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Definire Michael Jackson. Il re del pop secondo Margo Jefferson

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Tra pochi giorni, il venticinque giugno, saranno dieci anni esatti dalla morte di Michael Jackson. È uno di quegli eventi generalmente incasellati nell’insieme «Ricordo perfettamente dov’ero quando l’ho saputo». E quindi: ero in macchina di un’amica che mi stava riaccompagnando a casa, di sera tardi, una calma sera romana di prima estate. Mi arriva un SMS (niente whatsapp, non ancora): è morto Michael Jackson. Stupore / incredulità generale («Ma no dai, non è possibile», e così via), cerchiamo notizie in radio. Rincasato, accendo il televisore e vado dritto su MTV – perlomeno quello che ne rimaneva, già allora. Non ne rimasi deluso: il canale aveva già iniziato a trasmettere l’intera videografia di Michael Jackson, cosa che fece ininterrottamente nelle ore successive. Era morto un re, e quello fu il naturale tributo di MTV, un’estensione nevralgica del suo regno, gli epici e lunghissimi video dal budget ogni volta più portentoso trasmessi in heavy rotation[1].

Nel momento in cui accesi il televisore, neanche troppo a sorpresa, il video che MTV stava trasmettendo era Thriller, secondo alcune fonti il più programmato nella storia dell’emittente[2]. «Quando ho visto quella cassetta, ecco, la mia vita è cambiata», racconta Wade Robson nel documentario prodotto da HBO Leaving Neverland. La cassetta in questione è quella del making of del video di Thriller, uscita nel 1983, nei giorni del successo planetario di Jackson; e Wade Robson è uno dei due protagonisti, assieme a James Safechuck, di Leaving Neverland. Vale a dire, uno dei due accusatori post mortem di Michael Jackson – l’accusa è di aver subito ripetuti abusi sessuali, iniziati quando erano bambini.

Affrontare una figura come Michael Jackson è un’impresa tremendamente complessa. Certo, tutte le vite sono complicate, e quelle delle grandi star lo sono un po’ di più delle altre – per le implicazioni che portano dentro, per le ramificazioni che certe esistenze sanno prendere, per il numero di narrazioni possibili, e così via – ma quella di Jackson sembra svettare in cima a un’eventuale classifica dedicata. Anche Robson e Safechuck, in Leaving Neverland, accennano a questo punto («Come si fa a parlare di Michael Jackson? È una vera leggenda, non ci sono più celebrità come lui oggi, superstar simili», dice Safechuck, ricordando il loro primo incontro sul set di una pubblicità della Pepsi nel pieno degli anni Ottanta). Ma con Jackson le difficoltà sono addirittura ontologiche, perché non sappiamo bene di chi stiamo parlando, di cosa stiamo parlando.

Dunque, il succo del discorso è riuscire a definire compiutamente Jackson, o perlomeno tentare di farlo, sapendo che si tratta di una missione con altissime possibilità di fallimento: ed è questa la direzione intrapresa da Margo Jefferson – premio Pulitzer nel 1995 – nel saggio Su Michael Jackson, da poco in libreria per 66thand2nd nella traduzione di Sara Antonelli. Il libro è stato scritto nel 2006, quando la star, seppure avviata a un declino che appariva ormai inarrestabile, era ancora in vita; per questa edizione, Jefferson – che nel libro si dichiara a più riprese fan della musica di Michael – ha aggiunto una prefazione a seguito delle nuove accuse di Wade e Safechuck. «Quando morì mi sentii sollevata, grata. Adesso riuscirà a prendersi tutto, pensai. E ce ne vanteremo», scrive Jefferson[3], ma è stato un sollievo effimero, se è vero che l’enormità dello scandalo-Jackson continua a far rumore anche dopo la sua morte. «Al termine delle tragedie shakespeariane, il palcoscenico è sempre disseminato di cadaveri e una figura autorevole e serena li osserva, promettendo di mantenere vivo il ricordo di quell’orrore e di mettere fine al caos», prosegue la scrittrice americana; e certo è che in questa vicenda la fine del caos è ancora lontana.

Se malgrado la sua morte la fine della storia è distante da una conclusione compiuta, l’inizio è cosa nota. Michael era il settimo dei dieci figli avuti da Joseph Jackson e Katherine Scruse. A cinque anni entra nel gruppo di famiglia messo in piedi dal padre. Fu Tito, il terzogenito, a suggerire a Joseph di tentare l’avventura artistica, un’avventura a lui negata in via diretta[4]: una sera il padre lo sorprese con la sua chitarra, e dopo averlo rimproverato lo sfidò a mostrargli quello che era in grado di fare. Quella del clan Jackson è un’autentica saga americana, e Margo Jefferson si addentra nei delicati equilibri familiari descrivendo rapporti a volte indecifrabili fatti di gelosie[5], promiscuità, legami morbosi. La madre Katherine, devota testimone di Geova, fu la Grande Dispensatrice di affetto, seppure sempre un passo indietro rispetto al marito; Joseph, il patriarca, era il sovrano che tiranneggiava sui figli. «Quando uno dei ragazzi sbagliava un passo di danza, lo frustava, lo derideva e lo paragonava con sprezzo ai fratelli che non avevano sbagliato», ricorda Jefferson.

