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Essere Michael Jordan

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«Quando dice che “spiccò” il volo intende dire che scappò, vero? Fuggì?»

«No, intendo dire che volò via. Oh, sono tutte sciocchezze, sa, ma secondo la storia non scappò. Volò via. Solomon sapeva volare. Sa, come un uccello. Un giorno in cui era nei campi prese, corse in cima alla collina, fece un paio di giri su se stesso e si librò nell’aria. Tornò là da dove veniva. Lassù c’è un grande masso con due cocuzzoli che domina la vallata: porta il suo nome».

Canto di Salomone, Toni Morrison

Quand’è che saltare diventa volare? Michael Jordan amava che gli ponessero questa domanda. Ha cercato la risposta a lungo, invano, donandoci la grazia e i brividi dell’illusione propria del volo umano. Walter Ioos, fotografo di Sports Illustrated, ha provato a catturare lo spazio di quel secondo in sospeso. A Chicago, durante la gara delle schiacciate dell’All-Star Game 1988, bastò un cenno complice. Ioos era insoddisfatto degli scatti in archivio dall’anno precedente. Lo avvicinò tre ore prima del decollo: «Vorrei conoscere in anticipo la direzione che prenderai». Volle ritrarre il disegno delle contrazioni del suo volto. «Certo, te la indicherà il mio dito indice sul ginocchio. Te ne ricorderai?», gli disse. Poi lo fece spostare leggermente a destra per la condivisione di una fotografia che vantava la pretesa dei segreti.

Il campo da basket è stato il rifugio della coscienza e dell’orizzonte di senso più alto di Jordan. S’innalzava dalla linea del tiro libero per disegnare con elegante supremazia atletica parabole mai osate. Non è una storia semplice. È una storia imperfetta, dunque viva. È una storia da ultimo tiro, che affonda le radici nell’ultimo decennio dell’Ottocento sulle sponde di un villaggio fluviale. Dalla schiavitù razzista alla costruzione di un impero sportivo, economico, che ha segnato in profondità la cultura popolare americana novecentesca.

Il giornalista e docente universitario Roland Lazenby, che da vent’anni scruta e interroga l’alfabeto del mito, restituisce la giusta misura di un’icona globale con il suggestivo, pregevole studio Michael Jordan, la vita (66thand2nd, 784 pagine, 23 euro, traduzione di Giulio Di Martino). L’autore non ha la presunzione della definitività. Esaudisce l’ambizione propria di una ricerca dettagliata, empatica, che non ha misteri da svelare. Questo libro, fondato su una bibliografia sostanziosa e moltissime interviste, non è un’intervista impossibile. Lazenby apre soprattutto uno squarcio interessante sulla formazione del campione, sull’adolescenza del più forte giocatore di pallacanestro di sempre. Non è la celebrazione di un supereroe.

In North Carolina il bisnonno Dawson sopravvisse alla selezione naturale di un mondo primordiale, in cui il padrone bianco credeva di poter continuare a praticare impunemente la sopraffazione. Le zattere assemblate da Dawson per il commercio del legname erano resistenti quanto il suo corpo e la sua anima. Imparò a leggere e a scrivere nello stanzone della “Scuola comune per gente di colore”, gettando il seme di una famiglia nuova. Michael, il bisnipote, lo ha ricordato spesso con commozione: «Era forte. Sì, lo era. Eccome». La fibra era la stessa. Phil Jackson, mente e guida dei Bulls sei volte campioni Nba, la sapeva lunga. Per Natale era solito regalare ai propri giocatori un libro. Non a caso il primo testo destinato a Jordan è stato Canto di Salomone di Toni Morrison. Milkman, il giovane protagonista, compie un viaggio alla conquista della propria identità, così ricca di spiritualità e sogni, che coincide con l’origine della storia afroamericana. Dalla piantagione lo schiavo Solomon aveva spezzato le catene, spiccando il volo verso la terra madre, l’Africa. Il “mito degli africani volanti”. Michael, a modo suo, ha risalito il corso del fiume. Anch’egli ha invertito la rotta della storia.

“Possano i padri alzarsi in volo. E i figli conoscere il proprio nome”.

