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Mettere in pausa la realtà. Microfictions di Régis Jauffret

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“Tutto cominciò come un giorno normale solidamente aggrappato alla realtà”.

Con Microfictions (traduzione di Tommaso Gurrieri, pp. 1018, € 25, 2019, Edizioni Clichy), Régis Jauffret esplora il campionario umano attraverso un costante rinnovamento della rappresentazione del mondo fisico contemporaneo e della realtà sensibile, mettendo in scena atti brevi in cui rendere il dolore attraverso il paradosso, l’assurdo, il caricaturale. Definito un’opera-monstre, tradotto in dodici lingue e insignito del Prix Goncourt del racconto, Microfictions rappresenta l’esito più alto di un percorso d’indagine sull’umano intrapreso già nelle prime opere, dall’esordio nel 1985 con Seule au milieu d’elle, sino al primo successo con l’uscita nel 1998, di Histoire d’amour, e a narrazioni insignite di riconoscimenti significativi come il Prix Décembre per Univers, univers o il Prix Fémina per Asiles de fous, che avrebbero consacrato Jauffret come uno degli esponenti di maggior rilievo della letteratura francese contemporanea.

Una voce dirompente nella narrativa europea che come in Dark Paris Blues o in Cannibali (Finalista al Prix Goncourt 2016), rivela anche in Microfictions il suo interesse a dare forma a storie inesorabilmente legate alla ferocia e alla violenza, immortalate nell’istante fermato dal racconto. Aspetti che si riverberano sul piano stilistico e formale: cinquecento racconti di due pagine in cui la prospettiva in prima persona di protagonisti diversi per età, sesso, classe sociale e identità permette di dare forma alla rappresentazione di un mondo degradato privo di salvezza. Jauffret inscena una danza macabra a cui ogni personaggio, rivelato nelle sue debolezze e nei suoi istinti primari, è chiamato a partecipare. La sua scrittura minimale si basa su descrizioni per brevi tratti lontane da lirismo e retorica nell’intento di consegnare al contesto e alla storia il significato del racconto.

L’elemento del reale rappresenta una costante non alterata in chiave metaforica ma condotta all’eccesso e al paradosso per trattare il tragico anche grazie a un uso sapiente dell’elemento ironico e a una omogeneità stilistica che permette di evidenziare la ferocia inscenata. La capacità di usare immagini e descrizioni minime per rendere il vuoto – “La solitudine fa un rumore di frigorifero che parte ogni venti minuti” –, permette in particolare in racconti come Arredare la mia vita di raccontare attraverso un appartamento spoglio l’indolenza e l’apatia e indagare la depressione per collegarsi a uno degli aspetti maggiormente affrontati nell’intera opera: il timore dell’individuo di perdere la coscienza di esistere. “Sentiamo il caldo e il freddo, ma i nostri anni sono indolori”.

La costante e inesorabile discesa negli inferi che prende forma attraverso squarci fulminei sulla realtà scardina ogni sistema sociale destrutturandone i valori tradizionali, l’etica e la morale, per rivelare un’umanità vacua. Non esiste redenzione nelle storie costruite da Jauffret, come se in quei quadri grotteschi non fosse contemplato un riscatto sentimentale. “La felicità assoluta in cui ero piombato era monocroma. Dopotutto si può essere felici in un film in bianco e nero e il technicolor non è stato mai garanzia di felicità”.

L’architettura del racconto e lo sguardo adottato tendono alla tragedia nel tempo di un presente assoluto che agisce su un reale reso nell’esasperazione della sua brutalità e, per questo, dai calcati accenti teatrali. Il dramma che prende forma tra le pagine rappresenta l’infelicità e il dolore che, nell’impossibilità di rintracciare una via di salvezza, sfocia nell’irrazionale. “Avevamo sbagliato a prendere distanza dalla realtà. Furiosa, era fuggita come un disco volante. Abbandonandoci all’immaginario senza via d’uscita in cui vivono i matti”.

