Mi pare di vivere in un mondo che neanche Kurt Vonnegut avrebbe saputo immaginare

In occasione dell’anniversario della morte di Kurt Vonnegut, pubblichiamo un estratto dal libro «Un uomo senza patria». È in uscita nella nuova collana mini • i tascabili di minimum fax, «Dio la benedica, dottor Kevorkian», un libro che raccoglie le interviste impossibili di questo genio dell’umorismo nero: ventuno dialoghi immaginari con scrittori, scienziati, ma anche uomini e donne comuni, con una prefazione inedita di Francesco Piccolo.

di Kurt Vonnegut

Qualche anno fa mi scrisse una tipa di Ypsilanti, una romanticona. Sapeva che ero un romanticone anche io, vale a dire un inveterato democratico del Nord alla Franklin Delano Roosevelt, amico delle classi lavoratrici. La signora era incinta – non di me – e voleva sapere se era una crudeltà dare alla luce una creatura tanto delicata e innocente in un mondo brutto come quello di oggi.

Mi scriveva: «Vorrei sapere cosa consiglierebbe a una donna di quarantatré anni che sta finalmente per avere un figlio ma ha un po’ paura di mettere al mondo una nuova vita in un posto così spaventoso».

Non lo faccia!, le volevo dire. Potrebbe essere un altro George W. Bush o un’altra Lucrezia Borgia. Il bambino avrebbe la fortuna di nascere in una società in cui anche i poveri sono sovrappeso, ma la sfortuna di vivere in un paese senza assistenza sanitaria nazionale e senza un’istruzione pubblica decente per la maggior parte dei cittadini, dove le iniezioni letali e la guerra sono forme di intrattenimento, e dove andare all’università costa un occhio e un rene. Non sarebbe lo stesso se il ragazzino fosse canadese, svedese, inglese, francese o crucco. Quindi meglio continuare a fare sesso sicuro, o emigrare.

Ma in verità le ho risposto che quello che per me rende la vita quasi degna di essere vissuta, oltre alla musica, sono tutti i santi che mi capita di incontrare un po’ ovunque. E per santi intendo gente che si comporta in maniera decorosa all’interno di una società clamorosamente indecorosa.

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 Joe, un giovane di Pittsburgh, un giorno mi si è presentato con una semplice richiesta: «Per favore, mi dica che prima o poi finirà tutto bene».

«Benvenuto sulla Terra, giovanotto», gli ho risposto io. «Qui fa un caldo boia d’estate e un freddo cane d’inverno. È un pianeta rotondo, umido e affollato. Bene che vada, Joe, tu hai un centinaio di anni da vivere da queste parti. E di regola io ne conosco una sola: Cazzo, Joe, bisogna essere buoni!»

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Poco tempo fa un giovane di Seattle mi ha scritto:

L’altro giorno, al controllo di sicurezza dell’aeroporto, mi hanno chiesto, come ora si fa comunemente, di togliermi le scarpe. Mentre posavo le scarpe nell’apposita vaschetta, mi ha invaso un senso di totale assurdità. Mi devo togliere le scarpe e farle passare dentro una macchina a raggi x perché un tizio ha cercato di far saltare in aria un aeroplano usando le sue scarpe da ginnastica. E ho pensato: mi pare di vivere in un mondo che neanche Kurt Vonnegut avrebbe saputo immaginare. Quindi, adesso che scopro che le posso fare una domanda del genere, mi dica: lei l’avrebbe saputo immaginare? (Se qualcuno trova il modo di fabbricare dei pantaloni esplosivi, siamo veramente nei guai.)

Io gli ho risposto:

Il fatto di togliersi le scarpe in aeroporto, il livello di allarme arancione e via dicendo sono tutte buffonate di prima categoria, è vero. Ma la mia preferita è una che si inventò quel divino pagliaccio pacifista di Abbie Hoffman (1936-1989) durante la guerra del Vietnam. Annunciò che la nuova frontiera dello sballo erano le bucce di banana assunte per via rettale. E così gli scienziati dell’fbi cominciarono a infilarsi bucce di banana su per il culo per scoprire se era vero o no. O almeno così speravamo noi all’epoca.

