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Mestruazioni, immaginario e vita pubblica

di Chiara Mogetti

Le mestruazioni, di recente, hanno fatto notizia. A febbraio ha fatto scalpore il caso della protesta portata avanti da alcune studenti indiane, in risposta a una serie di limitazioni che, sulla base del ciclo mestruale, la scuola da loro frequentata impone alle ragazze. Sempre a febbraio, la Scozia ha approvato una proposta di legge per la fornitura gratuita di assorbenti e prodotti per l’igiene mestruale a chi ne abbia bisogno, allo scopo di contrastare la cosiddetta period poverty.

Anche in Italia si prova a parlare di mestruazioni, soprattutto in relazione all’abbassamento dell’IVA su prodotti quali assorbenti e coppette mestruali, attualmente al 22%. Tuttavia, ancora si fatica a riconoscere il tema come oggetto d’interesse pubblico. Di mestruazioni, qui, non si vuole parlare, a causa di un tabù che agisce su molteplici livelli. Tuttavia, nonostante le diffuse resistenze, il tema ha sempre maggiore visibilità.

È prossimo all’uscita in libreria Seiri Chan – La tua amica mensile, fumetto di Ken Koyama edito da Star Comics, già ben conosciuto all’estero e caso editoriale in Giappone, in cui un cuore antropomorfo grande quanto un essere umano irrompe in casa, tira pugni e preleva sangue a una serie di malcapitate che, tuttavia, sembrano avere con l’intrusa una certa confidenza: Seiri Chan incarna proprio le mestruazioni, mostrando, nelle sue interazioni, diversi modi possibili di confrontarsi e rapportarsi con le stesse.

Scritto da un uomo con garbo, ironia e simpatia, offre uno spaccato sulle nuove narrazioni possibili del corpo, della femminilità e delle relazioni tra generi. Il discorso sul corpo mestruante lavora sul confine: il tentativo di tendersi la mano ed esplorarsi a vicenda oltre quel limite, di cui il lavoro di Koyama è un esempio significativo, è anche il tentativo di scardinare modalità relazionali stantie e opprimenti.

Se il punto, quindi, è parlarne, allora parliamone.

Per quarant’anni di vita fertile, una donna consuma in media 12.000 assorbenti, se si considerano 4 o 5 cambi al giorno per circa 5 giorni di mestruazioni al mese. I numeri lievitano se si tiene conto del fatto che in moltissimi casi si fa esperienza di un flusso più abbondante e per un numero maggiore di giorni. Ogni anno, in Italia soltanto, 21 milioni di persone acquistano 2,6 miliardi di assorbenti.

Il consumo di massa di questo bene è la principale ragione per cui attiviste e attivisti, oltre a un numero crescente di personalità politiche, reclamano l’abbassamento dell’IVA sugli assorbenti igienici, in quanto beni di prima necessità. Si consideri che sono esenti da IVA lotteria e scommesse, mentre hanno un’IVA al 10% tartufo e oggetti d’antiquariato; gli assorbenti sono equiparati, invece, ad automobili e beni di lusso.

Una parte significativa della popolazione mondiale, non solo nei paesi meno ricchi, riscontra notevoli difficoltà d’accesso ai prodotti per l’igiene mestruale, ricorrendo a sistemi alternativi come l’isolamento, tali che ne compromettono la salute, la libertà, il lavoro e l’accesso ai servizi. Perdere un numero consistente di giorni di scuola e di lavoro significa compromettere le proprie prospettive di autonomia e si tratta di uno dei fattori che alimentano la disuguaglianza di genere nel mondo.

Nonostante la ragionevolezza delle argomentazioni, quanti si fanno carico di tale istanza vengono regolarmente ignorati, se non coperti di ridicolo. La domanda non è se si tratti di una questione di pubblico interesse, ma cosa tracci il limite tra il pubblico e il privato, tra il politico e il personale, tra il dicibile e l’indicibile.

Ciò che si può e non si può dire ha un impatto determinante sulla percezione che si ha del proprio corpo, della propria relazione con esso e del suo rapporto con lo spazio e con gli altri. Quando ero bambina non esisteva nulla di simile a Seiri Chan: di mestruazioni si parlava, quando proprio era necessario, soltanto nell’ombra, con il cuore solenne, trepidante e sgomento. Come tantissime altre giovani femmine, ho imparato a secretare la mia fisiologia molto prima di capirci veramente qualcosa e, sicuramente, ben prima di farne esperienza. L’ho imparato, per esempio, da una vecchia zia appollaiata su una sedia di plastica, la quale, in un pomeriggio estivo dei miei dieci anni, prese a farmi allusioni insistenti e interrogative, di cui mi sfuggì il senso finché non sibilò: «Ti sono venute?»

«No, è che non scendeva giù la cacca» fu la mia risposta indignata. Per questo avevo richiesto assistenza dal bagno, cosa che rivendicai: preferivo essere associata a un water intasato che alle mestruazioni.

