è tempo di papaveri. C’è un cielo azzurro chiaro e qualche nuvola sfilacciata. Finalmente sono sdraiato sull’erba al sole, come desideravo. A Vinci poi […] l’ora del cibo che si approssima è una festa.» Un riuscito lirismo che torna frequente, alternato con digressioni leggere o intimiste, cambi di registri capaci di risultare tra gli elementi di maggiore interesse del testo.)

Perché serve ammetterlo: alcune opere dal forte impianto autobiografico sono al punto tale piatte da indurti a scaraventare il più lontano possibile il volume che le contiene, gridando di non avere mai nutrito alcun interesse per vite che non siano la tua: ma qui è abbastanza diverso. Temi personali miscelati con spunti familiari per chiunque, in luoghi che magari mai hai vistato eppure sembrano conosciuti dalla nascita. La piatta campagna pisana, la costa tirrenica che si trasforma mentre la percorri, le viuzze dell’Oltrarno esplorate con dovizia, i campi e le fabbriche dismesse dell’hinterland, periferie di strepitosa bruttezza che scorgi appena oltrepassi le mura di Firenze ma potrebbero essere ovunque nel mondo. Suggestioni e riflessioni legate da una lingua ricercata che non è esibizione di professionalità fine a sé stessa quanto tramite essenziale per descrivere con onestà ciò che per il personaggio-autore sembra avere sul serio valore, le futilità dell’ordinario che nascondono fini nobilissimi, specie in tempi malmessi e grevi come i nostri.

La curiosità per la scoperta e l’amore per la conoscenza, nonostante tutto: «cade sul lenzuolo una crosticina dal naso, gorgoglia l’acqua dei radiatori, strombazzano i clacson nella fila. Che un’extrasistole particolarmente lunga mi metta pure di fronte, come uno spirito, all’immagine del mio corpo privo di vita. Io leggo.»

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