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La gente ha una gran paura. Prendete il tale che mi scrisse, in una lettera senza mittente:

Se lei sapesse che una persona costituisce un pericolo per la sua incolumità – mettiamo che questa persona avesse una pistola in tasca, e lei si rendesse conto che non esiterebbe un attimo a spararle contro – che cosa farebbe? Noi sappiamo che l’Iraq costituisce una minaccia per gli Stati Uniti e per il resto del mondo. Perché ce ne stiamo qui con le mani in mano facendo finta di essere al sicuro? È esattamente questo che è successo con Al Qaeda l’11 settembre. Nel caso dell’Iraq, poi, si tratta di una minaccia su scala ancora più grande. Le pare giusto che restiamo zitti e buoni, come bambini terrorizzati che aspettano il peggio senza fare niente?

La mia risposta è stata:

La prego, per il bene di noi tutti, si compri un bel fucile, possibilmente un calibro 12 a canna doppia, e vada in giro per il suo quartiere a sparare in testa a tutti quelli – poliziotti esclusi – che potrebbero essere armati.

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Un tale di Little Deer Isle, nel Maine, mi ha scritto chiedendo:

Che cos’è che spinge davvero i membri di Al Qaeda a uccidere e a immolarsi? Il presidente dice: «Odiano le nostre libertà», ossia la nostra libertà di religione, la nostra libertà di parola, la nostra libertà di votare, di radunarci e di dissentire gli uni dagli altri, il che non è certo ciò che si è appreso a proposito dei prigionieri di Guantanamo, né ciò che viene detto a lui nei suoi briefing. Perché l’industria delle comunicazioni e i politici che abbiamo eletto permettono a Bush di sparare queste cazzate impunemente? E come potranno mai nascere la pace e la fiducia nel nostro governo, se al popolo americano non viene detta la verità?

Be’, ci si potrebbe augurare che gli individui che si sono impadroniti del nostro governo federale, e quindi del mondo, grazie a un colpo di stato da operetta, che hanno disinnescato tutti i sistemi d’allarme antirapina prescritti dalla Costituzione, vale a dire la Camera, il Senato e la Corte Suprema, nonché Noi, il Popolo, fossero buoni cristiani. Ma, come ci ha insegnato William Shakespeare tanto tempo fa: «Il diavolo sa ben citare la Sacra Scrittura per i suoi scopi».

Ovvero, come mi scriveva un tizio di San Francisco:

Come fa l’opinione pubblica americana a essere così stupida? La gente crede ancora che Bush sia stato eletto, che gliene freghi qualcosa di noi e che abbia una qualche idea di quello che sta facendo. Ma come facciamo a “salvare” della gente uccidendola e distruggendo il suo paese? Come possiamo attaccare per primi basandoci sulla convinzione che di lì a poco verremo attaccati noi? Quello lì non sa dove stanno di casa la logica, la ragione, le basi morali. Non è altro che un fantoccio idiota che ci sta facendo precipitare nel baratro. Perché la gente non vede che il dittatore militare insediato alla Casa Bianca è nudo come l’imperatore della favola?

Io gli ho detto che se aveva qualche dubbio sul fatto che noi esseri umani siamo demoni dell’inferno, doveva andarsi a leggere Lo straniero misterioso, scritto da Mark Twain nel 1898, molto prima della Grande Guerra (1914-1918). Nel racconto che dà il titolo alla raccolta, Twain dimostra con amara soddisfazione – alla quale non posso non associarmi – che è stato Satana e non Dio a creare il pianeta Terra e «la maledetta razza umana». Se ancora vi restano dubbi, leggetevi il giornale. Non importa quale giornale. Non importa di che giorno.

Commenti
Un commento a “Mi pare di vivere in un mondo che neanche Kurt Vonnegut avrebbe saputo immaginare”
  1. peppe stamegna scrive:

    interessante. Ora mi tocca passare alla fotosintesi, quindi, non lascio commenti…
    grazie

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