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Il Messico dove nascondersi: “Le omissioni” di Emiliano Monge

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“Questi sono soltanto gli accadimenti. E gli accadimenti non sono mai la storia. Neanche i fatti sono la storia. La storia è la corrente invisibile che smuove tutto sullo sfondo”.

La storia di una famiglia, tre uomini e uno solo. Tre uomini, i Monge, nonno, padre e figlio, destinati ad allontanarsi, in qualche modo a sparire. A ciascuno il suo modo di sottrarsi, di omettere, di non dire, di mostrare ciò che serve allo scopo, di tacere – se necessario – per molti anni. Tre uomini molto diversi, l’affetto è una cosa che non li riguarda, eppure intorno a loro ruota una famiglia e loro stessi ruotano intorno a un nucleo che è il Messico.

Tre vite che intercettano la storia di una nazione, la attraversano, con qualche scelta la condizionano. Un libro che attraversa molti anni del novecento e molti tipi di scrittura; un libro che è certamente un romanzo, ma – dato che l’autore è il più giovane dei Monge – è anche un memoir. Emiliano Monge con Le omissioni (La nuova frontiera 2020, traduzione di Elisa Tramontin) si conferma uno dei migliori scrittori dell’area latina.

L’America Latina, non ci stancheremo mai di ricordarlo, non smette mai di regalarci, decennio dopo decennio, scrittrici e scrittori dal grande talento, perché forse (o anche) quelle terre sono narrative di per sé, raccontarle – e farlo bene – è un fatto naturale.

Oggi, quando Emiliano se ne va, ciò che lascia non è un luogo ma la gente. Ora, quando si allontana, prima dello spazio e delle cose, le persone sono ciò che sarebbero se fossero altre.

Tre modi diversi di sparire. Il primo è il nonno, Carlos Monge McKey, che si finge morto e svanisce per diversi anni. La moglie, i figli, tutti lo piangono, provano a rialzarsi, a tirare avanti, a reinventarsi, alla famiglia principale se ne unisce un’altra. Le vite proseguono. Ma Carlos insieme all’indole della fuga, ne ha un’altra, forse più nascosta, quella che lo spinge a farsi trovare. Non è una sua scelta, ma il suo modo di agire mostra ciò che era nascosto, il desiderio di ricomparire, per poter dire non era vero niente, per stare su una sedia  a tacere per anni, per non accarezzare i nipoti che non sanno chi sia. Ricomparire per poter andarsene un’altra volta.

Emiliano Monge racconta le vicende del nonno in due modi. Il narratore racconta in prima persona la sparizione e inquadra il contesto e la famiglia. Più avanti, però, ai capitoli tradizionali aggiunge brani scritti da Carlos di sana pianta, sono le pagine di un diario. Diario in cui il nonno racconta per filo e per segno la sua vita, i molti momenti felici e, contemporaneamente, la voglia di avere un’altra vita, di scomparire prima per un po’ e poi per sempre. Non c’è un motivo, se non quello di assecondare ciò che si è. Il diario è interessante anche perché Carlos gli attribuisce strani poteri riconducibili alla fortuna/sfortuna. Scrivo che sono felice e mi andrà male, allora non scrivo più e lo distruggo. Ma ne ho bisogno, se non scrivo nulla andrà come deve andare.

Il tempo, tuttavia, ci passò davanti, travestito da tutti quei passeggeri che non erano nostro padre.

Carlos Monge Sánchez, il padre di Emiliano. Un rivoluzionario, uno scultore, uno che attraversa il tempo. Come suo padre ha una famiglia, dei figli, pare stare bene, ma poi comincia a sparire, o meglio a non tornare. La prima volta, la moglie e i figli lo attenderanno all’aeroporto fino a notte fonda. Dall’aereo non scenderà perché non ci è salito, tornerà ma poi lo rifarà ancora e ancora. Un uomo che odia suo padre e che non capisce i suoi figli e che da loro non è capito. Il suo racconto viene fuori in un altro modo. Capiamo che è Emiliano che lo sta intervistando per il romanzo che vuole scrivere.

Non leggiamo le domande ma solo le risposte del padre. Il tono arrabbiato, a volte convulso, nevrotico. Accusa il figlio di ritenersi migliore, gli dice che alcune cose non gliele può ripetere perché troppo dolorose ma poi le lascia scivolare fuori, facendogli fare il percorso inverso rispetto al liquore che manda giù. Un pomeriggio, una sera, una notte. I piani narrativi che si spostano. Chi lo sta scrivendo questo romanzo? Oppure chi lo ha già scritto?

La vita non è mai tanto semplice come si crede, non è come immaginarla o scriverla. Nella vita reale c’è spazio solo per la sorpresa.

Emiliano ascolta, si prende il racconto del padre e le sue invettive. Intanto il lettore comincia a capire quale sia il terzo modo di sparire, quello dell’autore del libro. Monge fin da piccolo si è inventato altre vite, altre storie. A ogni faccia faceva indossare una vita diversa, così per la famiglia, così per gli estranei. Inventare per sparire, per sopravvivere. Prendere scampoli di vite altrui e costruirci un mondo.

Come può essere memoir il racconto di tre impostori? Può esserlo se diventa un romanzo, è questa la scelta di Emiliano Monge. L’unico modo possibile di raccontare questa asingolare vicenda familiare consisteva nel farla passare attraverso la lente dell’invenzione, da lì restituirla come pura e semplice verità. Io vivo una cosa ma finché non la so raccontare quella cosa non esiste, non è vera, potrebbe essere mai accaduta.

L’esercito entrò nel centro storico. E lì c’eravamo noi. Ma prima di raccontartelo, ho bisogno di una tequila. Sul serio ti importa l’orario?

Un libro straordinario ambientato in un paese straordinario. Il Messico del narcotraffico, del caos, della rivoluzione, della prigione, dell’abbandono, della corruzione, della ricchezza. Il Messico dove nascondersi, dove farsi trovare.

Gianni Montieriè nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.
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