agassi_open

Mica tanto Open

Pubblichiamo un articolo di Francesco Longo, uscito su «Orwell», su «Open» di Andre Agassi (Einaudi). 

Per arrivare a casa di Andre Agassi bisogna percorrere Las Vegas Boulevard verso sud fino a quando le quattro corsie di Tropicana Avenue non la tagliano perpendicolarmente. Proseguendo verso est lungo Tropicana, prima che l’asfalto evapori in un vacillante miraggio metropolitano, si incontra la fermata del bus 201a. Il biglietto si fa a bordo: andare da Agassi costa due dollari. Ma adesso, due ragazze coi bikini bianchi stanno giocando a Beer pong. Saltellano alle estremità di un tavolo rettangolare su cui hanno schierato una decina di bicchieri di birra riempiti a metà. Lanciano a turno una pallina. Fanno centro, sbagliano, sorridono. Come tutti, sono immerso nella piscina dell’hotel e fa talmente caldo che nessuno pensa a nuotare, al massimo ci si può passare una mano bagnata tra i capelli. Le foglie delle palme si solleticano altissime, i grattacieli ondeggiano nell’afa del primo pomeriggio, una cascata artificiale si tuffa oltre i lettini. Qualcuno in aereo mi ha chiesto perché tornare a Las Vegas se c’ero già stato.

Agassi è nato e vive a Las Vegas. Una giornalista di Repubblica ha scritto che se la biografia di Agassi, Open (Einaudi), ha raggiunto in Italia le 100 mila copie, è stato anche merito di Alessandro Piperno che ne ha scritto molto bene, di Alessandro Baricco che ne ha scritto molto bene, e mio, perché avevo scritto che era il miglior libro del 2011. È così che mentre una musica decadente accompagna la ragazza sui tacchi che si occupa solo del ghiaccio, decido di andare a casa di Andre. Ecco perché sono qua. Cerco il tennista che ha vinto otto slam, il marito di Steffi Graf. Il mito. Il mito del tennis che un giorno confessa di aver odiato questo sport. L’icona coi capelli lunghi che ha denunciato i suoi capelli posticci. L’autore del libro che viene divorato da tutti quelli che lo aprono.

C’è un rapporto tra Las Vegas, l’ossessione di Andre per la vittoria e la sua abilità camaleontica. Las Vegas insegna a vincere, a non disperarsi e a mimetizzarsi. È una città che si nasconde sotto le altre città che sogna di essere. Agassi per lo più ha vinto, ma non è mai riuscito ad andare via da qua. È chiaro che tutto cambia quando la bionda con il cappello da cowboy, appoggiata sul bordo della piscina, si alza e se ne va. Scendendo lungo Las Vegas Boulevard, sarebbe inumano non incantarsi centinaia di volte. Le scale mobili sollevano da terra e spingono su ponti sospesi. Vagoni bianchi di un treno aerodinamico sfiorano i palazzi a mezz’aria. I canali veneziani rigati dalle gondole si alternano ai classici edifici di Manhattan che svettano mentre si sfila sotto una copia della Tour Eiffel. Imitazioni, acqua nebulizzata sparata dai ventilatori, altre scale mobili.

Robert Venturi intitolò il suo libro Imparare da Las Vegas (Quodlibet) e ne uscì la bibbia del postmoderno in architettura. La fermata dell’autobus è un’oasi geometrica nel paesaggio rovente. Le folate sfiorano i 50 gradi. Arriva un ragazzo con due buste cariche di cibo messicano. Ci sediamo vicini nel bus. «Vado a trovare Agassi», gli confido. Mi interrompe subito: «È il mio tennista preferito. Uso solo la sua racchetta». Gli consiglio di leggere la biografia. Ci sono due passaggi successivi per chi ha divorato Open. Primo: visitare Las Vegas. Agassi è la perfetta sintesi di azzardo ed eccentricità.

