Mercé Rodoreda e il profumo delle camelie

Inizia questo pomeriggio a Book Pride (alle ore 18 in sala Doris Lessing, interverranno Viola Di Grado e Elena Stancanelli) il ciclo di nove dialoghi dedicati alla scrittrice catalana Mercé Rodoreda, autrice di romanzi, militante antifascista, scomparsa trent’anni fa. Gli incontri si terranno in diversi festival letterari italiani e sono curati da La nuova frontiera in collaborazione con l’Institut Ramon Llull; la direzione artistica è di Chiara Valerio. Di seguito vi proponiamo l’incipit del romanzo Via delle Camelie, al centro dell’incontro di oggi.

di Mercé Rodoreda (traduzione di Giuseppe Tavani)

Mi lasciarono in via delle Camelie, vicino al cancello di un giardino, e il vigilante mi trovò la mattina dopo. I signori di quella casa volevano tenermi, ma lì per lì non sapevano che fare: se prendermi o affidarmi alle monache. Li conquistai con il mio modo di ridere, e dato che erano anziani e non avevano figli mi raccolsero. Una vicina disse che forse mio padre era un delinquente e che prendersi una creatura sconosciuta era una bella responsabilità.

Il signore lasciò le donne a chiacchierare, mi tirò su, sporca com’ero e con il biglietto ancora appuntato sul petto, e mi portò a vedere i fiori: guarda i garofani, dicono che dicesse, guarda le rose, guarda, guarda. Perché era primavera e tutto era fiorito.

Per  la cosa più bella fu che quella notte fiorì il cactus non interrato. Nel giardino sul retro c’era un muro scrostato con l’intonaco che cadeva a pezzi, e prima di cadere si gonfiava perché lì sotto gli scarafaggi si scavavano rifugi, e ai piedi di quel muro, coperto di rose, per lo più rose bianche, c’era un cactus gigante. Un inverno con la neve la terra si era gelata e il cactus era morto dalla metà in giù e il pezzo rimasto dalla metà in su era sopravvissuto perché di nascosto andava mettendo radici in una crepa di quel muro di rose e scarafaggi, e quelle radici si nutrivano di mattoni e di malta vecchia e davano vita al cactus che saliva su, più su del muro, a curiosare nel giardino accanto.

E lassù, al di sopra di tutto, la notte seguente a quella in cui mi avevano trovato, spuntò un fiore a foglia rugginosa di fuori e bianco latte dopo le prime foglie, con dentro una frenesia di petali arruffati. Lo videro perché era una notte di luna e tenevano le finestre della sala da pranzo aperte – ce n’erano tre, e davano tutte sul giardino di dietro che stava più in basso e vi si scendeva per una scala di pochi gradini che partiva dalla cucina.

La luna e la luce della sala da pranzo cadevano sul fiore, e il signore, che stava cenando, pare che all’improvviso dicesse, che è quella roba che si vede là? E con la forchetta indicava fuori e la signora si accostò  alla finestra e disse che era un fiore, che non capiva come non si fossero accorti del bocciolo. Il primo. E io dormivo. Presero una candela, scesero tutti e due in giardino, salirono su una scala appoggiata al muro, e dicono che quando furono accanto al fiore si siano commossi fino alle lacrime per quanto era bello.

Mentre si mettevano a letto, il signore, che si chiamava Jaume, disse che forse era per l’opera buona di avermi accolta che Dio dava un segno di vita facendo fiorire il cactus che viveva di muro e malta. E il bello è che quel fiore di giorno dormiva, e ne veniva fuori uno all’anno, sempre nel giorno in cui mi avevano trovato, e ogni anno i vicini venivano a vederlo e dovevano sbrigarsi perché non durava.

Prima di cena e di accorgersi del fiore, avevano passato la giornata parlando di me e mostrandomi ai vicini che venivano tutti a guardarmi. Qualcuno diceva che di bambini abbandonati non ne aveva mai visti ma che non era una cosa eccezionale, e aveva sentito raccontare che li lasciavano sui gradini di una chiesa, mai vicino a un cancello. Altri dicevano che li mettevano nella ruota: la monaca che li raccoglieva non vedeva la madre che li abbandonava, e tutti rabbrividirono quando il vigilante disse che si era accorto di me perché un cane nero mi stava annusando.

Mi spogliarono completamente e controllarono che non avessi addosso nessun segno di denti, e mi guardarono e riguardarono perché lì dove mi avevano lasciata era rimasta una macchia scura. Una vicina, la signora Rius, disse che doveva essere una macchia di sangue, che forse mia madre, quando mi aveva lasciato, sanguinava, e la signora di casa, che si chiamava Magdalena, pare che dicesse che era impossibile, perché se avesse sanguinato si sarebbero trovate macchie di sangue lungo la strada, in su o in giù, e che quella macchia era una e una sola.

Dicono che la cosa più strana era che quando mi avevano preso in braccio io avevo riso e una creatura che sorride non poteva avere dei genitori cattivi, che io ero piuttosto un caso di amore o di miseria, un peccato di gioventù, e una vicina che morì poco tempo dopo mi prese un piede, lo baci , e disse: poverina.

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