Nel 1954 James Raymond Jordan e Deloris Peoples, ancora adolescenti, s’incontrarono a una partita di pallacanestro, dove si accese la scintilla. Cavalcarono l’onda dei movimenti per i diritti civili e il clima di una radicale trasformazione culturale. Il 17 febbraio 1963 Michael nacque, perdendo sangue dal naso, in una famiglia del ceto medio, che aveva già acquisito la solidità economica. Un nucleo, che assecondò l’ascesa del prodigio, per poi essere frantumato da sentimenti feroci, dalle denunce post datate di presunti abusi sessuali perpetrati dal padre sulla sorella Sis, da conflitti sulla gestione del patrimonio. Deloris, protettiva e determinatissima, ha avuto un ruolo strategico decisivo nel percorso del figlio minore. All’età di nove anni Michael, avviato al baseball, promise di rimediare alla sconfitta olimpica, in piena Guerra Fredda, degli Usa contro la Russia a Monaco ’72. Promise di impossessarsi della “zona” dell’ultimo tiro di Sergej Alexandrovic Belov. Due anni dopo James gli comprò la prima palla e allestì un campetto casalingo, teatro di interminabili uno contro uno con il fratello Larry, anch’egli cestista promettente.

Lazenby individua in questa competizione, e nella predilezione del padre per il primogenito, una delle fonti dell’inesauribile competitività e voglia di dominare di Michael. Nel cuore degli anni Settanta il ragazzino odiava i bianchi come sedimento di una rabbia e di un dolore antichi. Uno “sporco negro” di troppo provocò la reazione pagata con l’espulsione da scuola: «Mi consideravo un razzista. Mi volevo ribellare». Curò il rancore con l’amore per il gioco e la consapevolezza del talento. Il perdono è un’energia da coltivare lungo la propria strada, quanto la forza di amare. Love of the game, proprio così, fece chiamare una clausola al primo contratto professionistico. Lui, solo lui, avrebbe potuto rispettare la passione, giocando a pallacanestro ovunque. Al rischio di patire infortuni sarebbe potuto scendere in campo a sua discrezione.

L’attendibile cronista Lacy Banks sottolinea come neanche Muhammad Ali sprigionasse la medesima mostruosa quantità di energia di Jordan. Erano storie distanti con attenzioni diverse alla giustizia sociale e alla politica. Gelò chi gli propose di sostenere la candidatura del democratico afroamericano Harvey Gantt, in corsa per il seggio in Senato quale rappresentante del North Carolina: «Anche i repubblicani comprano scarpe. Non sono un politico». Trasversale in quanto libero dalle implicazioni politiche, interessato agli affari, alla carriera o indifferente alle cause sociali?

Non andò mai allo scontro frontale con le contraddizioni, le ipocrisie della società statunitense. Le fece esplodere nelle esultanze e riverenze di chi, magari il giorno successivo alla partita, riprendeva ad alimentare i propri razzismi quotidiani. Le fece implodere, appropriandosi del business della multinazionale che sull’intuizione del mercante visionario Sonny Vaccaro lo aveva reso un oggetto. Michael Jordan trascese la razza, come nessun altro atleta nero. Post racial per usare il termine del suo manager, deus ex machina, David Falk. L’estetica era rassicurante, il lessico mass-mediale ben educato, tanto da renderlo un’icona della cultura popolare di massa.

Accorgersi e valorizzare il talento è un esercizio necessario, che sfugge ai più. Le qualità, per quanto abbaglianti, spesso sfumano nell’indifferenza della moltitudine. Jordan ha ascoltato la propria fortuna: gli allenatori, o meglio i maestri, e i contesti di squadra che seppero decostruire l’egoismo del più forte, codificare per quanto possibile la sua indecifrabilità. «Il mio talento più grande era di essere pronto a imparare. Anche se pensavo che il coach si sbagliasse, provavo ad ascoltare e imparare».

Nell’autunno 1979 Pop Herring prese carta e penna per il suo liceale. Una lettera, un gesto inusuale, per attirare l’interesse di University of North Carolina su un ragazzo, che non aveva indossato ufficialmente la canotta della Laney High School, ma del quale aveva intuito l’attitudine. L’adolescente sognava Magic Johnson, mentre nella selezione della prima squadra venne tenuto fuori dai centimetri di Leroy Smith. Allora la disciplina ruotava intorno ai centri di gravità. Herring lo portava all’alba in palestra, prima della scuola. Spese il proprio impegno per la formazione di quella guardia dall’atletismo straripante, versatile, elegante, tremendamente efficace per gli equilibri difensivi. Lì scelse il numero 23, ma soprattutto apprese la matematica dei grandi incontri.

Herring creò le condizioni affinché Jordan partecipasse all’elitario camp estivo Five Star, una vetrina dove implementare la propria reputazione. Pensavano fosse acerbo, che sarebbe rimasto in panchina: «Saltava sopra alla gente e aveva quel tocco. Emergeva la sua natura competitiva», ricorda lo scout d’eccezione Tom Konchalski. Lì Michael capì che tutto era possibile.

