Mezzanotte Strega

di Christian Raimo

Ora che la competizione è finita, svoltasi anche quest’anno con il discutibile gentlemen’s agreement (chiamiamolo così?) tra editori, si può parlare in maniera forse più distaccata del Premio Strega. L’ha vinto, come sapete, il libro di Edoardo Nesi, Storia della mia gente, edito da Bompiani. Il libro di Nesi è subito schizzato in vetta alle classifiche, dopo mesi di ricezione molto distratta. Da un punto di vista della sociologia della letteratura dunque, il Premio Strega è un premio assolutamente cruciale per il piccolo panorama italiano: crea attenzione, incrementa le vendite, etc… Ma proviamo a bypassare il discorso sull’industria culturale, e a parlare di libri. Storia della mia gente: che libro è? È bello? È brutto? È così così? Secondo me è il libro più brutto che uno scrittore di talento come Nesi abbia scritto: dichiaratamente moralista, utilizza nella maniera più stanca e prevedibile le capacità stilistiche che Nesi ha saputo dimostrare in una serie di opere infinitamente migliori di Storia della mia gente, come Figli delle Stelle o L’eta dell’oro, ma anche in libri meno ambiziosi come Rebecca o Per sempre. La capacità di Nesi narratore puro di raccontare con empatia e complessità la deriva culturale, sociale e economica dell’Italia dei nuovi ricchi e potenti, qui in Storia della mia gente, viene trasformata in una forma di militanza intellettuale un po’ ingenua un po’ presuntuosa, che finisce con l’attrarre quel lettore o quella parte di lettore indignata e borghese che si trova confermata nelle sue lamentationes contro il degrado berlusconoide e della globalizzazione aggeessiva e della politica tutta e prova nostalgia dei tempi di boom economico che non ci sono più; ma respinge totalmente l’amore del lettore che questa roba se la può andare a trovare scritta con competenza di causa chessò in Italia reloaded di Paolo Sacco e che invece aveva amato Nesi per la capacità di restituirci l’indole di classi sociali poco raccontate, i loro pensieri e i loro desideri. Per tutti, leggendo in Figli delle stelle (uno dei migliori libri italiani sui nuovi arrivisti arricchiti), quanto avevamo provato una tenerezza mista a repulsione mista a immedesimazione per la moglie di Alberto Colzi che vuole con tutta se stessa rifarsi le tette?

Qui, tutto questo non c’è. E anzi invece di questa capacità romanzesca, ci vengono ammanniti sproloqui “civili” sull’Italia grande paese che siamo stati potremmo tornare a essere, e pagine spietate – sul pericoloso crinale di un doloroso razzismo strisciante – sui cinesi alla conquista del tessile pratese.

Ma sarebbe bello che su questi giudizi tranchant sul libro fosse il lettore a misurarsi. Vi riporto qui in calce una pagina, 49-50 per essere precisi, di Storia della mia gente. E più sotto, un articolo che prova a fare una piccola diagnosi sull’uso delle metafore e la loro funzione all’interno dei cinque libri finalisti di quest’anno (un articolo che è stato pubblicato in versione ridotta dal Sole 24ore).

Angelica [la figlia di Nesi, ndr] mi chiede il titolo della canzone che hanno iniziato a suonare. Le piace tantissimo, gliel’ha fatta sentire suo fratello, e le rispondo che è Knockin’ on Heaven’s Door di Bob Dylan, e anche se la musica è alta e non è il momento e non c’entra nulla e tra poco dovremmo andare, mi piacerebbe dirle che sarebbe bellissimo se oggi potesse essere la cultura a salvare l’Italia. Sarebbe un sogno. Se i romanzi e i film e i quadri e le poesie e le opere e le canzoni e persino la moda – sì, anche la moda – potessero aiutare tutti a non perdere il lavoro e a non scivolare prima nella depressione e poi nella povertà. Anche a quei buffoni degli stilisti andrei a chiedere aiuto: loro che ci imponevano lo sconto sul tessuto e poi rivendevano i loro cappotti a dieci volte il loro costo; loro che cianciavano tanto sul Made in Italy e poi andavano a produrre i loro cenci in Cina, e quando qualcuno glielo faceva notare si incazzavano e dicevano che, però, erano stati concepiti in Italia; loro che sono sempre riusciti a mettere a frutto quell’idea di cultura che personalmente non hanno mai avuto; loro che organizzavano le sfilate in Piazza di Spagna cosicché la bellezza di secoli si trasferisse sui loro abiti e le loro scarpe e borse e occhiali che poi venivano comprati dai disgraziati di tutto il mondo che, accecati da tanto fulgore, si immaginavano di poterla comprare davvero, la bellezza.

