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Memorie dall’esilio. “Impalcature” di Mario Benedetti

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Le dittature non finiscono con la destituzione dei dittatori, lasciano strascichi, ferite insanabili, dolori che non se ne andranno. Rimangono nelle memorie,  di chi ne è stato vittima, gli atti, le torture, le fughe, le distruzioni, i morti, i cari morti, i figli, gli amici, le persone amate perdute. Le dittature prima o poi finiscono ma non se ne vanno, perché hanno intaccato un nucleo, perché hanno cucito del filo spinato sul cuore dei sopravvissuti, perché il cuore lo hanno strappato dal petto dei morti, anche prima di ammazzarli.

Le dittature non se ne vanno mai del tutto, perché il segno rimane anche sotto la pelle degli esiliati, di chi è riuscito a scappare in tempo. Il segno rimane, che torni o meno, che torni una volta sola o che torni molte volte. Anche i ritorni, come le dittature, tendono a non finire. Le dittature in Sudamerica sono state diverse, alcune di queste sono molto vicine a noi nel tempo. Sono appena accadute e mettono ancora i brividi. La dittatura di Videla in Argentina, quella di Pinochet in Cile, e i dodici anni di dittatura in Uruguay. Di quest’ultima, di un ritorno a casa dopo la sua fine, parla il bellissimo Impalcature di Mario Benedetti (nottetempo 2019, trad. di Maria Niola).

“No, caro. È tutto finito. Ma è rimasto qualcosa, qualcosa che ci unisce. A volte ricordiamo. Cose. Cosette. Cosettine che ci pungono. Ci divertiamo, ridiamo. Di colpo ci prende la tristezza. Come in questo fottuto crepuscolo. Il guaio è che la malinconia ci prende a ogni ora. Abbiamo i crepuscoli della colazione, del mezzogiorno e della sera. Non nego che sia bello saperci tutti vivi e in salvo. In salvo per modo di dire, obietterebbe la tua Raquel. C’è sempre un’automobile bruciata, una croce uncinata su qualche muro, come un memento qua e là, magari qualcuno legge l’oroscopo per vedere se tornano i tempi propizi.”

Mario Benedetti passò circa dieci anni fuori dall’Uruguay durante la dittatura, più o meno dal 1973 al 1984, girò molto, ma visse soprattutto in Spagna, che rimase la sua seconda casa anche quando torno a Montevideo. Egli stesso definisce questo come il libro del ritorno, specificando, nell’introduzione, che non si tratta di un vero e proprio romanzo, ma di una storia costruita di struttura in struttura, fatta di impalcature, appunto. In tutti i suoi libri la condizione di esiliato è sempre presente, a volte più a margine, a volte più al centro, la solitudine è uno dei suoi grandi temi, e l’esiliato è quasi sempre un uomo solo, quando se ne va, quando vive lontano e quando gli capita di ritornare. L’esiliato è un uomo senza casa per definizione e, sovente, è uno che davanti a uno specchio fa fatica a riconoscersi.

Le impalcature sono 75, una dopo l’altra tracciano il ritorno a Montevideo di Javier, scappato in Spagna con l’avvento della dittatura. Javier lascia in Europa una figlia e Raquel sua compagna storica. Raquel e lui si sono lasciati, o meglio, a un certo punto, le loro strade hanno deviato verso i lati opposti dell’Atlantico.

“Camila mi manca molto. Mi sento in esilio da mia figlia. In una lettera di qualche settimana fa, Raquel citava Pessoa: ‘La mia patria è dove non sono’. Quando ho letto questa frase, che non conoscevo, anche se l’ho letto a fondo il mio Pessoa, l’ho sentita subito mia. Sì, quando ero a Madrid la patria era l’Uruguay, dove non ero. Ma qui e ora, la patria è ancora il luogo dove non sono? Non saprei e mi amareggia non saperlo. A volte credo di averla ritrovata, ma altre volte mi sento in esilio anche qui. Altre ancora, penso che la mia patria è Camila, e che Camila è il luogo in cui non sono.”

E subito torna in mente Bolaño, quando ne L’ultima conversazione (Sur, trad. Ilide Carmignani) afferma: «[…] La mia unica patria sono i miei due figli. […] e forse, ma solo in seconda battuta, certi istanti, certe strade, certi volti o scene o libri che porto dentro di me e che un giorno dimenticherò, che poi è la cosa migliore da fare con la patria.»

Javier torna, prende un cane, ritrova la madre – con lei Mario Benedetti disegna un personaggio straordinario -, avvia un’attività di noleggio film, cerca e incontra gli amici di un tempo, quelli con cui ha diviso le serate, le nottate, le idee politiche, le paure, il terrore di essere presi dai militari, l’averla scampata, nel caso di Javier, non averla scampata, nel caso di Fermín, fatto prigioniero e torturato; o nel caso di Rocío, a donna con cui Javier ritroverà qualcosa che somiglia all’amore, donna che durante gli anni del terrore ha subito di tutto.