Mike Krzyzewski intendeva inserirlo a qualsiasi costo nel suo mirabile progetto a Duke. Tuttavia il destino era North Carolina, che con l’assistente Bill Guthridge si era messa da tempo sulle sue tracce. Trovò una squadra pronta per vincere e un allenatore che non aveva vinto mai. «Se Michael non fosse stato allievo di Dean Smith non sarebbe diventato così bravo nel gioco di squadra», ricorda Tex Winter. C’era un sistema, un’alchimia, dove il talento si traduceva nella pietra angolare dell’altruismo. Mai più di ventiquattro tiri a serata nei tre anni a NC.

Jordan si adattò alla radicalità di Smith, consolidando il proprio bagaglio di fondamentali. Guadagnò lo spazio senza particolari timidezze. «Buttala dentro Michael!», mormorò alla matricola. Correva l’anno 1982 e Smith comprese che quella era la volta buona. Stavolta l’ultima curva non l’avrebbe tradito. Al Louisiana Superdome North Carolina e Georgetown diedero spettacolo. Si assegnava qualcosa di più del titolo Ncaa. Venne scritto l’incipit della rivoluzione. All’epilogo mancavano una manciata di secondi. Michael andò su con la lingua fuori, morbido il rilascio della palla e il fruscio della retina per la vittoria. Non aveva capito quell’ultimo schema, ma tant’è: «Era già tutto deciso. Dal momento in cui ho segnato quel tiro, qualsiasi altra cosa mi è piovuta tra le mani. Se quel tiro non fosse entrato, non credo che sarei arrivato dove mi trovo oggi».

Gli allenatori, i rispettivi assistenti, seppero trovare le parole, i gesti che valgono la fiducia nel compagno, perché la vittoria è anche una questione di solidarietà. «Michael, chi è libero?» Il serafico Jackson lo ripeté tre volte. Quella volta si era spazientito sul serio. In gara cinque, contro i Lakers di Magic Johnson, la posta in palio era grossa: il primo titolo Nba che aprì il varco all’epopea di Chicago. «Paxson!», rispose dopo un silenzio imbarazzato. «Bene. Allora dagli quella cazzo di palla». Dopo il time out piovvero assist per i cinque canestri decisivi di Paxson. Sette anni di sconfitte ai Bulls avevano composto un mosaico di significati, elaborato un linguaggio comune: «Nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri. Ho perso quasi trecento partite. Ventisei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto».

I can accept failure, everyone fails at something. But I can’t accept not trying.

In allenamento Jordan giocò buona parte della sua pallacanestro migliore. Dagli esordi all’immortalità sportiva, l’etica del lavoro in palestra è stata la sua arte della gioia e della creatività. Non era facile sostenere il suo grado di perfezione, stare al fianco delle sue urgenze motivazionali, della sua competitività. Non era facile accettare il trattamento riservato alle matricole e ai nuovi arrivati. «Era dura avere a che fare con un ragazzo che non volesse vincere a tutti i costi. Li torturavo per verificare la resistenza. Se si ribellavano, allora potevo fidarmi che ce l’avrebbero fatta in partita». Memorabile la scazzottata, senza evidenze di ragioni, con il malcapitato Steve Kerr, che saldò l’unione dei Bulls e ribadì la leadership per il secondo ciclo di tre titoli consecutivi. Memorabili le guerre psicologiche jacksoniane, la sfida mentale con Mike, quanto le sfide interne con l’alter ego Scottie Pippen, al quale instillò la fame per il successo.

«Il tempo dell’allenamento. Uno spazio per definire quello che eravamo come gruppo e persone. Michael, lontano dalla folla, costretto a rompere il suo guscio più esterno», dice Phil. L’intangibile di questa avventura era materia collettiva, qualcosa che apparteneva solo alla squadra. Già Dean Smith, proibendo a Sports Illustrated di sbattere in copertina una promessa che non aveva ancora disputato un minuto, aveva indicato un sentiero. L’impresa è far sentire tutti fondamentali.

«Ci piacerebbe che Jordan fosse alto 2.13, ma non lo è. Non c’era un centro disponibile. Cosa ci possiamo fare! Jordan non rivoluzionerà questa franchigia, né gli chiedo di farlo. È un ottimo giocatore offensivo, ma non è devastante». Quanto spesso Thorn, allora direttore generale dei Bulls, avrà rimuginato questa improvvida dichiarazione? Il 12 settembre 1984 Jordan, scelta numero 3 al Draft, firmò il contratto più sostanzioso mai offerto a un pari ruolo: sei milioni di dollari per sette anni. Il tempo di scatenare la rivalità con le stelle Nba affermate e incantare su scala mondiale alle Olimpiadi, per poi calarsi in un contesto complesso. Chicago annaspava nei bassifondi, ignorata anche dal palinsesto televisivo. L’agonismo dell’esordiente scosse il gruppo. Era fotogenico, affascinante, magnetico: per il solo debutto aveva creato un’atmosfera tale da far raddoppiare la presenza dei tifosi. Durante una lunga stagione di fede assoluta fece registrare cinquecento sold out consecutivi. Tutti sapevano ancora poco di lui.

