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Memorie di Italia ’90

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di Raffaele Nencini

Trent’anni fa, dall’8 giugno all’8 luglio 1990, il nostro paese ospitava il campionato mondiale di calcio. Le attenzioni dell’opinione pubblica globale convergevano: lo sport in assoluto più popolare, atleti, spettatori e commentatori da tutti i continenti, l’Italia paese ospitante, la sua nazionale valida pretendente al titolo. Chi è vecchio abbastanza per ricordare quell’estate rammenterà sicuramente l’euforia del momento. Chi non lo è, e ha vissuto la manifestazione solo nella dimensione sociale della memoria, sa comunque molto bene di cosa parliamo.

Si potrebbe addirittura aggiungere, scomodando la categoria coniata dal grande storico francese Pierre Nora, che Italia ’90 costituisca un luogo della memoria. Se con questa espressione si vuole infatti definire «un’unità significativa, d’ordine materiale o ideale, che la volontà degli uomini o il lavorio del tempo ha reso un elemento simbolico di una qualche comunità», allora potrebbe essere naturale ascrivere a tale insieme anche la coppa del mondo ospitata dal nostro paese. Anzi, verrebbe da aggiungere, si tratta del luogo della memoria per eccellenza, poiché è proprio nei grandi eventi sportivi, e in particolare nel mondiale di calcio italiano, che si condensa quella memoria pubblica della nazione che spesso è oggetto di conflitto.

O almeno questo è quello che sembrano suggerirci gli autori di C’era una volta Italia ’90, uscito il 28 maggio per i tipi di Jouvence. Il volume propone 58 medaglioni dedicati ad altrettante figure di sportivi impegnati nella competizione. Le icone delle selezioni nazionali, giocatori e commissari tecnici, sono tratteggiate in poche battute, dando corpo a quello che a tutti gli effetti sembra un album di figurine o, per meglio dire, una raccolta di favole della buona notte. Come si può leggere nell’esergo dell’opera:

Quando sarai nel tuo letto, nel momento in cui gli occhi si fanno pesanti e i pensieri si tramutano in sogni, sarà allora che dovrai leggere una di queste favole e insieme ai campioni di Italia ’90 potrai passare notti magiche…

E a ben vedere, solo lievemente attutito dal successivo corso degli eventi, nelle nostre orecchie continua a risuonare l’inno della rassegna calcistica. Concatenata in una fortissima connessione con le sue note, oltre i goal di Totò Schillaci e gli occhiali da pentapartito di Azeglio Vicini, si percepisce ancora l’illusione di una crescita senza limiti. È l’eco della narrazione in cui siamo stati cullati da bambini, la coda lunga del cosiddetto miracolo italiano, con Montezemolo nei panni di direttore del comitato organizzatore del torneo e la discussa costruzione del terzo anello di San Siro.

Il libro di Bonazzi, Cason e Cavallotti ha il pregio di saperci mostrare tutto ciò con estrema chiarezza, senza dilungarsi in riflessioni che potrebbero rischiare di snaturare l’opera. Tra le righe, ci dice che Italia ’90 è anche altro: è il trionfo del calcio come cuore del dispositivo mediatico ed è il primo mondiale tecnologico. Cioè a dire, è il primo grande evento televisivo in cui ai giornalisti viene fornito un database informatico, da consultare in tempo reale per accedere alle statistiche dei giocatori; è anche la prima sperimentazione su larga scala delle telecamere ad alta definizione.

È soprattutto, coerentemente alla cronologia hobsbawmiana, l’ultimo mondiale del secolo scorso: vi partecipano la nazionale sovietica e quella jugoslava, prima di essere rimpiazzate dalla storia. La prima è chiamata a testimoniare, con Valerij Lobanov’skyj, di una sconfinata fiducia nell’organizzazione collettiva del gioco e, fuori dal campo, sotto gli auspici della perestrojka, la tardiva speranza di rinnovamento della società socialista. La seconda, uscendo ai rigori contro l’Argentina ai quarti di finale, offre un ultimo momento di gloria al suo paese, prima che lo inghiottisca la guerra civile.

Il libro, abbiamo detto, è giocato sul registro della favola: c’erano una volta Franz Beckenbauer, Maradona, Baggio… eroi che devono sostenere delle prove, sfidare un antagonista, risultarne accresciuti. L’impressione che se ne ricava è quella di una dichiarazione di totale fedeltà al gioco del calcio, probabilmente più al gioco per ciò che può essere e che spesso non è. Contrariamente a tanta narrativa sportiva, in certi casi anche egregia, che si sofferma sugli aspetti tecnici o sulla match analysis, qui l’intenzione è, attraverso lo sport, di fare letteratura e raccontare il mondo.

Del resto gli autori non sono nuovi a queste operazioni, provenendo tutti dalla redazione di Valderrama, un blog nato qualche anno fa in contrapposizione alle narrazioni dominanti del gioco del pallone.

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