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Michael D. Higgins: con la forza della visione

Sono in uscita per Aguaplano due libri che parlano irlandese: si tratta di “Donne e uomini d’Irlanda” del Presidente della Repubblica d’Irlanda Michael D. Higgins, e “Irlanda. Un romanzo incompiuto” di Enrico Terrinoni, professore presso l’Università per Stranieri di Perugia e “spericolato traduttore di Joyce” (tra gli altri). Si tratta di due opere in stretta relazione tra loro: su gentile concessione dell’editore, pubblichiamo di seguito l’introduzione di Enrico Terrinoni al libro di Higgins.

di Enrico Terrinoni

“La poesia può correggere l’economia”. “Dovremmo essere tutti femministi”. “L’immaginazione è il miglior amico della possibilità”. Sono queste alcune delle importanti frasi perentorie, ma assolutamente “aperte”, a cui il poeta-Presidente d’Irlanda ci ha abituato negli anni del suo primo mandato (2011-2018).

Higgins, ovvero Michael D., come viene chiamato amichevolmente nel suo Paese, ha dato un senso nuovo all’arte del discorso pubblico, del discorso politico. Nel suo settennato ha tenuto decine e decine di discorsi in tutte le parti del mondo, e in ogni angolo della sua Irlanda.

Nel 2016, molti di questi sono stati raccolti nel volume When Ideas Matter, che nel Natale dello stesso anno è persino assurto in Irlanda allo status di best seller, vendendo per mesi migliaia e migliaia di copie. I discorsi che qui presentiamo, tutti inediti anche in inglese e pubblicati dunque per la prima volta, ci consegnano il ritratto di un intellettuale attrezzato, accorto e sensibile ai temi sociali, che vuole affrontare con l’ottimismo della creatività.

Stiamo parlando di uno dei presidenti più amati nella storia della Repubblica d’Irlanda, e questo in virtù di un complesso di fattori e concause: in primo luogo il suo ruolo di intellettuale pubblico che per decenni è stato impegnato in battaglie per i diritti civili, con l’attenzione sempre rivolta ai più deboli, ai più vulnerabili. E anche agli oppositori politici: ad esempio, sua fu la decisione, da Ministro della Cultura nei primi anni Novanta, di cancellare la legge sulla censura nei media dei repubblicani di Sinn Féin (la cosiddetta Section 31).

Uomo di parola e di parole, da politico aveva fatto istituire un canale televisivo in lingua gaelica; e proprio con le parole, una volta divenuto il primo rappresentante della Repubblica all’estero, aveva ricordato “con grande tristezza” la morte di Fidel Castro, «un gigante tra i leader mondiali la cui missione non era solo la libertà della sua gente ma quella di tutti i popoli oppressi ed esclusi sulla faccia della terra». Parole pronunciate con coraggio e commozione, ma che gli valsero molte critiche, in Irlanda e all’estero.

Il libro che avete tra le mani si chiude proprio con un discorso pronunciato a Cuba, al Colegio Universitario San Géronimo dell’Università de L’Avana il 17 febbraio del 2017, a meno di tre mesi dalla scomparsa del Líder Máximo. E in questo, Michael D. Higgins rievoca non solo la storia, una storia per molti inedita, delle relazioni tra Irlanda e Cuba, ma ricostruisce, con la forza della visione, percorsi possibili per la creazione di nuovi modelli di cooperazione e di sviluppo.

Gli altri discorsi sono più incentrati su questioni apparentemente interne allo scenario irlandese, ma sempre nella prospettiva internazionalista cara ai personaggi e ai movimenti su cui Higgins sceglie di concentrarsi. I primi tre sono stati pronunciati a Dublino nell’arco di ventuno giorni, fra l’8 marzo, festa internazionale della donna, e il 29 marzo del 2016 – nell’anno cioè delle celebrazioni del centenario dell’Insurrezione che è considerata l’atto fondativo dell’Irlanda moderna e indipendente, la cosiddetta Easter Rising. Sono questi fortemente interrelati, e incentrati sul ruolo di quella che è stata definita la “prima armata rossa della storia”, l’Irish Citizen Army, una milizia nata in difesa dei lavoratori durante un famoso sciopero a cui fece seguito una serrata generale decisa dai “padroni” che affamò il proletariato di Dublino per mesi, nel 1913.