Destò la meraviglia dei più forti. Loro, i Celtics, avevano un record casalingo di 50 vittorie e una sconfitta. Lui, Jordan, era reduce da un grave infortunio. Nell’autunno 1985 si era fratturato l’osso navicolare del tarso del piede sinistro. Una laurea e sessantaquattro partite guardate in televisione. Dalle partite segrete, proibite, per provare le sensazioni al rientro anticipato: sette minuti a tempo, non di più. Condusse i Bulls nello sprint playoff. Prima contro ottava, gara due. Due tempi supplementari, una sconfitta (135-131) sulla quale edificare i trionfi a venire. Ne segnò 63: record di tutti i tempi in una partita dei playoff nella Nba. Con Larry Bird e i Celtics sembrava avere un conto in sospeso, roba di uno sgarbo in un’amichevole di preparazione all’Olimpiade. «Quello era Dio travestito da Michael Jordan. (…) Pagheranno solo per vedere lui. Io gli metto una mano sul braccio, faccio fallo e lui segna lo stesso. Il tutto mentre era in aria», la benedizione di Bird.

The Legend, quando era un giocatore di Indiana State, apparve sulla copertina di SI con un paio di Nike in bella evidenza. E Vaccaro comprese che la semina di denari stava trasformandosi in raccolto. Lazenby dedica correttamente molte pagine a questo personaggio, fra i fautori della commercializzazione dello sport contemporaneo. La Nike, che aveva un fatturato da 25 milioni di dollari, gli affidò un budget da investire sul basket giovanile. Lui reclutava allenatori di spicco come testimonial, che consigliavano ai propri atleti le calzature della creatura di Philip Knight.

Vaccaro s’infatuò del carisma di Jordan, ideale per il marketing. Convinse la Nike ad agganciare il proprio sviluppo all’esistenza di quell’astro nascente. Un azzardo, investire tutte le proprie risorse su un ventunenne afroamericano, lungi dall’essere iconizzato: due milioni e mezzo di dollari per cinque anni, più il 25% su ogni scarpa venduta. Il factotum Falk il nome della linea l’aveva in tasca: Air Jordan. Deloris negoziò la vita che Michael avrebbe vissuto. Nel 1985 la Nike affermò sul mercato il primo modello di Air Jordan, rossonere, eludendo le regole Nba che prescrivevano il colore bianco. In un triennio quelle scarpette produssero ricavi del valore di 150 milioni di dollari.

Alla progressiva, martellante, presenza sotto i riflettori si accompagnò l’alienazione di una quotidianità apparentemente dorata, da rubare nelle stanze d’albergo, e l’invidia dei veterani messi sempre più nell’ombra. Le multinazionali si accapigliavano per il suo volto. La stessa Nike, che con la sua immagine espanse spaventosamente la propria influenza, era intimorita dal potere assunto da quell’ascesa così rapida e inarrestabile. Il campione diviene di per se stesso un marchio. Nessun atleta era stato mai commercializzato in quella maniera. Il 40% del merchandising ufficiale della Nba era legato ai Bulls. Il suo approdo stravolse il business della Lega: gli incassi annuali schizzarono dai 150 milioni di dollari del 1984 agli oltre 2 miliardi di metà anni Novanta. Paradossalmente il suo contratto sportivo era accessorio, novanta milioni di dollari complessivi: nel 2012 risultò ottantaseiesimo nella classifica dei guadagni di tutti i tempi. L’ultimo ingaggio con i Bulls sfiorò i 33 milioni di dollari. Scavò il solco per i contratti faraonici della nuova generazione. Fu un comparto dell’economia urbana di Chicago: «United Center, the building that MJ built».