Quando, due anni dopo, le mestruazioni arrivarono davvero, mi attrezzai di un atteggiamento efficiente e disincantato: annunciai il gran momento inoltrando la richiesta di un assorbente alla genitrice. Commozione materna e ironia paterna nulla poterono contro il mio scudo di razionalità. E la razionalità stava nella padronanza dello strumento appropriato alla situazione: l’assorbente.

La giornalista e scrittrice Élise Thiébaut, introducendo il suo saggio Questo è il mio sangue, spiega come abbia riscontrato una medesima sequenza di reazioni tra i suoi interlocutori maschili, posti di fronte al tema delle mestruazioni: alla prima angoscia, segue la consolazione della tecnica.

La citazione di dati e la medicalizzazione del discorso presentano proprietà ansiolitiche. Io stessa, per combattere l’investitura di senso che accompagnava il menarca, imbracciai uno scudo razionalizzante su cui, negli anni a venire, si sarebbero inutilmente infrante diverse ondate di mistica della femminilità. Agiva in me la consapevolezza inarticolata del fatto che, introducendo una dimensione di senso nella storia del mio corpo, avrei perso, o ceduto, qualcosa di importante.

Viene in mente «La voglia», un racconto di Nathaniel Hawthorne il cui protagonista, uno scienziato, sviluppa un’ossessione per una voglia rossa sul volto della moglie, percepita come segno di un male ulteriore; deciso a rimuovere quell’unica imperfezione dal corpo dell’amata, finirà per ucciderla. Un’interessante interpretazione di questo racconto legge l’opera di Hawthorne in relazione al contesto simbolico di matrice puritana; la voglia potrebbe essere metafora di un’altra impurità: quella del ciclo mestruale.

Le mestruazioni sono state per secoli oggetto di illazioni una più improbabile dell’altra, sostenute anche da pensatori illustri come Plinio il Vecchio: le donne mestruate avrebbero fatto appassire i fiori, smussato le lame, appannato gli specchi e molto altro. L’approccio medico, a sua volta, risale almeno ad Ippocrate, il quale riteneva che il flusso mestruale servisse a purificare il corpo femminile da tossine contenute nel sangue: sembra che la pratica del salasso derivi da tale convinzione.

Non stupisce, dunque, ritrovare in un uomo del XIX secolo una riproposizione delle medesime simbolizzazioni: da una parte misticismo e superstizione e, dall’altra, disciplinamento e medicalizzazione.

Sono, questi, gli stessi codici a cui si tende a ricorrere per leggere la propria esperienza. Si comincia con una narrazione mitica per finire sul lettino del ginecologo: i due percorsi di senso si mescolano poi inestricabilmente in occasione della maternità.

Ogni volta che siamo irriducibilmente donne – secondo una concezione eteronormativa che pone il ciclo mestruale a suggello della femminilità, in opposizione al maschile – la nostra parola cade nel silenzio e diventiamo invisibili, come quegli assorbenti che ci passiamo di nascosto di mano in mano nei luoghi pubblici.

Seiri Chan, personificazione delle mestruazioni impietosa e fedele, può invece essere letta come un segno del cambiamento nel rapporto tra gli uomini e quel marchio della differenza che ancora sono le mestruazioni. Perché i tabù funzionano così: separano la luce dall’oscurità, la mente dal corpo, la salute dalla malattia, la ragione dal perturbante, il sé dall’altro, il soggetto dall’oggetto, in un sistema di opposizioni binarie e arbitrarie.

Tutto ciò che ricade nell’oscurità ricade anche nel silenzio, oltre un limite tracciato dal tabù. L’aveva capito anche Stephen King, che, con Carrie, faceva del sangue mestruale e del sangue animale – la stessa cosa, in fondo – la linea di demarcazione tra chi è dentro e chi è fuori. Potremmo pensare che l’orrore di Hawthorne fosse dato proprio dalla differenza: il ciclo mestruale segnava la donna come irriducibile al maschile, sfuggente tanto al desiderio sessuale quanto alla beatificazione. Le mestruazioni, per secoli, hanno messo gli uomini di fronte a un’alterità incontrollabile, «un’ombra che esplode».

L’immaginario ha giocato, in questo pensare le relazioni, un ruolo fondamentale. La leggerezza e la curiosità espresse da Seiri Chan permettono di pensare un nuovo gioco delle relazioni. Non si tratta di un caso isolato, soprattutto nella cultura pop, in molti casi più ricettiva ai cambiamenti sociali di quella considerata alta: si pensi a serie tv quali Big Mouth o Crazy Ex Girlfriend: le mestruazioni sono al centro di alcuni episodi empatici ed esilaranti, oltre che oggetto di canzoni irriverenti.

Far cadere il tabù contribuisce così a cancellare il limite: attraverso la conversazione diffusa sul tema è possibile avviare un processo per riconoscere collettivamente la legittimità di ciascuna esperienza. Normalizzare il tabù significa anche, perciò, depotenziare i dispositivi di differenziazione che, come un letto di Procuste, irreggimentano lo spontaneo trascorrere delle nostre personalità.

Opere come Seiri Chan stanno probabilmente giocando un ruolo determinante in questo processo. Se il personale è politico, la leggerezza è la strada per il dicibile.

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