Microfictions si rivela un trattato sull’incapacità di salvezza per l’essere umano privo della possibilità di coltivare sentimenti sani verso il prossimo perché sovrastato dai suoi stessi istinti ferini o dalla supremazia del potere altrui, che si tratti del singolo o di un sistema. La rappresentazione della precarietà esistenziale e il senso di fallimento riguardano in egual misura i contesti di degrado sociale e di miseria – “Vorremmo incontrare la nostra esistenza all’angolo di una strada per obbligarla a chiederci perdono in ginocchio per quei sette anni di mediocrità e farla a fette a colpi di coltello” –  e le alte sfere politiche e accademiche, ed è resa attingendo costantemente a riferimenti storici e politici. Il risultato è un tetro carosello di personaggi improbabili che calcano le scene insieme a figure reali modellate sull’invenzione narrativa.

Tra loro il lettore potrà riconoscere la crudeltà di Jean-Jacques Rousseau, trovare Hillary Clinton che sputa in faccia a una cameriera per averla ustionata col tè o François Mitterrand che dipende dai pronostici di un’indovina, e persino scorgere Mu’ammar Gheddafi che in un bosco approfitta dei servigi sessuali della moglie di un ministro francese durante una partita di caccia. La dicotomia tra il verosimile e l’assurdo si fonda sulla convinzione che gli scenari sul futuro richiamati dalle narrazioni di Jauffret abbiano una ricaduta concreta sul reale perché concepiti usando la finzione come sola rappresentazione autentica possibile. “La città avrà cambiato più volte il suo contenuto umano. Non ci si ricorderà nemmeno più della gente che si ricordava della gente che si ricordava della gente che si ricordava di me”.

In tale ottica si inserisce l’insistenza nell’alternare la prospettiva della vittima a quella del carnefice per mostrare da angolazioni diverse ciò che muove l’agire dell’uomo nel preservare la propria sopravvivenza e nel relazionarsi al significato dell’esistenza anche nella sperimentazione di tecniche di oblio attraverso la violenza. La stessa concezione di procreazione pur essendo costantemente legata a definizioni diverse nelle storie narrate, è collocata univocamente in un bisogno personale, come l’ambizione o l’illusione di eternità, e determina scenari di distruzione e odio connessi all’incapacità di sviluppare in modo sano la relazione tra genitori e figli.

Le aspettative disattese in ambito famigliare, sociale e culturale e la relazione con la fine e il dolore appaiono parzialmente riconoscibili dal lettore – “Era in lutto per la tua intelligenza già dalla tua prima bocciatura” –, per poi culminare inesorabilmente in una estremizzazione che assume i connotati di una realtà alternativa per la sua trasfigurazione grottesca.

Un terreno di indagine che mira a scardinare una condivisione di valori ritenuta inattuale a partire dalla ridefinizione del ruolo della finzione in rapporto alla realtà: nell’evocare l’intera gamma di emozioni, l’intrattenimento fornito dalla narrazione si consuma attraverso un’involuzione sarcastica funzionale alla rappresentazione negativa di un’umanità alla deriva. “Il reale di un tempo è morto. L’economia è immaginaria come i passanti per strada, le guerre e gli attentati le cui immagini sono ancora più noiose delle incisioni monocrome dei libri di scuola della mia infanzia”.

Cardine di tale esplorazione l’analisi della relazione tra la sessualità e la morte, intesa in senso ampio come fine che, attraverso racconti incentrati sull’aborto, il suicidio, il ricorso all’eutanasia, innesca una riflessione sull’esistenza come inutile ripetizione a cui si frappone un evento improvviso che frattura il presente e genera uno sconvolgimento irreversibile. “Finora ho sempre preso la decisione di non servirmi della morte per risolvere l’inestricabile equazione della mia vita”.

L’esplorazione della sessualità si lega costantemente alla rappresentazione della violenza, della dipendenza e della malattia, con storie di incesti, stupri e dipendenze che tracciano il predominio dell’irrazionale e la relazione tra perversione e potere, dominanti anche in altre narrazioni di Jauffret che affondano nel reale per intrecciarsi a elementi di invenzione narrativa funzionali a una estremizzazione tragica. Ne Il banchiere, ad esempio, in cui il protagonista è assassinato dalla sua amante alla fine di un gioco erotico sado-maso. L’uscita del romanzo generò grande scalpore in Francia per il riferimento diretto al caso giudiziario del banchiere Edouard Stern.