L’autore riporta una statistica nota. L’80% dei giocatori ex Nba nell’arco di un decennio dalla conclusione dell’attività agonistica finiscono sul lastrico, dopo aver dilapidato gli ingenti ingaggi. Per l’impero Jordan potremmo adottare l’espressione Too big to fail. Le scommesse milionarie sul golf, il gioco d’azzardo e le carte, il divorzio milionario dall’amata Juanita Vanoy, le inchieste dalle quali venne sfiorato a causa dei debiti da gioco, gli investimenti errati del padre, le notti ai casinò di Atlantic City tra un’impresa sul campo e l’altra, gli spifferi dalla famiglia dei Bulls non hanno compromesso violentemente l’equilibrio tra persona e personaggio. E la ragione di ciò la troviamo nei suoi diciotto mesi senza pallacanestro, all’apice della gloria della prima sequenza di tre titoli vinti dai Bulls (1991-’93). La ritroviamo nell’amore per la radice del gioco.

Il 3 agosto 1993 la polizia collegò il ritrovamento di una macchina abbandonata a quello di un cadavere in avanzato stato di decomposizione in un torrente paludoso in South Carolina. Un proiettile, esploso in pieno petto, uccise James Raymond. Due teenager arrestati, una rapina andata male o chissà cos’altro: «Non mi capacito di chi sparge sale sulle mie ferite aperte, insinuando che i miei errori personali siano in qualche modo connessi alla sua morte». A trentuno anni suonati non c’era alcuna possibilità che potesse rientrare nella lista dei White Sox per la Major League.

Lasciò la pallacanestro per il baseball, per un legame paterno ormai tra terra e cielo. Si espose all’umano rischio del fallimento. Lo girarono ai Birmingham Barons. Ripartire dagli ultimi, da quelli che lottano per il posto dell’anima: «Negli ultimi nove anni ho vissuto con il mondo ai miei piedi. Ora sono solo uno dei tanti giocatori delle leghe minori che prova a entrare in quelle maggiori. Questi giocatori meritano il vostro rispetto autentico. All’inizio il baseball era un’idea di mio padre. “Hai talento”, diceva. Ripensavo a mio padre, a quanto amasse il baseball e a come ne parlassimo sempre. Sapevo che quella cosa lo faceva felice. Anch’io ero felice». L’abnegazione in allenamento fu una riscoperta esemplare, tuttavia la norma del tempo è ineludibile.

I am back.

Avevano ritirato la canotta 23. Era pronta una statua bronzea, The Spirit, antistante all’arena United Center. Il 10 marzo 1995, alla notizia dell’addio al diamante, il valore azionario delle aziende di cui era testimonial s’impennò di due miliardi di dollari. «Nel giro di pochi giorni era in divisa ad allenarsi con l’energia sufficiente a deviare una tempesta». Al Berto Center aveva già riabbracciato i Bulls. Dove ci eravamo lasciati? 

Più veloce di lui solo Wilt Chamberlain, che ventimila punti li aveva segnati in 499 partite. L’otto gennaio 1993 Jordan, al settimo anno di fila miglior realizzatore Nba, ne aveva disputate 620. In quegli anni, oltre a pregare, l’unica strategia adottabile dagli avversari per limitarlo consisteva nel costringerlo a giocare da solo. Oppure per dirla con il bostoniano Jerry Sichting avrebbero dovuto arruolare Clint Eastwood. Qualcuno aveva paventato già il paragone con Pete “Pistol” Maravich, che a dispetto di un talento immenso un titolo non lo vinse mai.

La differenza la possiamo comprendere in due partite indimenticabili sopracitate. In quella dei 63 punti contro i Celtics i canestri sono essenzialmente il prodotto di tanti palleggi, di uno contro uno e uno contro cinque pazzeschi, irripetibili. Una furia che ha il sapore della solitudine. Nella seconda, gara 5 della finale 1991, ammiriamo l’armonia di una difesa che toglie il fiato e anima un attacco collettivo, vincente, perché la palla circola in modo rapido. Il tiratore ha sempre lo spazio utile con un’alta possibilità di realizzazione, proporzionale alla qualità della costruzione. Una pallacanestro efficace e spettacolare. Il saggio Tex Winter, dopo l’ennesimo record (23 punti consecutivi contro Atlanta) consegnato agli albi, glielo disse con incisiva franchezza: «There’s no I in team». «Sì, ma nella vittoria l’Io c’è. Ho vinto». MJ prendeva un terzo dei tiri complessivi Bulls. Nei primi tre anni il bilancio ai playoff recitava nove sconfitte, una vittoria. 

Jordan, amarezza su amarezza, levigò gli scogli di regni progressivamente al tramonto: i Celtics di Bird, i Lakers di Johnson affetto dall’Hiv, i Pistons di Thomas e Dumars. Gliel’aveva giurata all’istrionico Isiah Thomas, a quel basket ruvido. La difesa dettò il tempo all’attacco con la crescente fiducia corroborata dalla striscia di trenta vittorie casalinghe. E nel 1991 alla terza Finale dell’Eastern Conference ebbero la meglio sui Detroit Pistons con un secco 4-0: «La gente che conosco è felice che tra poco non saranno più loro i campioni in carica. La gente vuole che il loro tipo di basket sparisca. Quando vinceva Boston, lo faceva giocando davvero. Hanno vinto e nessuno può togliergli le vittorie, ma non hanno giocato un basket pulito», aveva preannunciato. 