Perché tutti abbiamo bisogno di bellezza, un bisogno disperato. Ma non posso non usare la parola disperato. Non con la mia bambina, neanche dopo due martini. Così le prendo la mano e, accompagnato dalle note di Dylan, le chiedo se non le piacerebbe vivere in un mondo in cui tutti campassero solo di cultura, un mondo meraviglioso in cui si potrebbe pagare il macellaio con un racconto, il barista con una poesia, costruirsi una casa con un romanzo – e lei ride e mi dice che sarebbe una favola bellissima, e mi consiglia di scriverci un libro, su questa cosa del mondo fatto di cultura.

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Le metafore della cinquina

Come un direttore d’orchestra che guidi un’armonia di parole invece che di note… come un parallelepipedo di blocchetti sbeccati e grandi fessure usurate… come degli zombi di un film di Romero… come una pianta tropicale del pensiero… come una giraffa sul punto di morire… Ecco alcune tra le metafore che si trovano nei romanzi finalisti dello Strega di quest’anno. E uno si chiede: si può capire qualcosa di un libro a partire dalle sue figure retoriche? Forse sì.

Forse sì se si pensa che spesso sono propri questi i luoghi dove uno scrittore svela, nella densità in mezza riga, attraverso il suo repertorio d’immagini, il suo lavoro poetico in miniatura. Paul Ricouer nella Metafora viva pensava esattamente questa strategia di approccio al testo come ipotesi di indagine per combinare critica letteraria e semiotica. Insomma, non sarebbe interessante, anche come tentativo sociologico, provare a attraversare i cinque finalisti dello Strega così: cercare qui di carpire il carattere di ciascun testo?

Del resto tre dei titoli di questa cinquina sono già esplicitamente allusivi: La vita accanto, Ternitti e L’energia del vuoto evocano un mondo non raccontato: quello dell’esistenza laterale di una ragazzina particolarmente brutta (nel libro di Veladiano); quello di una comunità civile cresciuta all’ombra del presunto progresso economico (il tragico sogno industriale dell’eternit romanzato da Desiati); quello degli interessi occulti della ricerca scientifica internazionale indagato nel romanzo-quest di Arpaia. Accanto, Storia della mia gente e La scoperta del mondo rimandano invece direttamente a storie che sono al tempo stesso personali e comuni: lo sviluppo e la crisi del tessile pratese nel memoir di Nesi, l’antifascismo e l’iniziazione al comunismo in quello di Castellina.

Ma, ammesso che funzioni questo gioco di corrispondenza tra opera e metafore, che tipo di dialettica esiste tra la visione complessiva della struttura romanzesca e la forma retorica dei singoli esempi? Prendiamo il romanzo civile di Desiati: non è curioso che in un testo che si basa su una storia vera (su cui è stato fatto un lavoro preliminare d’inchiesta) quasi tutte le metafore siano di carattere naturale? Quando si parla del mondo prima e fuori della fabbrica si utilizzano immagini tratte dal regno animale (“Mimì vagava come una farfalla notturna che ritrova un raggio di luce fioca”); mentre quando è il lavoro, la fatica spietata a fagocitare la società degli uomini, è il regno minerale quello che dà la forma e in definitiva rende inorganica la nostra vita (i pensieri e le emozioni sono come pietre, come meccanismi, come pasta da modellare…) Non sembra più un caso che allora l’intero Ternitti si stenda tra due metafore. Alla terza pagina la protagonista Mimì vede, in un brutto presagio, il “cielo così livido, un cielo marcato dai fulmini, segni sottili, terminazioni nervose, i fili rossi delle arterie e dei muscoli, come in un sussidiario di scienze”: la storia che ci verrà raccontata, ci è suggerito, sarà la storia di un corpo morto, ripercorso come si fa con la foto di un fossile. E all’ultima pagina, eccola ricomparire l’immagine del fossile – la soluzione a chiave dell’intera narrazione che abbiamo appena finito di leggere: “Come un fossile nella terra che affiora soltanto quando c’è un’altra pietra che combacia”.