La pianta di Vegas è la cartografia che riproduce la mutevole identità del suo campione. Stessi conflitti, stessi tormenti, stessi i confini indistinti tra spensieratezza e fragilità. Precisamente come Vegas, anche lui è sfacciatamente superficiale e in grado di fare il giocoliere con i suoi abissi. Il secondo passaggio è leggere un altro libro: Il bar delle grandi speranze (Piemme) di J.R. Moehringer. Moehringer è il giornalista premio Pulitzer che (insieme ad Agassi) ha scritto Open. Quando Andre lesse l’autobiografia di Moehringer lo contattò, i due si incontrarono a Vegas.

La vicenda di J.R. Moehringer ha fatto da specchio ad Agassi. Il padre lo costrinse a diventare un campione di tennis. L’altro sparì, e il piccolo J.R poteva sentirne la voce solo alla radio. Due padri-mostri da cui non riescono a liberarsi. Il padre dell’uno racconta aspetti latenti di quello dell’altro. Quando Agassi legge Moehringer qualcosa gli si muove dentro e decide di narrare la sua vita. Leggendo Moehringer si scoprono molte cose anche di Andre: quel poco che non c’è nella sua biografia, sta qui. L’errore fatale è stato che dalla mappa di google non era facile accorgersi che per accedere ad Andre Drive, la strada di Las Vegas dove abita Agassi, bisogna entrare in un comprensorio di lusso. L’autista del bus apre la portiera, scendo, mi ritrovo solo, in mezzo al tipico nulla del Nevada. Il 2010 ha percorso varie miglia lungo Tropicana Avenue e se n’è andato. Le uniche presenze vive sono la polvere e il vento, animate notte e giorno da un caldo furioso. Dall’altra parte della strada sta allungato l’ingresso lussureggiante – ma perfettamente limato dai giardinieri – del comprensorio Spanish Hills.

È l’ultima area abitata. Poi inizia il deserto di sassi che si srotola fino all’orizzonte, dove si ficca sotto a una catena di montagne basse e frastagliate che chiude il paesaggio. Oltre ai cancelli, è acquattata la villa col campo da tennis dove di notte, Agassi e Steffi Graf si corteggiano con dritti e rovesci. Un’auto sportiva decelera, e la sbarra si alza. È a quel punto che, appena mi scopre, uno dei guardiani viene fuori dal gabbiotto e mi blocca. Non si può accedere, è proprietà privata. «Who are you?» mi interroga l’americano armato, in divisa. In quel momento ho chiaro che se non fosse stato per la traduzione di I racconti di John Cheever (Feltrinelli) il libro di Agassi sarebbe stato anche il miglior libro del 2012. E non è un caso che quando J.R. Moehringer era giovane e lavorava in una libreria, i suoi due capi, per avviarlo alla letteratura, gli consigliarono di leggere proprio la raccolta dei racconti di Cheever: «Passai quel fine settimana a leggere Cheever, nuotare dentro Cheever, innamorarmi di Cheever», scrive Moehringer.

Tutti oggi divorano il libro di Agassi, che tra un torneo e l’altro centellinava il libro di Moehringer, che a sua volta, aveva letto e amato John Cheever. La letteratura è fatta sempre di questi gorghi. Un autore dentro l’altro, all’infinito. Piperno legge Open, ne prende una frase lapidaria come epigrafe del suo romanzo (Inseparabili, Mondadori) e vince il premio Strega.

Gli occhi dell’uomo si fanno minacciosi. Non si può entrare, proprietà privata. Quando ho voltato le spalle al cancello chiuso, ho pensato: «Alla fine, mica tanto Open». Due ore dopo, su Las Vegas Boulevard, sono stato prelevato dai soliti amici che con una Ford rossa mi hanno fatto attraversare il deserto del Mojave, fino a quando non è scesa una notte impenetrabile e siamo entrati nel villaggio sperduto di Twentynine Palms. Nella veranda del The West End Cottage al 29 Palms Inn è spuntata una copia di Open. «Lo sto divorando», ha detto un mio amico. Ho annuito e aggiunto che avrebbe potuto continuare con Il bar delle grandi speranze. Sarà stato il caminetto o il pianoforte del West End, ma non mi sentivo sconfitto.

