Dopo mezzanotte: un estratto

Pubblichiamo un estratto dal romanzo di Irmgard Keun Dopo Mezzanotte, in libreria per L’Orma con la traduzione di Eleonora Tomassini.

di Irmgard Keun

A volte apri una busta e ne salta fuori qualcosa che ti morde o ti punge, anche se non è un animaletto. Oggi è arrivata una lettera del genere da Franz. «Cara Sanna,» mi scrive «vorrei rivederti, perciò magari ti vengo a trovare. Per molto tempo non ho potuto scriverti, ma ho pensato spesso a te, di sicuro lo sai, devi averlo sentito. Spero che tu stia bene. Ti abbraccio, mia dolce Sanna. Il tuo Franz.»

Cos’è successo a Franz? È malato? Forse sarei dovuta salire subito su un treno e andare da lui a Colonia. Non l’ho fatto. Ho ripiegato il foglio e me lo sono nascosto nella scollatura, e adesso è lì che mi graffia il petto.

Sono esausta. È stata una giornata così difficile e faticosa, ma ormai la vita si è fatta tutta così. Non voglio più pensare, non riesco più a pensare… nel cervello ho soltanto macchie chiare, macchie scure, e vorticano all’impazzata.

Vorrei bermi in santa pace la mia bella birra, ma quando sento l’espressione visione del mondo so subito che sta per scoppiare un putiferio. Gerti dovrebbe piantarla di stuzzicare questo SA con la solita solfa che le uniformi dell’esercito del Reich sono molto più belle e pure i soldati sono tutti uno schianto, e che se proprio deve andarsi a pescare un militare che almeno sia uno dell’esercito del Reich. Ovviamente parole simili ronzano come calabroni inferociti intorno a Kurt Pielmann, lo pungono e gli bruciano fin nel profondo… se non muore subito si può star certi che si incarognisce.

Di colpo Kurt Pielmann sembra come malato, e pensare che fino a poco fa era così contento, che pena. In fin dei conti, tre giorni addietro ha guadagnato un’altra stelletta e oggi è venuto da Würzburg fino a Francoforte apposta per rivedere Gerti, e anche il Führer. Infatti oggi il Führer è arrivato in città per fissare tutto serio il popolo dal balcone del Teatro dell’Opera e assistere alla sfilata di una fanfara di soldati appena rientrati in Renania. Voglio offrire un altro giro di birra, così ci distraiamo; chissà se di soldi ne ho abbastanza…

«Cameriere!» Stasera c’è una tale confusione. «Cameriere! Oh, lo chiami lei, signor Kulmbach, con quel suo bel vocione. E beva, la prego! Altre quattro Export, cameriere e…» È sparito di nuovo.

«Per caso non avrebbe una sigaretta, signor Kulmbach?» Non mi piace che il signor Kulmbach ascolti questi discorsi spericolati di Gerti, e allora comincio a raccontargli la prima cosa che mi salta in mente, così a casaccio, per distogliere la sua attenzione. Con un orecchio sento me che mi sgolo, e con l’altro ascolto montare il battibecco tra Gerti e Pielmann.

Se resto in silenzio per un istante un estenuante fragore di voci mi avvolge e mi viene un sonno…

Ce ne stiamo seduti alla birreria Henninger, l’aria sa di sigari e luppolo e risa sguaiate. Dalle vetrate si intravedono i lampioni della piazza dell’Opera, un po’ offuscati e sonnolenti, sembrano fiori gialli e malevoli che non vedono l’ora di darci la buonanotte.

Siamo in giro dalle tre del pomeriggio, Gerti e io. Con Gerti siamo amiche da quando sono arrivata a Francoforte. È già un anno che sto qui.

Stasera Gerti è una meraviglia, seduta lì con il suo seno azzurro. Ovviamente non è il seno, ma il vestito a essere azzurro. Gerti pare sempre che non abbia niente addosso, eppure non risulta mai indecente, perché col corpo e colle parole fa quel che le pare e per gli altri è un libro aperto. Le brillano i folti riccioli biondi, le brillano gli occhi azzurrissimi, tutto il viso le brilla come una nuvola rosa.

Io invece non brillo nemmeno per sogno. Ed è per questo che Gerti mi vuole così bene. Però dice che anche io potrei essere graziosa, è solo che non so come valorizzarmi. Su questa cosa del valorizzarmi Gerti e Liska mi danno il tormento e di certo lo fanno con le migliori intenzioni. In fin dei conti lo vorrei pure io, ma non è che mi riesca.

Ogni tanto, quando la sera mi guardo allo specchio prima di andare a dormire, mi trovo molto carina e adoro la mia pelle, così liscia e candida. Ho gli occhi grandi, grigi e misteriosi, e non penso ci sia una sola attrice al mondo con delle ciglia lunghe e nere come le mie. In una serata del genere mi viene voglia di correre alla finestra e chiamare a raccolta tutti gli uomini in strada per fargli ammirare la mia bellezza. Ovvio che non potrei mai farlo sul serio. Però è un vero strazio che proprio nei momenti in cui sei più bella ti ritrovi tutta sola. Che poi magari, a volte, è soltanto un’impressione. Perché invece quando sono seduta accanto a Gerti mi vedo sempre bassa, emaciata e rachitica. E i miei capelli non brillano mica. Sono di un biondo che è una noia mortale.

Aggiungi un commento