Quel qualcosa che somiglia all’amore, come accade in quasi tutto quello che ha scritto Benedetti, è destinato a durare poco, un’altra tregua (come nel suo romanzo più celebre La tregua edito sempre da nottetempo). Javier avrà modo di incontrare il fratello e la sorella, che vivono negli Stati Uniti, con i quali non ha rapporti da anni. Passo dopo passo, conversazione dopo conversazione, il protagonista tornerà a casa e in qualche modo non ci tornerà. Sarà e starà in un altro posto, perché Montevideo è un’altra cosa, lui è un’altra persona, tutti sono altro da prima, ma i segni e le ferite sono uguali per ognuno.

“Fra noi ci riferiamo al ‘governo militare’ e, ogni tanto, per distrazione, diciamo perfino ‘dittatura’. Dopotutto, non era un problema semantico.”

Le 75 impalcature fanno affiorare le storie dentro la vita di Javier a poco a poco. Pochi hanno davvero voglia di parlare di quegli anni, eppure le cose vengono fuori, dalle parole dette qua e là, da quelle non dette, dagli abbracci non troppo forti, da qualche discorso sulla politica fatto ancora come se ci fossero delle microspie sotto il tavolo.

Le storie verranno fuori dagli articoli che scrive Javier e che manda in Spagna, verranno fuori dai fax che scambia con Raquel e la figlia, dalle conversazioni con la madre, da altri incontri mai troppo marginali. Verranno fuori dalle descrizioni di Montevideo, dei passanti, delle vie, delle costruzioni, l’architettura dice sempre molto. Verranno fuori dalla delicatezza, dal desiderio e dalla tenerezza con cui Javier e Rocío si cercheranno, si ameranno e si proteggeranno.

“Se trovi qualcosa che valga la pena tenere, lo metti da parte; il resto, senza misericordia, lo butti nella spazzatura, che è sempre stata la più saggia anticamera del nulla”.

Attraverso le vicende dei personaggi, Mario Benedetti ricostruisce la storia di un paese, quello che nasce sopra le ferite degli uomini e del territorio. Nulla prescinde da ciò che è accaduto ma tutto cambia. Le impalcature tra precipizi, obli, ritrovamenti, derive, memorie, dubbi, profondi silenzi, pongono domande cruciali su ciò che si è stati, su quel che si diventa, su come si è sempre soli, e su come ognuna di queste solitudini sia diversa.

Benedetti è un grande scrittore, anche qui, come ha fatto in passato in almeno un paio di strepitosi racconti, parla di dittatura da un’altra prospettiva. In Impalcature il punto di vista cade là dove mutano le ideologie e su quel che resta delle nostre identità dopo che molti fatti sono accaduti.

Gianni Montieri ha pubblicato: Avremo cura (Zona, 2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono rintracciabili nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) della rivista monografica Argo e sui principali siti letterari italiani e nel numero 19 della rivista Versodove. Sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). Scrive di calcio su Il Napolista e di letteratura su Huffington Post. Collabora con, tra le altre, Rivista Undici, Doppiozero e Minima&moralia. È redattore della rivista bilingue THE FLR ed è nel comitato scientifico del Festival dei matti.
Commenti
3 Commenti a “Memorie dall’esilio. “Impalcature” di Mario Benedetti”
  1. Federico Gnech scrive:

    Approfitto dell’occasione per rivedere un giudizio condiviso a metà lettura col mio libraio preferito, Flavio della libreria Marco Polo di Venezia (che non ho bisogno di descrivere a Montieri). ‘Impalcature’ parte bene e si fa leggere abbastanza volentieri nelle sue parti più intimiste e malinconicamente ironiche (di Bolaño, a scanso di equivoci, neanche l’ombra!). Purtroppo cade male soprattutto nella seconda metà, piena di uno schematismo ideologico e di un didascalismo moralista davvero insopportabili: i fratelli del protagonista, emigrati negli USA, sono praticamente dei mostri asserviti al dio denaro, l’ex compagno di lotta ora esponente di un partito moderato sarà ovviamente responsabile del disastro finale…sembra una sorta di romanzo zdanovista, non fosse per il pessimismo di fondo. Mah.

  2. Gianni Montieri scrive:

    Per Federico: a scanso di equivoci, qui Bolaño è citato solo per il discorso sulla patria (discorso simile che fa anche Saramago, per dire).

    La seconda parte secondo me tiene come la prima, proprio per il modo in cui è costruito il romanzo e poi perché quando è stato scritto quello che a noi può sembrare (forse) scontato non lo era affatto. Grazie.

    Gianni

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