Anche Nesi ci parla del lavoro, di una piccola civiltà legata alla fabbrica che non esiste più. Se quella scelta da Desiati è stata sterminata dai tumori legati all’amianto, quella del tessile pratese è scomparsa con la globalizzazione. La storia della mia gente è un racconto che fino a un certo punto è stato collettivo e poi è diventata la storia di due comunità distinte e impermeabili: gli italiani e i cinesi, chi riconosce il valore del passato e non sa neanche cos’è la tradizione, chi si sente fiero di una cultura del lavoro e chi subisce solo le angherie dei padroncini. Il lungo capitolo dedicato allo sfruttamento dei cinesi utilizza una serie di metafore animali per raccontare come il lavoro post-fordista possa disumanizzare: non rendendo inorganici, creature fossili, ma trasformando in animali. I cinesi lavorano in un formicaio, i corridoi degli uffici sono una conigliera, la loro resistenza è bestiale, proprio perché sono in un capannone a sgobbare come ciuchi.

Antitetici per intenzione e esito, i libri di Desiati e Nesi condividono però tra loro e con gli altri tre finalisti lo stesso tono: quello di una mancanza di un’era perduta, la nostalgia di un tempo più facile, se non da vivere, almeno da interpretare: e questo tempo – detto alla spiccia – è il Novecento. In questo stesso senso il libro di Arpaia, l’Energia del vuoto è, tra le molte altre cose, una quest impossibile: il sub-plot principale ricostruisce in una lunga intervista incastonata nel romanzo la storia della fisica del secolo scorso. O per dirla meglio, il suo racconto. Proprio perché questo racconto è stato un grandioso sforzo collettivo di dare un’immagine del mondo che abbia più senso di quello apparente, una grande metafora che ordini. Che cos’è per esempio il modello atomico se non questo? E oggi questo sforzo di visione rischia di essere distorto dagli interessi economici. Le metafore di Arpaia non sono mai estetizzanti ma tutte funzionali alla nostra conoscenza del mondo: ci dicono che i gesti di certe persone assomigliano a bolle di sapone, che i vestiti dell’armadio possono essere sfogliati come pagine di un libro, che il campo del bosone di Higgs è come se spruzzasse in tutto l’universo una sostanza collosa come il miele che rallenta i movimenti delle particelle, ci dicono che il nostro sguardo è comunque cognitivo.

Ma se le metafore ci servono a dare una forma al caos, è vero anche che ci possono incantare imprigionandoci nella loro suggestione semantica. I libri di Veladiano e Castellina si potrebbero leggere come romanzi di formazione proprio perché testi anti-metaforici. Nella Vita accanto c’è un personaggio, quello della zia Erminia, che ne è una instancabile produttrice: ogni volta che compare se ne esce, per parlare della vita della piccola protagonista, con delle frasi del tipo “È depressa come un bradipo in vasca da bagno”, o “Zampilla come un’arteria recisa” o “Sei come una fortezza murata” o “Sei un muro di fuoco ma bruci solo dentro”. L’angoscia che ci sale quando è in scena zia Erminia è quella che abbiamo provato in tutti i momenti in cui è qualcun altro a modellarci e imprigionarci nel suo linguaggio. E liberarci vorrà dire prima di tutto affrancarsi da quest’ immaginario.

Nello stesso senso il racconto di Castellina è il diario di una ragazza che diventa antifascista proprio smarcandosi da una retorica che sente di non appartenerle. Nella Scoperta del mondo non c’è nemmeno una metafora, e in tutta la prima parte (anni ‘40 e guerra) gli anni del duce e della guerra sono raccontati con una presa di distanza dal linguaggio fascista che è il primo e fondante gesto di autocoscienza politica. È sintomatico che il diario parta proprio dal giorno in cui decide di “redigere un ‘diario politico’ usando il retro di un vecchio quaderno di scuola precedentemente dedicato alle ‘cronache’, le esercitazioni di italiano in uso alle medie. Una di queste, qualche mese prima, era intitolata ‘Tornano gli alpini’”. Come si fa a vivere in un mondo che ci opprime? Virgolette innanzitutto, Castellina usa centinaia di virgolette per rievocare il ventennio e il conflitto. Perché rileggere e riscrivere, sembra suggerirci, è l’unico modo possibile per trovare una lingua che sia la propria.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
6 Commenti a “Mezzanotte Strega”
  1. wif scrive:

