1lf

Memorie di Lawrence Ferlinghetti

1lf

Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, che ringraziamo.

L’America finisce a San Francisco, tuffandosi nel Pacifico; eppure un’altra America inizia al 261 di Columbus Avenue, nella stessa città. Lì a quell’incrocio dal 1953 sorge City Lights, il laboratorio culturale di Lawrence Ferlinghetti, l’ultimo dei beat.

Ferlinghetti lo scrittore, il poeta, il pittore; Ferlinghetti che pubblicò da editore Urlo di Allen Ginsberg, finendo a processo per oscenità negli Stati Uniti di fine anni Cinquanta, Ferlinghetti l’autore di quella bellissima raccolta di poesie che è A Coney Island of the Mind. Ora, come in ogni altro campo artistico, anche in letteratura mode e tendenze richiedono la loro parte, e il pazzo mondo beat non è di questi tempi al massimo della popolarità. Non siamo negli anni Sessanta e neanche nei Novanta, quando intorno a Jack Kerouac e compagnia si registrò un revival piuttosto intenso.

Al di là di ogni considerazione, tuttavia, è un fatto che pochi movimenti letterari possono vantare il fascino esercitato dalla poetica beat; per il valore intrinseco delle opere prodotte in quegli anni, così come per la forza – ed ecco un aspetto veramente raro – di allargare l’orizzonte della sua influenza al costume, alle pose, persino al modo di intendere la vita. Anche nelle imitazioni più sciatte, d’accordo.

Di tutto questo, al suo meglio, Lawrence Ferlinghetti, origini bresciane per parte di padre e franco-portoghesi dal lato materno, è stato ed è – fresco centenario, «nato nello stesso anno di Pete Seeger così come Jackie Robinson Nat King Cole Eva Peron J. D. Salinger Sir Edmund Hillary» – l’attore/custode che ha attraversato il secolo scorso, sconfinando nel nuovo millennio con tutti i crismi dello status di leggenda.

Little boy – pubblicato in Italia da Clichy, con la traduzione di Giada Diano – è il resoconto straripante di un’avventura lunghissima e straordinaria; per una volta, l’aggettivo è calzante. Presentato dall’autore in forma di romanzo per potersi garantire il gusto della finzione dichiarata, quella tensione alla libertà compositiva inseguita da sempre, Little boy è nei fatti un racconto vividamente autobiografico.

Un memoir, perlomeno nella forma in cui ce lo saremmo aspettato da Ferlinghetti: ecco quindi un frullatore caleidoscopico di suggestioni e ricordi, fantasmi letterari e reali vorticanti assieme in un tornado continuo che avvolge e allontana, per poi avvinghiare di nuovo. Del resto, anche le opere più note di Jack Kerouac, dai Sotterranei a Sulla strada, portano chiara l’impronta dell’autobiografia, la sovrapposizione fra le reali scorribande esercitate nelle città d’America con Allen Ginsberg e Neal Cassady e il resto della banda e le loro controparti immortalate nella fiction.

Fedele al credo beat e alla filosofia libertaria a cui si è sempre orientato, prima di iniziare un ininterrotto flusso di coscienza Ferlinghetti si prende una trentina di pagine per ricordare l’infanzia del little boy, ovvero di sé. È la parte più “tradizionale” del racconto: il nastro scorre fino agli anni Venti, quando il ragazzo viene affidato alle cure di «Zia Emilie, preso ancora in fasce dalla madre, che aveva già quattro figli e non poteva occuparsi di un quinto, nato pochi mesi dopo che il padre era morto d’infarto».

È qui, tra Strasburgo (dove passa la primissima infanzia) e New York (il rientro in America, prima ancora con Emilie e dopo presso una famiglia benestante, i Bisland, che di fatto lo adotta) che emergono il dolore per la mancanza dei genitori, così come i germi di una biografia tutta improntata a una furiosa vitalità, a caccia del senso più profondo delle cose. «C’era una rimessa con delle barche a remi e una canoa a vela che gli permisero di usare nel lago, così trascorse molte ore al sole imparando a veleggiare, e fu l’estate migliore della sua vita», scrive Ferlinghetti, lampo nella memoria in una biografia così vivace e densa, ed è toccante immaginare quest’uomo ripensare a tutte le estati venute dopo per correre ancora a quei momenti nella luce del lago, con una vela accarezzata dal vento e l’acqua tutt’intorno.

Dopo, improvviso, inizia il racconto torrenziale, e qui l’accordo richiesto al lettore è quello di lasciarsi andare: incontreremo certo le menti migliori di quella generazione, emergenti come sogni istantanei in una lunga notte, pronti a richiudersi in sé stessi. Suggestioni di una vita – Joyce e Baudelaire e tutti i maudit francesi, Edgar Allan Poe e Samuel Beckett fino ai poeti greci e a Dante – fuse in un incastro di giochi di parole e citazioni da scovare, in una tensione che abbraccia America e Europa.

Rimpianti verso occasioni perdute o rivoluzioni mancate, con tanto di rimbrotti verso i Partiti comunisti italiano e francese, rei di aver «sprangato i cancelli delle fabbriche automobilistiche a studenti scrittori anarchici fumatori di marijuana psichedelici sognatori con amore e fiori». E i «suoi» beat, da Ti Jean Keruoac «con il fisico di un boscaiolo in camicia scozzese e cappellino da baseball hai visto le fotografie di quando più tardi era gonfio d’alcool e ha davvero gonfiato una storia triste» a Ginzy Ginsberg e Gregory Corso e William Burroughs, «el hombre invisibile come lo chiamavano il vecchio trafficone al passo coi tempi sempre pronto a dileguarsi quando arrivavano gli sbirri».

Ma Little boy non è la memoria di un vecchio arnese: quella di Lawrence Ferlinghetti è una lunga storia tra passato e futuro, e merita di essere letta e raccontata.

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.
Aggiungi un commento