Ma l’intento di Higgins nel rievocare le gesta eroiche di questo gruppo male armato di lavoratori e disoccupati non è affatto celebrativo. Il Presidente d’Irlanda sceglie di soffermarsi sulla visione politica lungimirante ed egalitaria del movimento, del suo leader storico, James Connolly, e sul grande ruolo che ebbero le donne al suo interno.

Da questi argomenti nasce l’interessantissimo, quanto assolutamente inedito, ritratto di una donna che il pantheon nazionale ha apparentemente dimenticato, Eva Gore-Booth, sorella di una delle leader dell’Insurrezione di Pasqua. Il discorso è stato pronunciato in terra straniera, e un tempo nemica: alla Congress Hall di Londra, il 14 ottobre del 2016. Due anni prima, nell’aprile del 2014, Higgins aveva compiuto la prima visita ufficiale di un presidente irlandese nel Regno Unito.

Sarebbe tuttavia sbagliato e riduttivo pensare che il suo ruolo di capo di Stato sia secondo a quello dell’intellettuale che ha scelto di combattere, con le parole e i ragionamenti, le sue battaglie. La forza di Higgins è infatti quella dell’argomentazione, del coraggio di affrontare le sfide anche più rischiose, e i temi più delicati, con la passione dell’impegno e con l’ottimismo della volontà. Con la lucidità degli occhi lucidi, verrebbe da dire, parafrasando una nota frase pronunciata dal vescovo Romero assassinato nel 1980 a San Salvador, una terra che Higgins conosce benissimo: «tante cose, sono in grado di vedere occhi che hanno pianto».

E così, voci che mai si sono taciute sanno dirne tante altre, di cose, soprattutto se parliamo di voci intessute, permeate di poesia. Nelle poesie di Higgins (uscite in italiano nel volume Il tradimento e altre poesie, del 2014) emerge con chiarezza e forza come anche i versi siano parte di una missione che è al contempo politica ed esistenziale. La poesia come testimonianza, come monito politico inteso a far comprendere che una volta assistito a qualche ingiustizia, la sua immagine deve restare impressa in noi in maniera indelebile. Ma al contempo, se dall’ingiustizia non si rifugge, se l’iniquità non la si aggira, c’è però modo di correggerla, di plasmare nuovi modelli di comportamento, di seguire visioni nuove che conducano a una resistenza che sappia farsi ri-esistenza.

In ciò, vale a dire nell’impossibilità di scindere davvero sfera creativa e sfera pubblica, l’Irlanda ha sempre dato una lezione di umanesimo a tutta l’Europa e al mondo. In un’intervista rilasciata al manifesto da uno dei maggiori intellettuali irlandesi, Declan Kiberd, leggiamo:

“Le arti in Irlanda hanno sempre lanciato segnali di allarme sui pericoli a cui andava incontro la società, e sono al centro del nostro modo di autorappresentarci. Ma si tende a trarre piacere dalla letteratura, dal teatro e dalla poesia ignorandone i moniti oscuri. Beckett, ad esempio, in Aspettando Godot ha sottolineato la nostra capacità di vivere come se niente fosse, in una situazione del tutto intollerabile – cosa che per noi è iniziata sotto il malgoverno britannico e proseguita con l’austerità di oggi e gli enormi debiti che venivano trasferiti, per i diktat europei, dalle banche al popolo. Negli anni Sessanta McGahern ha attirato l’attenzione, col suo romanzo censurato The Dark (l’aveva già fatto Joyce con Gente di Dublino), sugli abusi dei minori, e Edna O’Brien sulla repressione dell’istinto sessuale di giovani donne in piccole comunità rurali. Negli anni Settanta, nel Nord, Heaney ha avvertito che la morte dei rituali avrebbe portato ai rituali della morte. Ma ha anche sviluppato una teoria della speranza, perché la poesia è una sorta di sistema immunitario in grado di curare le malattie che esso stesso diagnostica.”

