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Più tenace della memoria. Farabeuf di Salvador Elizondo

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«La vita era soggetta  a una confusione nella quale era impossibile distinguere il presente dal passato.»

Questa affermazione che leggiamo nelle prime pagine di Farabeuf ci dice già molto del gioco al quale Salvador Elizondo sta invitando il lettore a partecipare, solo che il lettore non lo sa, quando legge la frase non sa ancora nulla, ma è già confuso, è già irrimediabilmente catturato dall’istante che si dilaterà nell’arco della storia. Istante che si farà piccolo fino a sparire, che si espanderà fino a moltiplicarsi all’infinito, come in una rifrazione perpetua.

L’istante fermo in una fotografia che nessuno può fermare, perché se il tempo si sospende, e non esistono né passato né presente, uno scatto contiene un’immagine che non è vera, sono vere solo le supposizioni, le investigazioni che si potranno fare sul contenuto della stampa; si potrà esaminare lo scatto da varie angolazioni e nessuna sarà quella giusta, e tutte lo saranno, ma ci sarà un angolo che si sottrarrà al nostro sguardo, un oggetto che per un gioco di  specchi potrà sparire e ricomparire. Ci saranno un uomo e una donna, due amanti, e ci saranno un medico e un’infermiera e saranno quattro e saranno due e non saranno. Niente è vero.

«Esiste qualcosa di più tenace della memoria.»

Elizondo ha scritto questo romanzo nel 1963, ed è considerato il suo capolavoro; ci troviamo di fronte al vero senso della parola sperimentale, la scrittura è un esperimento, così come lo è la storia che leggiamo. Elizondo ci inquieta e inquisisce con una serie di punti di domanda, che ogni volta ci mettono di fronte a un bivio e ci costringono a ricominciare daccapo.

La mappa fornita smentisce sé stessa pagina dopo pagina, l’indizio si modifica nel tempo, le voci narranti si sovrappongono. Chi è il dottor Farabeuf, chi è la sua infermiera? Cosa c’è nella valigetta del dottore? Cosa c’entra l’erotismo con la tortura? In quale riflesso dello specchio, da quale ricordo salta fuori l’amore? E chi sono i due amanti? Esistono? Perché ricordano e non ricordano? La confusione è congegnata, ed è l’unica cosa chiara. Per Elizondo la confusione è generata da un processo scientifico, quasi matematico. L’istante non ha fine, è capitato sul serio, non è capitato. Gli attori potrebbero esistere solo nell’immagine restituita dallo specchio, ma lo specchio dov’è? Chi sta ricostruendo la storia per noi? E noi che leggiamo fino a che punto esistiamo? E se fossimo noi quelli nella fotografia?

«Avevi fatto una domanda, ricordi?» «Sì, ricordo che avevo fatto una domanda. Tutto qui. Una domanda che ho dimenticato.»

Il libro di Elizondo è una grande domanda, tradotta splendidamente da Giulia Zavagna (ottima l’intuzione di Alessandro Raveggi e di Liberaria di ripubblicare il romanzo), una domanda sul senso delle cose e della vita. È il tentativo destinato a fallire o a riuscire di dilatare un attimo nell’arco di un racconto. Di esaminarlo al punto di renderlo irreale, perché ognuno che ritorna sui propri passi vede l’istante in maniera diversa, ogni o volta che l’equazione ci pare risolta compare una nuova incognita e allora bisogna rifare tutto daccapo, all’infinito.

Il libro muta sotto i nostri occhi e anche noi cambiamo, se all’inizio siamo soltanto disorientati, proseguendo diventiamo più attenti perché vogliamo stare al gioco, vogliamo essere parte di quel disorientamento, vogliamo capire, pur sapendo che il segreto di questa storia sta nel non comprenderla, va già bene se una parvenza di chiarezza ci raggiungerà tra un paragrafo e l’altro. Farabeuf è un’illusione, e non è forse questo il segreto della letteratura migliore? Non è la domanda senza risposta che ci hanno da sempre posto i poeti? Se si scrive per generare domande, Elizondo scrive per ampliare le possibilità del dubbio. E il dubbio sull’esistenza dei personaggi di questo libro è la prima grande verità alla quale dobbiamo attaccarci, prima di dimenticarli.

«Siamo il ricordo di qualcuno che ci sta dimenticando?»

Gianni Montieri ha pubblicato: Avremo cura (Zona, 2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono rintracciabili nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) della rivista monografica Argo e sui principali siti letterari italiani e nel numero 19 della rivista Versodove. Sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). Scrive di calcio su Il Napolista e di letteratura su Huffington Post. Collabora con, tra le altre, Rivista Undici, Doppiozero e Minima&moralia. È redattore della rivista bilingue THE FLR ed è nel comitato scientifico del Festival dei matti.
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  1. […] Questa affermazione che leggiamo nelle prime pagine di Farabeuf ci dice già molto del gioco al quale Salvador Elizondo sta invitando il lettore a partecipare, solo che il lettore non lo sa, quando legge la frase non sa ancora nulla, ma è già confuso, è già irrimediabilmente catturato dall’istante che si dilaterà nell’arco della storia. Istante che si farà piccolo fino a sparire, che si espanderà fino a moltiplicarsi all’infinito, come in una rifrazione perpetua.  [continua a leggere su minima&moralia] […]



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