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Realtà e rappresentazione nel cinema di Nanni Moretti

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di Luca Illetterati

Bring me back to reality, urla John Turturro nei panni di un cialtronesco e tragico attore incapace di dire anche il poco che dovrebbe dire nel film che Margherita Buy (alter ego di Moretti) dirige all’interno di Mia Madre, l’ultimo film, appunto, di Nanni Moretti. Riportatemi alla realtà, grida con il suo italiano buffo: il cinema è un lavoro di merda, aggiunge.

Sembra giocarsi su questo, il film di Moretti, su questa problematica polarità che è quella che si apre fra la realtà e la sua rappresentazione. Lo spazio cioè che il film prova ad abitare è appunto quello fra un cinema inteso come racconto del mondo, che diventa giocoforza una sua riduzione retorica e patetica e la realtà della vita, la realtà delle cose che vengono vissute, pensate e sentite, le quali sembrano trovarsi qui in una sorta di altrove appena tratteggiato: negli interstizi banali delle esistenze, nei pianti apparentemente insensati, nell’incapacità di portare a parola l’esperienza.

Il cuore della realtà, sembra dire Moretti, è sempre irraggiungibile per la rappresentazione e può essere, con cura, senso del limite e parsimonia, appena sfiorato. Anzi, è talmente irraggiungibile, la realtà, che l’unico modo per avvicinarla, per portarla a manifestazione, per farcela avvertire sembra essere, di fatto, la messa in scena della morte. Una messa in scena sempre comunque differita, perché ciò che si può rappresentare non è certo il morente, ma solo il dolore di coloro che il morente lascia. Il tentativo di Moretti, qui come con il poco riuscito La stanza del figlio, è quello di avvicinarsi a questa realtà che sola pare poter fare evidentemente piazza pulita delle retoriche, degli automatismi insulsi, dei vezzi linguistici che il cinema morettiano ha sempre indagato, chirurgicamente analizzato, amplificato e con ciò decostruito. La cosa che più colpisce, qui, è che tra la morte, da un lato, e dunque tra il dolore della perdita e della dissoluzione dei legami originari e la maschera dall’altro – e dunque la finzione, la commedia, la pantomima delle nostre vite – sembra non esserci, di fatto, realtà alcuna. E dunque essere riportati alla realtà, come chiede sbraitando nel suo strampalato italiano John Turturro, significa essere messi di fronte alla morte.

Lo stesso personaggio di Turturro – che fa l’attore americano, gradasso e incapace – ritrova se stesso e torna in qualche modo ad essere capace di recitare solo dopo aver confessato il male che lo attraversa, la consumazione di sé che sta vivendo. Fare i conti con la realtà, sembra voler dire Moretti, significa vivere questa esperienza radicale ed estrema, che è l’anticipazione della morte, la quale può essere rappresentata o come malattia (Caro diario) o come la morte dei propri cari: un’esperienza che in questo film è in qualche modo ‘naturale’ (la morte di una madre) e dunque caratterizzata da un certo equilibrio e da una certa trasparenza; ed è invece un’esperienza di insensatezza e buio radicale nel caso, ‘innaturale’, della morte di un ragazzo (La stanza del figlio).

I due film contenuti in Mia madre (il film che sta girando la regista Buy/Moretti e il film della malattia e della morte della madre dei due fratelli impersonati appunto da Buy e Moretti, dentro cui si svolge l’altro) sembrano proprio rappresentare, a tratti un po’ troppo scolasticamente, queste due dimensioni: da una parte il film che pretende di essere realistico, con un forte connotato sociale e politico (una fabbrica occupata, acquistata da un imprenditore straniero che cerca di piegare la resistenza degli operai costringendoli senza riuscirci ad accettare condizioni non dignitose) e che si rivela come afono e dunque incapace di sfiorare il mondo che vorrebbe rappresentare, con un protagonista, Turturro, appunto, che non riesce a ricordare le battute, con i continui interventi dei truccatori a ritoccare le facce, con le luci di scena che stravolgono le situazioni e con la disperazione (a tratti francamente caricaturale) della regista perché è tutto finto, perché non c’è realtà, perché non è vero quello che si vede, e dall’altro il film che si svolge al di là del cinema, fuori dalla scena, perlopiù dentro una stanza di ospedale, o dentro la casa della madre che Margherita va ad abitare, o ancora nell’ambulatorio del medico che cerca di dire a un consapevole Moretti e a una Buy che sembra invece non volerlo accettare, la fine imminente della madre. E tuttavia, anche questo film, proprio in quanto tale, è in qualche modo altrettanto ‘falso’ del precedente.

La scena bellissima nella quale Moretti parla alla madre nel buio della stanza dell’ospedale è una scena chiaramente artificiale, costruita, retoricamente e pittoricamente enfatizzata. Come potentemente retorica è la scelta della musica di Arvo Pärt (quasi in continuità con il Miserere che chiudeva Habemus Papam) o il minimalismo sentimentale di Philip Glass e Olafur Arnalds ad accompagnare la storia, o il sogno di Margherita che come un angelo di Wenders ascolta le parole degli umani in coda (una coda infinita) per andare a vedere dentro un redivivo Capranichetta in piazza Montecitorio a Roma Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders, appunto (richiamato anche dalla madre in un momento di stordimento nel suo letto d’ospedale).

Mia madre è dunque questa contraddizione: il tentativo di toccare il vero, la realtà sentita, il dolore più intimo, e, insieme, la consapevolezza che qualunque tentativo di questo tipo è comunque destinato a risolversi in rappresentazione. Una contraddizione che si fa evidente nella frase che Buy/Moretti dice continuamente agli attori, per cui essi devono certo andare dentro il personaggio, ma devono anche stargli accanto, ovvero esserci anche per ciò che sono, per ciò che essi effettivamente sono come persone. Il paradosso dell’attore di cui parlava Diderot e che costituisce ciò di cui qualunque messa in scena deve farsi carico, sembra dire Moretti, è il paradosso dentro il quale si muove per sua natura il cinema: la più realistica tra le forme d’arte è infatti quella che più di qualsiasi altra vive la contraddizione tra il suo essere a un tempo realtà (corpi, vite, spazio, tempo) e rappresentazione (icona del corpo, recita, spazio e tempo artificiali), verità e menzogna: vita e sua caricatura.

La bellezza del film, talora retorico e didascalico nel voler sottolineare la tensione tra realtà e finzione, come spesso accade si identifica dunque anche con il suo limite più profondo, e cioè con questa sorta di incapacità tipicamente morettina di accettare la contraddizione, di viverla perciò che essa è; nel pretendere dunque, in questo modo, enfatizzandola, di trovare la via per scioglierla, per districarla, questa contraddizione. Ma il suo scioglimento, la risoluzione della contraddizione è anche il dissolvimento dell’arte, lo sgretolamento della possibilità di abitare questo spazio liminare tra realtà e finzione che consente di vedere, con occhi per fortuna mai del tutto trasparenti e puliti, tanto l’una quanto l’altra.

Commenti
6 Commenti a “Realtà e rappresentazione nel cinema di Nanni Moretti”
  1. Gloria scrive:

    Mmmmhhhhmm…..non saprei…..

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  2. […] [Per una recensione più interna al film, consiglio la riflessione di Luca Illetterati: Realtà e rappresentazione nel cinema di Nanni Moretti ] […]

  3. […] di LUCA ILLETTERATI, “minima&moralia”, 30 aprile 2015 […]



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