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L’adeusinho per un amico di Andrea Bajani

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Saramago diceva che la lingua portoghese ha una parola che altre lingue non hanno, e questa parola è adeusinho. Un diminutivo per la più difficile delle cerimonie: il momento di dirsi addio tra due persone. Come se si potesse essere delicati anche nella separazione e addomesticare con un piccolo trucco verbale la tristezza.

Il suo adeusinho ad Antonio Tabucchi, Andrea Bajani lo compone nell’unico modo in cui due scrittori si possono salutare: attraverso un romanzo.

È bene sottolinearlo dall’inizio, per evitare ogni equivoco.

Mi riconosci non è una commemorazione né un coccodrillo né uno scritto occasionale, è un romanzo che prosegue e fa avanzare un’idea di fondo di Andrea Bajani, a cui gli esterni delle sue storie e un malinteso critico d’esordio non avevano concesso subito la corretta messa a fuoco. I suoi romanzi non si propongono di raccontare ambiziosamente la totalità del mondo, se non per incroci e intersezioni; quello che gli interessa è esplorare le zone dello sconforto e del dolore, e del loro superamento, se ci sono. Gli interessa la piccola cicatrice incisa in un punto nascosto del corpo dei suoi personaggi. Ed è a questa letteratura dell’intimità, alla sua personale costruzione, che Andrea Bajani si è dedicato in questi anni. Inevitabile che questo percorso, che richiede un totale investimento emotivo e stilistico, lo portasse a uno sconfinamento sempre più autobiografico, che a ben vedere c’è sempre stato. E a un vecchio paradosso: lo scrittore, nel tentativo di rendere universale una verità intima, deve vincere la sua naturale disposizione al pudore, scrivere attraverso la vergogna e non intorno, come invita a fare Jonathan Franzen.

Mi riconosci indaga uno dei sentimenti umani più privati, eppure più comuni: la morte di un amico. È il racconto di quest’amicizia nata a causa e dentro la letteratura tra uno scrittore italiano affermato in tutto il mondo e uno dei giovani più promettenti. Lo scrittore grande legge un libro del giovane e se ne innamora. Inizia a manifestare tra i suoi amici tutto il suo entusiasmo e l’intenzione di conoscerlo; il giovane allora prende un aereo, va a Parigi, e bussa da un conoscente comune dove sa che l’altro sta a cena. Il grande si alza, dice “oggigiorno la posta fa miracoli, ragazzo mio” e gli consegna nelle mani una lettera che aveva scritto per lui. Nasce così un rapporto particolare, di scelta e di adozione reciproca, di complicità, di camicie da comprare nei negozi di Parigi, di case scambiate, di lunghi pomeriggi in macchina, di una passeggiata in un cimitero toscano. L’arte e i doni dell’incontro, dei libri che si fanno persone, dell’ospitalità. Ma tre o quattro anni dopo lo scrittore grande si ammala. E il più giovane riprende l’aereo e al ricovero finale lo va a trovare, contro il suo volere. A Lisbona, questa volta. Per un’ultima galanteria, le ultime parole. E poi solo una cucina vuota, il dolore dei familiari, le tazzine nel lavello, le sedie ripiegate contro il muro.

La storia è vera, ma come sempre la letteratura, non potendo ripetere la realtà, la inventa di nuovo, in altra forma, ne resuscita il sentimento, mette in relazione il tempo, sfida la casualità dei fatti che sono accaduti e cerca di recuperare un senso. E così un libro segreto, familiare, si trasforma, cambia natura e gli stessi protagonisti diventano degli archetipi: il giovane scrittore indossa i panni di tutti i giovani scrittori in cerca di un maestro, e il maestro incarna tutti i maestri e il loro sguardo di fronte all’alunno che si è riconosciuto come il più simile a sé stesso.

Perché è proprio il riconoscimento il grande tema del romanzo. Già dal titolo, tratto da un verso di Rilke contenuto nei Sonetti a Orfeo, che Tabucchi stesso spedì in un sms ad Andrea, dopo il loro primo incontro:

“Mi riconosci, tu aria, piena ancora di luoghi un tempo miei?”

Nessuno dei due poteva sospettare la coerenza che quelle lettere digitate su un telefonino avrebbero assunto qualche anno dopo. Rilke aveva composto i sonetti a Orfeo per una ragazza giovanissima, una ballerina morta di leucemia. Il suo era un canto elegiaco che seguiva un lutto e il mito di Orfeo una metafora perfetta della poesia: lo sforzo estenuante di far tornare in vita ciò che si è perduto. Nel Novecento e nel ventunesimo secolo Orfeo è sempre più l’uomo sradicato, desterrado, il migrante che non si rassegna alla scomparsa, e fa piangere gli dei con il suo dolore, e sfida la morte, pur sapendo di essere destinato a fallire. Il suo desiderio più forte è quello di rincontrare Euridice, di riconoscerla, anche per un solo momento, in una folla di ombre. Non può fare a meno di voltarsi verso di lei: sa che il patto con gli dei è una truffa e che una visione effimera è tutto ciò che gli è concesso.

