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Mestieri inutili e crisi del capitalismo. Un dialogo con David Graeber

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Questo dialogo tra Raffaele Alberto Ventura e David Graeber è uscito sul numero di aprile di Linus, che ringraziamo.

Tu sostieni che al cuore del nostro sistema economico ci sono i mestieri del cazzo (bullshit jobs). Ovvero quei mestieri dai nomi altisonanti che sembrano non servire a nulla, dal consulente al product manager, anelli di una catena di operazioni di cui si fatica a vedere l’utilità. Al tempo della “classe disagiata”, si tratta di una condizione in cui si riconoscono molti lavoratori del terziario, una specie di vuoto di senso che ricorda la condizione dell’Amleto di Shakespeare…  

Amleto è una splendida analogia. C’è una lunga tradizione di riflessioni sulla noia della classe agiata ma personalmente, per ragioni di militanza, mi sono sempre interessato di più alla vecchia working class. Scrivere Burocrazia è stato un modo per fare i conti con questa diversa condizione di disagio, che nella nostra epoca è diventata qualcosa di diffuso oltre che insidioso. Se tra un terzo e la metà dei lavoratori dipendenti considerano che i loro stessi lavori non dovrebbero esistere, allora stiamo parlando di un fenomeno sociale gigantesco, che non possiamo permetterci di ignorare.

Questa condizione non fa che peggiorare, mano a mano che si accentua la divisione del lavoro burocratico. Ma quindi questa non è altro che la vecchia alienazione marxista trasferita negli uffici?

Questa è la critica che mi ha fatto l’Economist, ma è una critica debole. Secondo loro, i mestieri del cazzo non sono altro che mansioni razionalizzate a tal punto che il lavoratore non riesce più a capire il proprio contributo al processo di produzione del valore, ma questo contributo sarebbe comunque necessario nella gestione della complessa catena globale che garantisce il nostro benessere. Se questo fosse vero, come mai abbiamo assistito alla burocratizzazione di ambiti in cui non c’è stato nessun progresso tecnologico? Ad esempio io lavoro all’università e il mio lavoro non è cambiato molto rispetto a trent’anni fa. Eppure adesso c’è bisogno di un personale amministrativo tre volte più numeroso, perché? Io direi che si tratta di un trasferimento di potere dai professori ai manager. D’un tratto ogni dirigente grande o piccolo ha bisogno di uno staff di almeno 3-4 sottoposti soltanto per mostrare al mondo che lui è una persona molto importante. Prima gli assegnano uno staff e soltanto poi decidono cosa farne. Quindi inevitabilmente si finiscono per creare compiti inutili e senza senso.

Secondo alcuni pensatori marxisti, penso a Paul Mattick, il lavoro improduttivo servirebbe da meccanismo di regolazione degli eccessi della produzione. I mestieri del cazzo sono dunque il segnale di una crisi del capitalismo?

Nell’ottica marxista si parla di improduttività dal punto di vista del capitale, intesa come incapacità di generare plusvalore economico. Ma il problema che interessa a me è l’incapacità di produrre un valore sociale. A mio parere le forme classiche di estrazione del plusvalore, quelle che Marx descriveva ai suoi tempi e che operavano per mezzo dello sfruttamento del lavoro salariato, stanno scomparendo.  In questo senso, la creazione di lavori inutili non si spiega all’interno del modello di Marx. O per dirla in maniera più radicale: il capitalismo come lo conoscevano si sta eclissando di fronte a un nuova forma economica che potremmo chiamare “feudalismo manageriale”, un sistema basato sullo sfruttamento delle rendite di posizione.

C’è una tradizione interessante di pensatori, spesso di scuola trotskista, che non solo hanno criticato la burocrazia “da sinistra” ma che inoltre hanno mostrato quanto fosse profondo il rapporto di dipendenza tra Stato e Mercato nel capitalismo. Guy Debord chiamava appunto “Spettacolo” questo processo di divisione del lavoro e infine dell’esperienza stessa. La mia impressione è che la burocratizzazione del mondo è il prezzo che paghiamo per aver voluto circondarci di merci, consegnandoci alla burocrazia del capitale. L’alternativa è una forma di decrescita serena?

Da antropologo preferisco parlare di “economie umane”, che non implicano necessariamente il rifiuto della moneta e nemmeno del mercato. In certi casi può essere il caso ma si tratta semplicemente di considerare queste funzioni economiche come subordinate al processo più ampio di produzione delle relazioni sociali. Questo è un obiettivo realizzabile, anche in vista di un’eventuale decrescita. In generale, come dicevo prima, io non credo che la burocrazia sia direttamente legata al benessere. Personalmente mi riconosco nella tradizione antiburocratica della sinistra. Come osservo in Burocrazia, la destra ha recuperato, banalizzato e distorto questa tradizione e in particolare l’idea giusta che la democrazia, il fascismo e il socialismo reale hanno in comune molto di più di quanto i loro sostenitori siano pronti ad ammettere. A causa del recupero da destra, la sinistra ha preferito abbandonare questo argomento, e così ci troviamo con una sinistra mainstream che oggi abbraccia contemporaneamente la burocrazia e il mercato. Non riesco a immaginare una posizione politica meno seducente, e quindi non mi stupisce che i partiti di sinistra siano in crisi dappertutto nel mondo!

Ultimamente si sente dire spesso che in seno alla sinistra sembra oggi essersi disegnata una linea di rottura tra una sinistra dei diritti civili e una sinistra del lavoro. Esiste davvero questa frattura?

Io direi che c’è sicuramente una frattura tra la classe manageriale, che concentra le sue rivendicazioni sui cosiddetti diritti civili, e quello che resta delle organizzazioni politiche e sindacali della working class, che continuano a dare priorità alla questione del lavoro. Progressivamente è accaduto che la base dei grandi partiti di sinistra è slittata dalla seconda alla prima classe: ed è per questo, credo, che questi partiti sono così conniventi con la burocrazia. La loro enfasi sulla necessità di creare sempre più posti di lavoro ci ha messi in questo pasticcio, perché sia a destra che a sinistra non ci si è mai preoccupati che questi lavori fossero anche socialmente utili.

Ma chi stabilisce, alla fine, cos’è utile e cosa non lo è?

Oggi abbiamo un problema con il concetto di valore. C’è gente convinta del fatto che più il tuo lavoro è socialmente utile, meno dovresti essere pagato! La società è percorsa dal risentimento. Chi fa un mestiere manageriale del cazzo, nel senso in cui lo intendo io, ce l’ha con la working class perché almeno loro fanno un lavoro ritenuto utile; mentre la working class da parte sua ce l’ha con la cosiddetta “élite di sinistra”, che dal suo punto di vista monopolizza degli ambiti professionali in cui vieni pagato per occuparti di cose ritenute più elevate, che toccano la verità, la bellezza, eccetera… Questo è il contesto in cui emerge il populismo di destra, e l’unico modo per sconfiggerlo è riconfigurare il nostro concetto di valore.

In che modo?

Dovremmo considerare la produzione di valore sociale all’interno della categoria più ampia del “lavoro di cura” (care-work). Il futuro della politica rivoluzionaria sta in quella che io chiamo “la rivolta delle caring classes”, le classi dei lavoratori di cura, che producono qualcosa di realmente utile per l’intera società. Questo potrebbe colmare il divario. Ma c’è ancora molto lavoro da fare!

Raffaele Alberto Ventura lavora nell’industria culturale. Non è l’autore di Anonymous. La grande truffa.
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