Uccisero gli dei col pensiero. Nella primavera del 1985 Jerry Reinsdorf, il proprietario dei Bulls, aveva riposizionato sul ponte di comando dirigenziale il plenipotenziario Jerry Krause. Quest’ultimo andò a ripescare Tex Winter, che credeva in un sistema, il Triangolo, di cui era il profeta e al quale aveva dedicato molti anni per il suo sviluppo. In attacco il disegno di un triangolo, formato dai giocatori, creava spaziature e scompaginava le difese, garantendo il bilanciamento difensivo, la copertura a rimbalzo e la pressione alta della squadra. L’80% del tempo l’attaccante giocava senza la palla in mano.

Negli anni a venire, con Jackson determinato a giocare con un attacco in cui la palla e gli uomini si muovessero continuamente, Winter assunse un potere rilevante in palestra per giungere alla piena applicazione della sua filosofia, che esigeva la lettura del comportamento delle difese, movimenti potenti e rapidi. Il triangolo esigeva che la palla fosse sempre passata all’uomo libero: bucare la difesa tramite i passaggi. Jordan, tra odio e amore, dialogò con quell’idea, quella struttura flessibile, che lo rendeva determinante anche in post medio e basso e stimolava l’interazione con i compagni. Il Triple Post Offense era nato per esaltare e non imbrigliare le qualità individuali in un senso di squadra.

Krause aveva inserito nello staff di allenatori, col mandato di osservatore delle squadre avversarie, anche l’assistente Phil Jackson, figlio di predicatori pentecostali, con un buon curriculum in Cba. Lui si presentò con la barba lunga, in sandali, sfoggiando un cappello di paglia. Figlio della controcultura anni Sessanta ammise di aver consumato droghe, LSD su tutte. Da giocatore ai Knicks, con i quali vinse un titolo, girava in bici e fumava marijuana. 

«È stato quello l’anno in cui abbiamo cominciato a costruire le cose», sintetizzò Krause.

Lazenby tratteggia con cura le figure degli assistenti allenatori, perlopiù disconosciuti alla nostra latitudine. Jordan legò con un altro assistente Johnny Bach, approdato nel 1986 al fianco del giovane ed emotivo capo allenatore Doug Collins. L’appassionavano i suoi racconti sulla Seconda guerra mondiale, ma in realtà amava la sua capacità di ascoltare e motivare. «Attacca il ferro Mike!» In quell’annata lo prese subito alla lettera: ventotto volte a segno con più di 40 punti, sei oltre quota 50. Collins mostrava una certa reticenza verso Winter e il suo Triangolo, lasciato nell’ombra. Il 6 luglio 1989 subì un esonero duro da digerire. Dopo quattordici anni di assenza i Bulls erano tornati in una finale di conference.

Phil Jackson stava pescando in Montana, quando Krause gli comunicò la promozione a primo allenatore. Difesa e Triangolo la ricetta. Già nel 1988 il direttore generale aveva messo la coppia Jackson-Winter alla guida della versione estiva dei Bulls. Tex avrebbe dovuto insegnare gli elementi del suo sistema a Phil. Organizzare la pressione difensiva da esercitare sulla palla, sugli avversari: dal primo ritiro di preparazione Jackson puntò tutto sulla difesa. Il mosaico andava componendosi con la scelta al Draft 1987 di Scottie Pippen: «Anche se il suo corpo ancora non c’era, potevi vedere dei segnali», secondo Michael. Diverrà un fratello minore. Pippen costituiva una coppia micidiale di ali con Horace Grant, mentre in post basso Bill Cartwright valse il sacrificio di Oakley. 

La dinastia di Chicago si resse sulla geometria di tre poteri, che Lazenby descrive magnificamente ed è un trattato di psicologia del lavoro. Krause, Jackson e Jordan tiravano la corda fra contrasti furibondi senza smarrire l’obiettivo comune. L’allenatore, con il suo approccio psicologico allo sport sui generis, non difese la bugia che tutti sono uguali. Pose Jordan al vertice della gerarchia interna, ben definita, e gli impose dei limiti. «Jackson, con i suoi rituali ispirati ai nativi americani, nutriva un grande amore per la propria squadra, senza mai cercare il suo affetto». Suonava il tamburo, per chiamare a raccolta prima della competizione, e proteggeva la squadra dalle potenzialità distruttive della sua stella e della sua esistenza mediatica. Occorreva demolire parte di quel mondo cresciuto intorno al campione e rafforzare l’identità di squadra: «La sua vita lo allontanava dai compagni. C’erano molte cose che potevamo fare per integrare meglio Michael nella squadra».

