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Meraviglie di Butrinto, il sito archeologico più importante dell’Albania

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Questo reportage è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

BUTRINTO (Albania). Nella primavera del 1928, quando la piccola spedizione archeologica italiana sbarcò sulle rive albanesi di fronte a Corfù, Luigi Maria Ugolini, archeologo e sognatore, aveva appena compiuto trentatré anni. Guidava un gruppo di appassionati a cui aveva illustrato con cura ciò che si aspettava di trovare. Tra quelle sponde selvagge e indecifrabili, pressoché disabitate, respingenti e dolci allo stesso tempo, doveva trovarsi l’antica città in cui Enea aveva passato due giorni decisivi nel suo cammino verso la fondazione di Roma. “Una piccola Troia e una Pergamo che imita la grande”.

Ugolini rilesse spesso quel verso dell’Eneide nei giorni caldi in cui era necessario recarsi fino alla città dei Santi Quaranta (oggi Saranda) per rifornirsi di vettovaglie. La piccola Troia, ossia la Butroto dove Enea ritrovava Andromaca, la vedova di Ettore, nonché Eleno, l’indovino figlio di Priamo, e gli altri concittadini scampati alla furia achea, rappresentava, nel viaggio di Enea, una prefigurazione della grande Troia che egli avrebbe fondato, ossia Roma. Far emergere le rovine di quell’antica città simbolo avrebbe costituito la migliore ricompensa alla fiducia del Duce e ai suoi proclami sulla rinascita della Roma augustea, benché Ugolini pensasse più che altro a un mercante tedesco avido conoscitore di letteratura antica che era diventato celebre per le più inattese scoperte. Heinrich Schliemann, leggendo l’Iliade, aveva ritrovato Troia. Lui, leggendo l’Eneide, si preparava a ritrovare la copia di Troia. Come il più celebre tedesco, anche Ugolini coronò il suo sogno.

Oggi, Butrinto è il sito archeologico più importante di Albania. Racconta, da solo, una storia che attraversa secoli. Dopo le origini mitiche (di fronte a quella che Ugolini chiamò “porta Scea” – a imitazione della porta di Troia proprio come raccontava l’Eneide – guide turistiche albanesi accecate dal loro famoso nazionalismo ripetono: “Vedete? Altro che piccola Troia. La nostra porta Scea è ben più grande della porta che oggi ammirate in Turchia!”), in epoca classica Butrinto fu colonia greca: Corfù voleva così mettersi in commercio con le città dell’entroterra epirota. Un santuario di Asclepio attrasse malati in cerca di guarigione. Un bel teatro testimonia del dominio universale di Dioniso. La dominazione romana, poi, portò soprattutto un magnifico acquedotto che attraversava le acque in cui il canale di Vivari si unisce al lago salato di Butrinto (ma non ne resta pressoché nulla), terme, ville, templi e riadattamenti di teatro e agorà.

Nel V secolo, invece, la città divenne fiore all’occhiello dell’Impero di Bisanzio. Testimonianze straordinarie sono il Battistero e la Grande Basilica. Dopodiché la decadenza. Bisogna aspettare i veneziani perché Butrinto riacquisti un briciolo dell’importanza antica. Seguono secoli di malinconico e definitivo rimpianto. Porto assai piccolo, in confronto a quello che era stato; insediamento di pescatori; infine roccaforte ottomana. Del resto, è lo splendore più antico quel che a noi interessa. Anche perché seguendo le tracce dei coloni corciresi e corinzi, degli Epiroti e degli Illiri, noi ritroviamo storie che si sono inscritte nel DNA degli albanesi e che riemergono, a volte inconsapevolmente, ancora oggi.

Da Butrinto a Saranda, ormai, ci vuole una manciata di minuti, altro che le trenta ore necessarie ai tempi di Ugolini. Il mare di fronte a Corfù è un sogno ma la bellezza di Saranda è stata distrutta dalla selvaggia speculazione edilizia che si scatenò con la fine del regime comunista. La tortuosa strada che segue la costa concede ancora scorci di pace assoluta fino a Valona, da dove 25 anni fa partì quella che noi italiani considerammo una vera e propria invasione. Oggi nessuno in Italia considera più “barbaro” quel popolo per decenni nascosto al mondo dall’isolamento che gli impose il dittatore Enver Hoxha. Barbari, del resto, non erano neppure gli epiroti, secondo i greci. Barbari erano semmai gli Illiri fin dal X secolo a.C. stanziati nel nord dell’attuale Paese. Ma se negli ultimi anni centinaia di albanesi sono rientrati in patria portandosi appresso le conoscenze e le esperienze maturate in Italia, è illuminante ricordare le storie di chi partì da queste sponde su imbarcazioni improvvisate facendo tesoro di conoscenze che affondano le loro radici nell’antichità, per esempio nelle storie di Pirro raccontate da Plutarco.