La costruzione della leggenda fu spedita, fulminea, e proiettò Michael Jackson sul trono del pop, oltretutto e non casualmente nel periodo d’oro del genere, i luccicanti anni Ottanta. Jackson fu re all’apice dello splendore di un’epoca, non sovrano decadente[6]. E disponeva di un potere finanziario che gli consentì di eleggere la sua cittadella-capitale, Neverland, o che lo portò ad acquistare i diritti delle canzoni dei Beatles per quasi cinquanta milioni di dollari. Un potere che Jackson utilizzò anche per stare accanto alle creature che non ha mai nascosto di amare di più, i bambini, bambini anche gravemente ammalati che arrivavano a Neverland per godere della munificenza del Re. Bambini che compaiono in molti dei suoi videoclip, i bambini da salvare di We Are The World o quelli sognanti di Childhood. Canzone, quest’ultima, che secondo Margo Jefferson è una possibile chiave utile a capire; forse la chiave per capire, quando Jackson canta: «It’s been my fate to compensate, for the childhood /I’ve never known… Have you seen my childhood? […] Before you judge me, try hard to love me / The painful youth I’ve had». Il pezzo compare in HiStory, il colossale album doppio che sancì il ritorno di Jackson sul mercato discografico dopo Dangerous del 1991. Soprattutto, dopo le prime accuse di molestie sui minori.

Derubricando a stravaganze certi comportamenti – ricorderete quella scena, chiamiamola così, di quando esibì il figlio terzogenito dal balcone di un hotel berlinese, reggendolo oltre la ringhiera[7]– lo scandalo-Jackson si declina in due questioni principali. Una ha a che fare con il suo corpo, e l’altra con quella dimensione che i suoi amici, familiari e sostenitori ritengono confinabile in una innocente ed eterna fanciullezza, ma che d’altro canto gli ha portato, con una cadenza decennale[8], l’accusa di essere un predatore sessuale di minorenni. Partiamo dal corpo.

«Negli ultimi anni abbiamo visto Michael Jackson trasformarsi da uomo longilineo con la pelle scura in un bianco vagamente anoressico e… cosa? Osservi il viso e potrebbe sembrarti un transessuale, il guardaroba però fa pensare a un dandy gotico.  […] È nero o bianco, maschile o femminile? Il realismo non esiste, c’è solo il mito. Il volto è una maschera cerimoniale, come la Gorgone. È frutto della chirurgia plastica».

Jefferson scrive queste righe in una parte del suo saggio significativamente intitolato L’unico della sua razza. L’unica del suo sesso. Lo scandalo più vistoso, più appariscente di Michael Jackson è appartenuto al suo corpo. Un corpo che con gli anni diventa metamorfosi in senso letterale, passando dal nero al bianco ma anche stravolgendo interi settori zone del volto, dal naso agli zigomi. Non il trasformismo esteriore di un David Bowie, fatto di trucchi di scena e precise scelte artistiche, ma una riconfigurazione interiore ottenuta per mezzo della chirurgia, come fosse una creatura sottoposta a esperimento perpetuo. Il nucleo politico di questo esperimento si può ridurre a una domanda da porre nella maniera più diretta possibile, che suona tipo «Perché una star della musica, la più grande stella della musica pop contemporanea, nata da una famiglia nera, decide di diventare bianca? Che rapporto aveva con il suo essere nero?»

Anche a questo riguardo, Su Michael Jackson riapre fronti, solleva rimandi, ripesca dettagli non visti o dimenticati. Uno di questi ha a che fare con una sequenza del video di Black or White[9] – una scena di cui semplicemente non ricordavo l’esistenza, per quanto abbia visto quel video decine di volte. Forse perché arriva in coda, e spesso è stata tagliata[10]. È un weird-dettaglio. In epilogo a Black or White, dopo la lunga introduzione con Maculay Culkin protagonista – un altro dei bambini prodigio oggetto dell’infatuazione di Jackson – e dopo i balli di Michael negli scenari più esotici del pianeta, e dopo il primo finale con i volti di uomini e donne di varie etnie che si sovrappongono continuamente – questa scena sì, l’abbiamo vista tutti, e tutti la ricordiamo – c’è un secondo finale. Una pantera esce dallo studio dove la troupe ha appena girato il video, per finire in una strada buia e deserta. La pantera si trasforma[11] in Michael Jackson, che inizia a ballare solitario nella strada. È una danza furiosa e a tratti oscena. A un certo punto, poi, Michael inizia a sfasciare i finestrini delle macchine parcheggiate, a distruggere le vetrine e le insegne dei negozi, urlando come un vero teppista. È una scena nel suo complesso estrema, oltretutto collocata nella struttura di una canzone che sarebbe un inno all’amore interrazziale, con un bel video diretto da John Landis, di nuovo assoldato da Jackson[12] dopo Thriller.