Ogni riconoscimento è qualcosa di simile, un’epifania, un piccolo prodigio: è come vedere per la prima volta qualcosa che si è già visto, che già si sa o non si indovinava più o si era dimenticato. È restituire un’identità a un altro e ritrovarla per sé. Ma riconoscere è un verbo che si declina in tante forme. Si riconosce l’amore e l’amicizia, quando si è fortunati. Si riconoscono i figli, quando nascono. E ci sono riconoscimenti più dolorosi, come quello dei morti, nel più penoso degli uffici umani, quando bisogna dare un nome a un cadavere martoriato. È strano, ma usiamo lo stesso verbo per la nascita, per la morte e per l’amore. Contiene sempre una storia di restituzione o di risarcimento, e forse è per questo che anche la parola riconoscenza ha la stessa radice.

Da questo discorso sul riconoscimento e sulla gratitudine, Andrea Bajani musica un fado struggente e malinconico e in qualche modo di consapevole e luminosa ricomposizione della mancanza. Una vicenda di porte di cucina chiuse al momento di cenare, di isolamenti e di case, di telefonate notturne, di sorprese e confessioni, di dispetti, ironie e anche bisticci. Un piccolo atlante del pianto pieno di discrezione, eppure coraggioso nel pendolare tra le impertinenze della morte e quelle della vita, tra un battesimo e un commiato.

In definitiva, è un dialogo tra un padre e un figlio elettivi, o un fratello maggiore e uno minore, di fronte allo sgomento della scrittura, della vecchiaia, della malattia, del silenzio definitivo e dell’orfanezza. Il requiem del giovane scrittore che suona come uno geometrico contrappunto al requiem che scrisse in portoghese il grande scrittore tanti anni prima. Perché anche la letteratura è un destino, un affare di elezione, eredità e consegne, un gioco di specchi. E proprio come un ospite che ha obbedito a una necessità ma si è fermato in piedi sulla soglia della stanza dove si consuma l’ultimo passaggio, Mi riconosci si fa fiato e respiro, elaborazione universale e tenerissima di un lutto che vale per ogni perdita e per ogni dolore.

Fabio Stassi (Roma 1962) di origini siciliane, vive a Viterbo e lavora a Roma in una biblioteca universitaria. Scrive sui treni.
Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Fumisteria (GBM, premio Vittorini Opera Prima 2007). Per minimum fax: È finito il nostro carnevale (2007), La rivincita di Capablanca (2008), Holden, Lolita, Živago e gli altri (2010) e Il libro dei personaggi letterari (2015). Per Sellerio ha pubblicato L’ultimo ballo di Charlot, tradotto in diciannove lingue (2012, Premio Selezione Campiello 2013, Premio Sciascia Racalmare, Premio Caffè Corretto Città di Cave, Premio Alassio), Come un respiro interrotto (2014), un contributo nell’antologia Articolo1. Racconti sul lavoro (2009), Fumisteria (2015, già Premio Vittorini per il miglior esordio) e La lettrice scomparsa (2016). Ha inoltre curato l’edizione italiana di Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno (2013).
Commenti
3 Commenti a “L’adeusinho per un amico di Andrea Bajani”
  1. Gloria Gaetano scrive:

    Ecco uno dei pochi romanzi italiani da leggere. Bajani faun piccolo miracolo: scrive un altro libro, che si avvicina allo stile, ai toni, alla passione per la lettaratura e le lettere i frammenti autobiografici di Tabucchi. Scrive un piccolo capolavoro, Es .Il funerale. E’sfilata così, la piccola scatola, impertinente sotto gli occhi di tutti..qualcuno l’ha vista transitare e non ha detto niente. Qindi l’uomo in abito scuro l’ha presa e l’ha aèpoggiata sopra lo sgabello. allora ti abbiamo guardato, tutti di colpo bambini, presi in giro anche sul finale, Ci hai gabbati così, come se nulla fosse, ti sei presentato dentro una scatolina in legno chiaro……..più sopra ancora c’eri tu,in piedi, in quel numero di circo non annunciato, e ti sei tolto il cappello, hai fatto un inchino e te ne sei andato via.
    Ricordo,io l’incontro con Antonio a Lisbona. Era magro, ma non così piccolo,mi ha parlato tantodegli scrittori italiani, eravamo d’accordo che non esiste una grande tradizione di romanzi italiani. Poi le lunghe telefonate su Napoli ,i suoi vicoli, Voc’è notte, le canzoni che amava tanto.Amava tanto anche la vecchia povera città E poi i consigli su Parigi. Dove andare… dove trovare quegli angolini chea lui piacevano tanto. L’ho scritto tutto nel mio romanzo. Mi manca Antonio e Bajani per un momento me l’ha restituito, col suo humour, con la sua ermetica e leggera teatralità.Ho letto con il senso di una scoperta Sostiene Pereira, e Si sta facendo sempre più tardi. Sono tra i mei tre libri sul comodino.Mi manca molto. Avevaletto tutto, amato anche l’arte e il cinema.
    Ma non dirò più niente… Mi sono convinta di essere invisibile, come lo è diventato lui… Non si risponde agli invisibili. Non si è gentili. con i fantasmi. Ma Tabucchi per molti di noi rimarrà sempre e a lungo nella letteratura italiana, tra i pochi degni di essere ricordati, di cui ti rimangono granelli, frammenti schizzi di vita dentro.

  2. fafner scrive:

    E si conferma la tendenza lusitana alle parole-che-abbiamo-solo-noi. Un addietto possiamo darlo anche noi.

  3. fabiana rubba scrive:

    Chi ha il privilegio di un maestro adorato sa che il più dolce e faticoso dono di allievo e riconoscerlo con amore nell abitudine dei giorni…

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