Las Vegas ha insegnato ad Agassi a vincere, ad altri insegna a perdere. Ci sono molti motivi per cui la biografia di Agassi si chiama Open. Un motivo sta nel libro Il bar delle grandi speranze. Bud è uno dei due capi della libreria dove lavorava il giovane Moehringer: «Bud poteva parlare senza sosta della speranza dei libri, della promessa dei libri. Diceva che non era un caso se un libro si apriva proprio come una porta (He said it was no accident that a book opened just like a door)».

Francesco Longo (Roma 1978), giornalista, è autore del libro Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito (Laterza 2009) e di Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza 2008, con C.de Majo). Ha pubblicato la monografia Paul de Man (Aracne 2008). Collabora con La lettura del Corriere della Sera e con le pagine culturali del quotidiano Europa. Scrive su Nuovi Argomenti.
Commenti
7 Commenti a “Mica tanto Open”
  1. sergio garufi scrive:

    molto bello, come spesso gli articoli di longo. due precisazioni: il post ha ricostruito la strana fortuna di questo libro, che il primo anno non ha fatto faville e nel secondo invece è scoppiato. pare che più di baricco (e piperno, e longo ecc), abbiano funzionato i tweet elementari di jovanotti, valentino rossi e saviano (e c’è molto da riflettere su questo). questa analisi è stata fatta in parallelo all’analisi dei dati di vendita che, detto per precisione, sono molto inferiori a quelli sbandierati. pochi giorni fa su repubblica l’intervista ad agassi dell’audisio parlava di 130.000 copie vendute (e così repetti su twitter), mentre da bookscan della nielsen ne risultano 50.000

  2. gianca scrive:

    Il libro di Agassi avevo provato a leggerlo in inglese… e mi ero fermato. Quando è uscito in italiano l’ho comprato subito, e x me è stata una delusione pazzesca. Se fosse un solo romanzo, sarebbe – forse – un ottimo libro… Ma il punto è che si tratta di Autobiografia, e se vinci 8 Slam e giochi fin quasi a 40 anni, non puoi odiare il tennis e tuo padre che – in fondo – lì ti ci ha portato. Se uno scrittore italiano avesse scritto di un quarantenne ricchissimo che ha fatto i soldi grazie alle idee dei genitori e ora se ne lamenta perché voleva fare il bohémien, lo lincerebbero tutti. Invece di questo libro si guarda solo la veste narrativa, che in quanto costruita da un grande professionista, è ottima; il messaggio di fondo io lo ritengo abominevole. Agassi voleva fare lo scrittore… mah… E’ vero che proprio nessuno è mai contento!!!

  3. Bello l’articolo. Il libro non l’ho ancora letto, ma in compenso sto leggendo Cheever.
    A Gianca volevo solo dire che certe ossessioni, soprattutto se sei ricco e famoso, e puoi permetterti di non pensare a come riuscire a campare dignitosamente, non vanno mai via e ti perseguitano tutta la vita. Ma Gianca probabilmente lo sa già.

  4. SpeakerMuto scrive:

    Be’, io ho letto “Il bar delle grandi speranze” e mi è piaciuto abbastanza. Non mi fa simpatia il personaggio Baricco e per quanto riguarda Piperno non mi è proprio piaciuto “Persecuzione” – più che un romanzo, una raccolta di racconti, anzi, di personaggi che non hanno alcun legame tra loro. Infine Jovanotti non appartiene proprio al mio genere musicale preferito, non seguo lo sport in TV e Saviano mi sembra un furbacchione. OK, ho capito che nonostante l’accostamento a Moehringer non leggerò “Open”.

    Non ho ben capito: Longo voleva andare a casa di Agassi senza appuntamento? Non so, nemmeno a casa di amici posso andare sen ci siamo prima sentiti.

  5. giovanni scrive:

    Come è triste il Tennis ridotto a una fittonata stagionale radical chic…almeno Foster Wallace la racchetta in mano ogni tanto l’aveva presa!

  6. giovanna scrive:

    è curioso che ci sia sempre qualcuno che non perde l’occasione per “tartassare” Baricco, anche quando viene citato solo marginalmente….Invidia?

Trackback
Leggi commenti...
  1. […] soffre e soffrirà ne ha già parlato e cantato Steven Patrick Morrissey da Manchester e Andre Kirk Agassi da Las […]



Aggiungi un commento