Gli ultimi cinque minuti del primo trionfo a Los Angeles rappresentano l’istantanea di un’idea che si fa corpo: «Non ho mai perso la speranza», Michael piangeva e abbracciava il padre.

L’anno seguente i Bulls contro la solida Portland di Drexler oltrepassarono il confine che distingue l’episodio dalla serie: «Vincere due campionati di fila è il marchio di una grande squadra». Con il mito dell’infanzia, Johnson, rinnovò l’appuntamento. Storie da Dream Team, anche a Barcellona la partita era interna, affacciati da una camera d’albergo sul mondo. In allenamento con Pippen, Ewing, Malone e Bird dalla sua parte Michael inflisse un’altra rimonta furiosa a Magic. Nella finale per l’oro la Croazia di Petrovic ottenne nella sconfitta lo scarto minore del torneo, meno 32.

Il giocattolo può rompersi? Nella stagione ’92-’93 il percorso è più accidentato, ma in campo gli ostacoli non sono tali dall’impedire la prima tripletta di titoli. La Phoenix di Barkley s’arrese ai 41 punti di media di MJ nelle finali, che infranse il record detenuto da Rick Barry dal lontano 1967.

Del gioco non bisognerebbe approfittarsene, sosteneva Michael. Il sentimento deve essere onesto. Onesta fu la sua scelta di rimettersi in discussione dopo l’evento del 6 ottobre 1993, quando annunciarono al mondo il suo ritiro. La ricerca della felicità per quasi due anni aveva imboccato una strada secondaria. Sulle spalle un numero diverso, il 45 di Larry alla Laney High School. Aleggiava la domanda: è finito il tempo del sovrano assoluto? L’ottima Orlando di Shaquille O’Neal, Grant, Hardaway e Anderson avvalorò la tesi.

L’estate del ’95 a Hollywood fu particolare. C’era un film da girare. Space Jam aggiunse un capitolo inedito al rapporto di massa di Michael con la società americana e la sua dimensione globale. Un incasso da quattrocento milioni di dollari e il campo d’allenamento, lì, nel bel mezzo degli Studios. Con Harper e Pippen gettarono le basi dell’annata perfetta della squadra più forte di tutti i tempi: il giocatore più forte, Pippen miglior giocatore stagionale e il miglior rimbalzista. Sì, nel frattempo aveva firmato Dennis Rodman, un pagliaccio con entusiasmo, muscoli ed energia da vendere. Il preparatore Tim Grover rimodellò il corpo e restituì l’efficienza di un atleta ormai trentatreenne. Il massacrante programma estivo fu protratto per l’anno intero. Michael debuttò con 42 punti e i Bulls inanellarono cinque vittorie consecutive: la migliore partenza nella storia del club. Chiusero con 72 vittorie e dieci sconfitte. La difesa del tostissimo Gary Payton l’unico argine sommerso con la forza del gruppo per il quarto anello.

Al Draft 1996 sbarcò sul pianeta Nba una nuova generazione di talenti straordinari: Allen Iverson, Kobe Bryant e Ray Allen. Be like Mike non lo vendeva solo la Gatorade. Riempiva le cronache, ma l’originale, la vecchia scuola e il cuore dei Bulls avevano appena ricominciato a pulsare in ritmo.

Flu game

Si presentò al campo con la consueta eleganza, ciondolando quasi a favore di telecamera. Sostennero che avesse vissuto una delle sue nottate. La versione ufficiale parlava di un malessere fisico. Non si reggeva in piedi. In quella gara cinque di finale bisognava ridimensionare l’intraprendenza dei Jazz, Stockton to Malone, dopo essere rimasti sugli standard dell’annata precedente con 69 vittorie. Utah scappò sul +16, salvo poi farsi riprendere a ogni strappo dall’influenzato. Spalmato sulla sedia, i time out sono utili a mettere la borsa del ghiaccio sul collo.

Non lo tengono proprio. Viaggio in lunetta; ne realizza uno su due. Il rimbalzo è di squadra a 40” dalla conclusione, 85-85. La circolazione perimetrale della palla è rapida. Michael è in punta, fuori dalla linea da tre punti. Pippen è in post basso, spalle a canestro. Dialogano con due passaggi. Poi lui si alza, 88-85. Dopo l’errore per il pareggio, i Jazz non riescono a bloccare il tempo col fallo sistematico, perché la palla fra i Bulls gira ancora velocissima. Pippen poi lo scorta in panchina. Lo solleva. Due pugni al cielo per Mike. Il sorriso composto e consapevole di Jackson. I Jazz cedono partita e nella successiva il quinto titolo.