Il fatto è che sulle vetrine che Michael distrugge ci sono scritte razziste o inneggianti a Hitler o sigle del Ku Klux Klan, e che nei mesi precedenti all’uscita di Black or White un tassista afroamericano, Rodney King, era stato vittima a Los Angeles di un brutale pestaggio da parte di alcuni poliziotti[13], e insomma la parte finale del video era evidentemente uno scatto di nerezza da parte di Jackson – senza contare che l’animale che si trasforma in Michael è, per l’appunto, una black panther.
«Tra tutte le cose che rendono Michael inconoscibile, pensare di conoscerlo è la più ingannevole», ha scritto John Jermiah Sullivan nel suo saggio Back in the Day, dedicato alla rockstar.

Quando si affronta la parte di Michael Jackson “eterno fanciullo”, invaghito dei bambini, l’inconoscibilità si estende nella sua maniera più scabrosa. “L’infanzia rubata” a cui fa riferimento Jackson può bastare a giustificare il fatto che accogliesse minorenni nella sua residenza, condividendo a volte la camera da letto? Può giustificare l’ingresso di Jackson, con tutto il suo potere, nella vita di famiglie “normali”, non abituate al lusso di Neverland e dei viaggi in prima classe alle Hawaii che la rockstar poteva garantire? Esisteva uno squilibrio enorme tra lo status del Re e quello dei suoi favoriti: e se ammettiamo che per molti di loro Jackson rappresentò un benefattore o qualcosa del genere, cosa accadeva quando le relazioni mutavano in qualcosa di più stabile?

Gli abusi sessuali denunciati da Robson e Safechuck in Leaving Neverland devono ritenersi al momento presunti, in quanto non sono state fornite prove che vadano al di là delle loro testimonianze, e che i giudici a cui hanno presentato istanza di risarcimento hanno rigettato la richiesta. Bisogna aggiungere che Jackson è stato assolto dal processo del 2003, un processo raccontato da Margo Jefferson nel suo saggio[14]. L’argomento più utilizzato da parte dei sostenitori di Michael è che entrambi gli accusatori di oggi testimoniarono in passato a favore di Jackson. Ma c’è un fatto inoppugnabile e chiaro, e cioè che il rapporto che la star intratteneva con i suoi piccolissimi favoriti fosse invasivo, continuo, fino a sconvolgere l’equilibrio familiare dei prescelti. Troppa era la distanza tra il potente Michael e gli indifesi Wade e James, probabilmente vittime anche di famiglie assai ambiziose. Si chiede Margo Jefferson: «Che genere di genitore lascerebbe il figlio condividere il letto con un adulto che non è nemmeno un parente?[15] »

Lungo tutto Su Michael Jackson, nel tentativo di definire l’oggetto, Jefferson ricorre alla categoria della bizzarria, della stranezza, in un crinale che lambisce il disturbo mentale. Non abbiamo le parole per discutere di simili argomenti, sostiene Jefferson, e in riferimento al processo del 2003 scrive che «ha rivelato un rifiuto quasi primordiale di prendere in considerazione questi aspetti». È chiaro che il disturbo mentale non può essere un alibi di fronte alle accuse di abusi. È chiaro che bisogna stare dalla parte delle vittime, pur tutelando la difesa dell’accusato. Michael Jackson è stato uno degli artisti di maggior talento nella storia della musica popolare – e di sicuro il più potente, iconico, leggendario – e allo stesso tempo qualcosa di sfuggente, misterioso; un mostro, infine, se anche soltanto una delle accuse a lui rivolte abbiano trovato corrispondenza nella realtà.

Nella prefazione, Jefferson scrive che dopo la visione di Leaving Neverland non ha più ascoltato la musica di Michael, ma che non è in grado di garantire che non tornerà a farlo. E poco prima, ha scritto:

«Le nostre risorse derivano dalla loro ricchezza e vastità – intellettuale, emotiva, morale, estetica, etica, politica. E sono le stesse che usiamo per analizzare e demistificare l’opera, per sondare i suoi conflitti e le sue contraddizioni, per sentire la sua energia, ma senza esserne ostaggio. Nessuna evasione, nessuna semplificazione. La sfida è comprendere l’arte e la vita mentre si attorcigliano e si sbrigliano l’una nell’altra, cambiando forma e direzione».