L’elemento sessuale permette a Jauffret di usare il paradosso per fornire una interpretazione del reale nel rendere dinamiche quali la dipendenza emotiva, l’incapacità di accettare il fallimento, l’annientamento dell’individuo, che in romanzi come Dark Paris Blues o Cannibali assumono i connotati di una commedia dell’assurdo.

“Ero seduto  dentro una capsula di freddo e di solitudine, sprofondata nell’oscurità assoluta del parcheggio. Fuori il mondo si scioglieva, si liquefaceva, che crepasse pure”. Le rappresentazioni del fallimento umano, le frustrazioni legate alle aspettative e l’incapacità di scorgere nell’altro valori positivi, sono rese con una continua tendenza alla provocazione, per scardinare luoghi comuni e visioni precostituite di una società tradizionale, demolita da una scrittura irriverente e blasfema che mette in luce l’ipocrisia del reale attraverso l’allestimento sulla pagina di storie dominate da crudeltà, sadismo, e la generale trasfigurazione di qualsiasi sentimento positivo. Non esiste una reale opposizione al negativo: l’antitesi è affidata alla forma narrativa prescelta – tra brevi descrizioni e dialoghi abbozzati – e al modo di consegnare all’io narrante la visione del male come artefice di una generale deriva senza ritorno. “Quando verrà il giorno ce ne andremo volentieri perché avremo nel vivere una gioia sufficiente a illuminare la parte di niente che ci spetterà”.

La capacità di delineare dall’interno gli abissi del disagio mentale permette a Jauffret di analizzare un presente modellato su dinamiche discriminatorie, crudeli e perverse indirizzate all’annientamento del debole e del diverso, poste in contrapposizione a una concezione di normalità la cui cornice famigliare, sociale o lavorativa è resa narrativamente nella sua fragilità enfatizzata  dall’uso puntuale di cliché. In tal senso l’osservazione della letteratura e del sistema editoriale rappresenta uno dei temi cardine di Microfictions, attraverso una traccia metaletteraria che a più riprese riporta l’attenzione sul ruolo dello scrittore, incarnato da intellettuali falliti che coltivano per anni la stessa narrazione e che si consumano nell’indifferenza generale, o da scrittori di successo disposti a scendere a qualsiasi compromesso pur di vendere libri a un pubblico “avido di roba da benpensanti, di personaggi dalla psiche semplice, di trame trasparenti come acqua”. Inserendosi a sua volta a vario titolo tra le citate schiere di scrittori, Jauffret si interroga sulla dissipazione culturale nella società letteraria contemporanea piegata agli interessi di mercato. “Proviamo un certo interesse a gonfiare con l’anidride carbonica l’autore di mortali sonetti, a scuoiare l’inventore del me attenuato, a castrare il presuntuoso Régis Jauffret che si riporta il sesso a Parigi dentro una borsa frigo da pic-nic”.

Incapace di fornire reali alternative alla desolante visione del presente, l’intellettuale rappresentato da Jauffret perde il suo ruolo e subisce passivamente la crisi dei valori di un mondo degradato. Proprio attraverso la brutalità del reale, l’indagine di Jauffret consegna un duplice significato alla narrazione. Non si tratta più solo di una mera rappresentazione della violenza insita nell’umano ma, in senso più ampio, l’interesse è quello di tracciare una crisi dell’umanità davanti alla quale neanche la letteratura può opporre strumenti di salvezza perché inesorabilmente destinata a finire, anch’essa, in tragedia. “La condizione umana? Quel centauro. Rifiutiamo quel modo di camminare sulle zampe e di avere la testa nella nebbia della dialettica. [..] Cerchiamo di schiacciare dentro di noi l’umano, di limitare il fiorire delle idee. Quando in testa ci spuntano dei ragionamenti, ci mettiamo di fronte allo specchio e li spacchiamo uno dopo l’altro a mazzate”.

 

Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all’Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.
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