    Trovo che, pur diversi, i vincitori dell’anno scorso (l’orrido canale mussolini) e il libro di nesi siano dello stesso genere. Adatti, appunto, a quel tipo di lettore che descrive Raimo per nesi in questo articolo. due romanzotti sproloquianti, molto melò, nostalgici, noiosi e buoni per tutte le stagioni.Brutti.

    Trovo bello il libro di Veladiano, così fuori luogo, fuori tempo e fuori moda. Bello e elegante.

  2. Federico Cerminara scrive:

    Christian, l’approccio al testo è un’occasione preziosa per confrontarsi. Ma avvicinarsi alla pagina che hai proposto, dopo aver letto il tuo parere, in qualche modo priva me come lettore del gusto più squisito della lettura. Temo insomma di rispondere ad un automatismo indotto dal precedente analisi della tua “introduzione”: cercare nel testo conferma o smentita alle tue opinioni. In un secondo momento mi chiederei perché hai scelto quelle pagine e non altre; insomma come dire, il gioco mi sembra ottimo, ma alcune delle fasi invertite.

  3. Sandra scrive:

    Sebbene condivida la valutazione di Christian Raimo – e la pagina riportata non fallisce di mostrare il moralismo dell’autore, e come questo comprometta il suo lavoro di scrittura- vorrei approfittare dell’occasione per riflettere sull’ ‘utilitia’” di questo libro. In un contesto in cui l’indignazione sembra si essere nuovamente possibile, ma non ancora in grado di cambiare lo stato delle cose, dove i berlosconiani seri e i “berlusconi? perche’ no” abbondano !! possono moralismo e facili metafore essere delle risorse per innescare qualche riflessione e critica? …da qualche parte bisogna pure ricominciare!! ed avendo toccato il fondo eccoci qui a premiare un libro bruttino, moralista… ma che circoli se utile!

  4. Larry Massino scrive:

    Il libro è brutto, non ci sono dubbi. Ma secondo me non è questo il punto. Il punto è che è la perfetta espressione della nostrana medietà ” culturale “, un libro comprensibile da tutti perché povero di linguaggio e di pensiero.Sembra un lungo editoriale di un giornalista furbetto, mettiamo uno a caso, Marco Travaglio.

    Visto che la letteratura è ridotta a questo, perché vi meravigliate se la gente non compra e non legge, rilassandosi con le passeggiate e lo sport? Lo sport, appunto. Se alle olimpiadi arrivasse un atleta debole che abbassa l’asta alle sue possibità di salto e a quelle degli spettatori, lo premierebbero o lo porterebbero alla neuro?

    http://accademia-inaffidabili.blogspot.com/2011/07/epistola-prima-al-premio-strega-edoardo.html

  5. Branko C scrive:

    @Larry: esatto.
    Ma il problema non è che la letteratura è ridotta a questo (perché in giro, fuori e dentro l’Italia, fuori e dentro l’Europa ci sono bravi e addirittura ottimi scrittori).

    Per rimanere col parallelo sportivo, sarebbe come se la Federazione Olimpica Italiana, alle prossime Olimpiadi, non potrasse la Pellegrini ma me, che non so quasi nuotare. Allora uno vede me nuotare alle olimpiadi e dice: se il nuoto è questa merda, preferisco la letteratura.

    La colpa non è della Pellegrini che è rimasta a casa, ma del Premio Strega che ha portato in piscina me al suo posto…

  6. wif scrive:

    @larry e branco – credo anch’io che , purtroppo, sia così. E’ come in politica la scelta degli scrittori da “lanciare”? Sempre mediocri o anche pessimi, per una forma di disprezzo dei lettori/elettori e per chissà quali calcoli editoriali? Mentre, specialmente fuori, si scrivono magnifici romanzi. Ho appena letto la recensione di ZONA che andrò a comperare oggi stesso.

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