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[1] Produzioni monstre che contemplano oltre a Thriller anche canzoni come In the closet, con Naomi Campbell; Remember the time ambientato, ehm, nell’antico Egitto con Eddie Murphy nei panni di Ramses II e la modella Iman in quelli della consorte Nefertiti; l’apocalittico Earth Song e il robotico Scream, in duetto con la sorella Janet, il videoclip più costoso della storia.

[2] Nonché, com’è noto, l’album più venduto della storia della discografia. (Appena il secondo paragrafo ed è già la terza volta che uso l’espressione «più… della storia»: questo è il perimetro in cui si è mossa la carriera artistica di Jackson).

[3] E c’è da dire che a fronte del “sollievo” di Jefferson, la notizia della scomparsa di Michael gettò nello sconforto milioni di fan in tutto il mondo: tra l’altro Jackson avrebbe dovuto esibirsi di lì a poco in alcuni concerti.

[4] Joseph Jackson fu chitarrista per una piccola band che mai sfiorò il successo.

[5] Per esempio l’ascesa di Michael nei Jackson Five. Il suo talento cristallino mise presto in ombra la stella di Jermaine, il fratello maggiore, prendendone il posto come voce solista.

[6] Per sancire tutta questa aura regale, nel 1994 sposa Lisa Marie Presley, l’unica figlia del Re del rock: le nozze durarono due anni.

[7] Era il novembre 2002, e già da tempo la maggior parte delle notizie che riguardavano Michael Jackson non riguardavano la sua musica: che si trattasse dei suoi (brevi) matrimoni, dei presunti abusi sui minori, dei metodi di fecondazione a cui ricorreva, dell’uso parossistico della chirurgia.

[8] Decennale da intendersi alla lettera. 1993: accuse di abusi sessuali su Jordan Chandler, tredici anni. 2003: accuse di abusi sessuali su Gavin Arvizo, anche lui tredici anni, uno dei bambini malati di cancro che Jackson ospitava a Neverland. 2013: Wade e Safechuck, ormai adulti, raccontano di aver subito rapporti impropri con Jackson quando erano bambini o adolescenti.

[9] Del resto, per affrontare criticamente le star della musica come Jackson, i video sono parte integrante del nucleo di significati a cui attingere.

[10] Dopo le proteste di molti telespettatori.

[11] A proposito di metamorfosi.

[12] «I said if you’re thinking of being my brother / It don’t matter if you’re Black or White»; il fatto che queste parole fossero cantate da una rockstar che aveva da poco compiuto la sua transizione cutanea dal nero al bianco non faceva che aumentare la portata simbolica/ambigua della canzone.

[13] In seguito assolti dal processo, assoluzione che scatenò la rivolta di Los Angeles nella primavera del 1992.

[14] Le accuse del 1993 invece si risolsero con il versamento alla famiglia di Chandler da parte di Jackson di una somma di denaro pari a circa quindici milioni di dollari.

[15] C’è una questione più generale che riguarda i bambini prodigio, lo sfruttamento dei loro talenti da parte delle famiglie in nome del successo, della possibilità di far soldi. Jackson è stato il bambino prodigio per eccellenza della musica mondiale. Per ogni Jackson che scala le vette dell’Olimpo, migliaia di ragazzini falliscono l’impresa – è così anche nello sport, o nel cinema. Su questo punto non fanno eccezione le famiglie di Robson e Safechuck. Wade conobbe Jackson dopo aver vinto un concorso da ballo organizzato in un centro commerciale. Aveva cinque anni, come detto prima era rimasto folgorato dalla visione di Thriller, e sbaragliò la concorrenza ottenendo come premio l’accesso al backstage di Michael Jackson. Ovviamente, in compagnia dei genitori. Quando Jackson incontra la famiglia Robson – è la madre di Wade a raccontare questo episodio, in Leaving Neverland – lui domanda: «Allora, avete visto il concerto? Avrei voluto far salire Wade sul palco!», al che la signora Robson racconta: «La manager che è in me si è svegliata e gli ho detto, ‘torneremo domani!’». Ecco, metterei l’accento sulla parola manager.
Quanto a Safechuck, è ancora la madre a ricordare di aver spinto il figlio James nel mondo della pubblicità quando un’agente pubblicitaria le disse, dopo aver visto un book fotografico di James: faremo soldi a palate.

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.
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