Considerare l’arte come “teoria della speranza”, e come parte di un “sistema immunitario”, è proprio ciò che spesso manca agli intellettuali disimpegnati di oggi, agli artisti la cui indipendenza coincide sovente con la libertà dal dovere di incidere realmente sulla società. E infatti, nella stessa intervista, Kiberd, che di Higgins è tra i principali sodali in spirito, prosegue orgogliosamente così:

“Siamo fortunati ad avere un presidente-intellettuale che credo abbia tanto da dare come leader di una gioventù europea. Sa che le politiche del salvataggio dell’Euro a tutti i costi hanno portato alla proliferazione di nazionalismi di bassa lega. Ma sa anche ricordarci che un patriottismo civico può riconciliarsi con una filosofia internazionalista; e chi critica gli “esperti” e i “freddi burocrati” è sul solco di una tradizione di radicalismo che va da Swift a Simone Weil, a Orwell a Bernie Sanders e a Varoufakis. È importante non abbandonare ogni idea di nazione all’estrema destra – soprattutto perché l’idea moderna di nazione nasce da forme di radicalismo sociale.”

Il ruolo di Higgins, come Presidente di uno dei Paesi europei più all’avanguardia sotto tanti aspetti – dal punto di vista tecnologico e culturale in primis –, vuole essere quello non già di testimone di battaglie condotte in giorni andati, o di difesa di un nobile passato spesso vilipeso dai falsi profeti di una improbabile morte delle ideologie, ma quello di un uomo che, in forza dell’esperienza personale in fatto di vicinanza agli ultimi della Terra, ma anche grazie a una preparazione critica assai poco comune nelle élites politiche europee, sappia mandare un segnale di speranza, di ottimismo, ma anche di realtà.

La realtà di un ritorno agli assunti base dell’essere umani: l’uguaglianza, la pari dignità di tutti, il ripudio del razzismo e della guerra, la forza e l’orgoglio di sapersi schierare sempre e comunque con i deboli e gli emarginati, il coraggio di rigettare ogni pensiero dominante e unitario non aperto al dubbio, la volontà di chiarire a voce alta che gli uomini sono tutti uguali e che le differenze di genere, di credo religioso, di colore della pelle, di provenienza etnica non possono e non devono intaccare una visione chiara del mondo in quanto spazio comune da difendere e non da sfruttare acriticamente. E tutto ciò ricordandoci che i confini e le barriere sono sempre presunti e immaginari, pur nella loro triste realtà di fatto.

Higgins è il Presidente d’Irlanda, ma l’Irlanda è ancora una terra divisa. Oggi, con gli eventi legati al terremoto Brexit, il rischio che corre la fragile isola di Swift, Yeats, Joyce e Beckett è che le divisioni – sociali, culturali, religiose, politiche – anziché ritirarsi sullo sfondo, tornino alla ribalta. Sarà allora la forza della visione – una visione poetica, e dunque creativa, poiché nulla esiste che non sia stato prima sognato, ricorda Blake – a indirizzare il futuro in una direzione o nell’altra.

Saranno le parole a scandire i ritmi dei giorni che verranno, in uno scenario instabile e sempre cangiante, fragile e volubile come foglia al vento. Le parole politiche di Higgins, come anche quelle della sua poesia, spingono a immaginare un altrove possibile, uno spazio in cui sapersi ritrovare come a casa propria, sapendo però di dover sempre lasciare la porta aperta all’altro che è sull’uscio: perché gli altri sulla soglia, come ricorda Joyce evocando Maeterlinck, potremmo verosimilmente essere proprio noi stessi.

Commenti
Un commento a “Michael D. Higgins: con la forza della visione”
  1. paola scrive:

    Grazie di avermi fatto conoscere questo straordinario personaggio. E’ grazie a persone come queste che si può ancora credere nella politica.

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