In un bel libro dedicato a quella migrazione ormai quasi dimenticata (Il naufragio, Feltrinelli) Alessandro Leogrande ha evocato le conoscenze antichissime di cui si servirono i vecchi albanesi per indicare la rotta da seguire sul canale di Otranto in modo da raggiungere senza pericoli l’Italia. Per portare sulle sponde italiane gli elefanti che avrebbero seminato sconcerto tra le fila dei legionari romani, Pirro nel 280 a.C. affidò le sue imbarcazioni alle correnti del fiume Aoos, che oggi è il Vjosa, poco a nord di Valona. I vecchi nel 1991 lo sapevano ancora. “Lo ha fatto Pirro” dicevano. E consigliarono così i giovani che sognavano l’Italia. Le correnti del fiume fecero ancora il loro dovere: migliaia di albanesi vennero accolti dal senso di ospitalità magnogreco dei pugliesi prima di andare incontro al loro futuro.

Quanto a Pirro, il suo potere in patria durò fino a quando nel 272 una tegola lo colpì in testa per le strade di Argo, in Peloponneso. Il senso comune lo ricorda per vittorie che sono come sconfitte. Ma quel che resta da queste parti, oltre a lui e alla sua conoscenza delle correnti, non è poco. Apollonia, per esempio, è un gioiello archeologico che moltissimi ignorano. Fondazione corinzia del VI a.C., anticamente a poche centinaia di metri dal fiume Aoos, divenne grande porto, amatissimo da Cicerone. Fu qui che il giovane Ottaviano  si trovava nel 44 a.C. quando giunse la notizia della morte di Cesare, suo padre adottivo, e furono gli Apolloniati a dare al giovane l’appoggio di cui aveva bisogno per rientrare a Roma prima di diventare Augusto.

Resti magnifici del Bouleuterion, sede del consiglio, dell’Odeon, il piccolo teatro, del Ninfeo. Mentre ci si aggira fra monumenti di così stupefacente bellezza, immersi nella natura incontaminata, lontani da tutto, è difficile resistere alla tentazione di vedere in queste terre la linea di continuità che univa la nostra penisola alla Grecia, fino a Costantinopoli. I siti archeologici dove fare esperienze simili sono numerosi (Billys per esempio, sempre sul fiume Aoos, con resti mozzafiato dalla fondazione illirica, fino ai romani e ai bizantini), ma è la strada più importante dell’antichità ciò che noi dobbiamo cercare da queste parti. La continuazione dell’Appia oltre al mare. La strada che partiva da Durazzo per arrivare a Bisanzio. La via Egnatia.

Durante gli anni dominati dall’isolazionismo, la moderna Egnatia è stata spostata a sud e oggi il suo punto di partenza è dislocato a Igoumenitsa prima di attraversare tutta la Grecia settentrionale sui rifacimenti degli ultimi anni che l’hanno resa una specie di autostrada. Ma a metà del II secolo a.C.  quando fu aperta era tutta un’altra storia. Le taverne di pesce sul mare di Durazzo anche allora erano un brulichio di odori e mercanteggiamenti e tumulti continui tanto che Cicerone avrebbe giudicato troppo caotica e rumorosa l’esperienza. Il teatro che affonda fra casupole ancora abitate, oggi, ci dà un’idea di quel che fu, mentre la strada che porta a Tirana è fiancheggiata da industrie e università molto note agli italiani grazie ai diplomi facili che in molti hanno cercato di conquistarsi prima che il governo albanese procedesse a una stretta definitiva.

Niente a che vedere con la via intitolata al proconsole Gnaeus Egnatius che incrociava l’altro tratto di strada proveniente da Apollonia stringendo a tenaglia la magnifica laguna di Karavastà e si gettava attraverso l’Illiria in direzione Salonicco per proseguire poi verso l’Ellesponto. Unì il mondo romano e quello greco. Un ponte ideale e fisico che, oltre al ponte mitico di Enea e Ugolini, oggi sembra metterci una volta ancora sulla strada più importante. Quella opposta, quella del ritorno, in questo caso. Destinazione finale: Istanbul.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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  1. […] una delle meraviglie archeologiche meno conosciute e frequentate del Mediterraneo. Se ne parla, nel pezzo che vi consiglio di leggere, in questi […]



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