«Non sono i giocatori a vincere i campionati, ma le società».

L’equilibrio dei poteri ormai s’era rotto. Jackson aveva eretto un muro tra giocatori e società, il mondo fuori, per tenere in un pugno la situazione. Krause reclamava il primato dirigenziale. Per Michael quella era una squadra senza tempo, che tanto ancora avrebbe potuto dare. Dovevano rinnovare il rapporto con Phil Jackson e adeguare lo stipendio di Pippen. Reinsdorf e Krause sull’altra riva volevano accelerare il ricambio. Mettersi alle spalle l’era Jordan, spietato nell’invettiva contro il suo dirigente, per favorire il rinnovamento. Sarebbe stata l’ultima volta insieme. Steve Kerr, oggi coach, fresco campione in carica con Golden State, rievoca uno di quei momenti destinati a restare nello spazio mistico dello spogliatoio. Alla fine della stagione regolare 1998 Jackson assegnò un compito ai propri giocatori: scrivere qualche riga sulla propria esperienza nella squadra. Michael scrisse una poesia, qualcosa che restasse nel vento. «Tra i tanti momenti potenti che Phil ci ha lasciato in eredità, quello è stato di gran lunga il più forte. Ci aveva fatto comunicare e unito in tanti modi diversi».

The Shot

L’ultimo atto per il sesto titolo ha un prologo, narrato dal protagonista nel discorso di introduzione alla Hall of fame. Nel 1994, a Chicago, non aveva alcuna intenzione di tornare sul parquet. L’ala dei Jazz Bryon Russell lo importunò imprudentemente: «Perché hai lasciato? Sapevi che ti avrei potuto marcare. Posso spegnerti». Nel 1996 quando lo rincontrò, al centro del campo, Michael lo invitò a mantenere il proposito. Correva l’anno 1998, gara 6 a Salt Lake City. Manca un passo solo. Malone in post basso è stretto nel raddoppio dei Bulls, palla recuperata da Jordan. Russell è in ritardo sullo scivolamento difensivo, una frazione che lo sbilancia e l’occasione si vanifica. Michael muove l’attacco a 8.6 secondi dalla fine: partenza in palleggio, passo indietro. Ha creato la solita giusta distanza. Russell è giù per terra, 87-86. Lui è stato elegante, pulito, nell’esecuzione, come la prima volta nel 1982. Con le mani urla che sono sei. Poi cerca Phil per l’abbraccio definitivo. 

Il resto è storia dell’oggi, del tempo da impiegare e delle sue rughe. È il proprietario dei Charlotte Hornets. Ogni occasione appare propizia per annunciare una qualche forma di ritorno sul proscenio, dove ha mimetizzato la gioia e i dolori più intensi. «Potreste alzare lo sguardo e vedermi giocare a cinquanta anni. Non ridete. Dico a voi, non ridete. Mai dire mai. I limiti, come la paura, sono spesso un’illusione». Che cosa pensi di me papà?

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
Commenti
2 Commenti a “Essere Michael Jordan”
  1. Roberto scrive:

    Articolo molto interessante. Sul capitolo baseball: Jordan entrò nell’organizzazione dei White Sox la seconda squadra di Chicago che aveva la stessa proprietà dei Bulls ed è normale che un giocatore nuovo ingaggiato da un club parta dai livelli più bassi della categoria la A per poi, se ne è capace, di salire in AA, quindi in AAA e poi nella MLB. I White Sox avevano, come tutte le altre squadre MLB, una squadra in A e lo mandarono lì a giocare. Jordan si dimostrò anche sul diamante assai competitivo e bravo. A differenza del football, dove una star di atletica leggera, per dire, può riciclarsi facilmente come ricevitore o come difensore nelle secondarie, il baseball presenta l’enorme difficoltà di allenare gli occhi ai lanci per decidere quando girare la mazza quando sei in battuta ed iniziare a farlo, seriamente, dopo i 30 anni come fece Jordan, era impresa veramente difficile. Tutti pensavano che avrebbe fallito miseramente, anche il suo allenatore personale alla battuta pare che al primo incontro lo sconsigliò di proseguire in quella “follia”. Nonostante ciò quando Jordan riprese a giocare a basket, era migliorato moltissimo a baseball e molti che lo avevano criticato stavano rivedendo le loro posizioni.

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