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Houellebecq e Schopenhauer: cronaca di un colpo di fulmine

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In attesa del suo prossimo romanzo “sull’amore” – chissà cosa dobbiamo aspettarci –, Michel Houellebecq ritorna ad una sua vecchia passione: il saggio. Dopo averne dedicato uno a H.P. Lovecraft (Contro il mondo, contro la vita, Bompiani), con cui inaugurò la sua fortunata bibliografia nel lontano 1991, l’autore di Sottomissione ha deciso di rendere omaggio ad un pensatore fondamentale della sua formazione intellettuale: il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer.

“Quando ho preso in prestito gli Aforismi sulla saggezza del vivere presso la biblioteca del VII arrondissement [di Parigi] – scrive nell’introduzione a In presenza di Schopenhauer, un agile libricino appena pubblicato in Italia da La Nave di Teseo –, avrò avuto ventisei anni, o addirittura venticinque, o ventisette. […] pensavo di aver esaurito un ciclo, nella mia scoperta della letteratura. E invece, in qualche minuto, tutto è cambiato”. Uno shock, questo suo “incontro” con il filosofo tedesco, che ha portato Houellebecq a definire “Il mondo come volontà e rappresentazione” come “il libro più importante del mondo” e – molto probabilmente  a fare di Schopenhauer un punto di riferimento di tutta la sua opera, a tal punto che è lecito chiedersi se Houellebecq fosse schopenhaueriano prima della lettura di Schopenhauer o se è questa lettura che lo ha fatto così come lo conosciamo. “Stessa evidenza della sofferenza, stesso pessimismo, stessa concezione dello stile, ma anche stessa importanza centrale accordata alla compassione come fondamento generale dell’etica; stesso carattere salvifico della contemplazione estetica; stessa impossibilità di adattarsi al mondo” – scrive il filosofo Michel Onfray nel nuovo “Cahier de L’Herne” dedicato a Michel Houellebecq.

L’ultimo libro dello scrittore francese è essenzialmente una selezione di brani tratti dal Mondo come volontà e rappresentazione e dagli Aforismi – tradotti dallo stesso Houellebecq subito dopo aver terminato la stesura de La possibilità di un’isola (2005) – e dai relativi commenti dell’autore.

Fin dall’inizio del testo, Houellebecq dichiara di apprezzare in primo luogo l’originalità del pensatore tedesco rispetto agli altri filosofi: secondo lui, infatti, Schopenhauer “parla di ciò di cui non si può parlare: dell’amore, della morte, della pietà, della tragedia e del dolore; […] entra nel campo dei romanzieri, dei musicisti e degli scultori”, nell’universo delle “passioni umane”, nonostante esso sia “disgustoso, spesso atroce, dove si aggirano la malattia, il suicidio e l’omicidio”, facendo scoprire alla filosofia terre nuove e inesplorate. E per farlo – ci ricorda Houellebecq – utilizza un approccio inabituale per un filosofo, quello della contemplazione estetica.

A questo proposito, Houellebecq prende in prestito la riflessione Schopenhaueriana sull’arte e, soprattutto, sull’artista, per condannare lo stato in cui versa l’attuale mondo della cultura, sempre più schiavo del mercato. A Schopenhauer, infatti, va riconosciuto il merito di non aver considerato più l’artista come “qualcuno che fabbrica delle cose” – Houellebecq cita i romanzieri ridotti a storyteller e gli artisti che spiegano come si produce un’opera d’arte –, ma come un essere dotato di una “disposizione innata – e quindi non insegnabile – alla contemplazione passiva e quasi stordita del mondo”. Diventa quindi inutile, se non addirittura ridicolo, fare l’artista per colui che non ha “una facoltà di percezione pura che si incontra di solito solo nell’infanzia, nella follia o nella materia dei sogni”. Un’opera d’arte, secondo Schopenhauer, è una sorta di produzione della natura che deve avere in comune con essa la semplicità del disegno, l’ingenuità. E guai – ammonisce Houellebecq – se il critico dimentica di contemplarla con la stessa ingenuità con cui è stata concepita; se cerca di contestualizzarla, di localizzarla attraverso accostamenti, opposizioni o riferimenti. Il primato dell’intuizione, della contemplazione pacifica dell’insieme degli oggetti del mondo, staccata da qualunque riflessione e da qualunque desiderio, fanno di Schopenhauer un pensatore in grado di prendere le distanze sia dal classicismo che dal romanticismo. Un’originalità quantomeno degna della più grande ammirazione.

Ma c’è di più. Secondo Houellebecq, infatti, scrivendo un’opera come Il mondo come volontà e rappresentazione, il filosofo tedesco è stato un eccezionale precursore anche delle famose concezioni dell’assurdo del ventesimo secolo. Dove cercare le radici del Mito di Sisifo di Albert Camus se non nella riflessione schopenhaueriana sull’assurdità del “lavoro incessante della gravità”, ad esempio? Per non parlare di quella sulla vita degli animali, tragicamente condizionata “dal bisogno, da sofferenze molteplici e prolungate, da una battaglia incessante, bellum omnium, ognuno cacciatore e preda nello stesso tempo”: come non pensare a Dino Buzzati, un altro maestro dell’assurdo, e al suo racconto Dolce notte (ne Il Colombre e altri racconti, Mondadori), in cui la crudeltà della natura, i suoi crimini e le sue torture si consumano nel microscopico sottofondo del giardino di una casa di vacanza, mentre ai coniugi che si rilassano in salotto non resta che un vago senso di inquietudine?

Ma l’assoluta originalità di Schopenhauer si estende, secondo Houellebecq, anche all’arte della drammaturgia. Il filosofo tedesco, infatti, si sarebbe fatto portavoce di un nuovo e tuttora inesplorato elemento in grado di attivare il meccanismo tragico; una sorta di terza via che si aggiungerebbe a quella che si basa su un personaggio estremamente malvagio, unica fonte del male (Riccardo III, Jago) e a quella basata su un destino spietato e ineluttabile (Edipo Re, Romeo e Giulietta), ovvero quella del contesto, delle semplici circostanze ordinarie che fanno da sfondo ai personaggi e che “li costringono a prepararsi vicendevolmente, in piena conoscenza e in piena consapevolezza, alle sventure più atroci, senza che la colpa debba ricadere sull’uno o sull’altro”. Questa “tragedia della banalità” teorizzata da Schopenhauer – scrive Houellebecq – non è stata ancora scritta.

Negli ultimi due capitoli del suo breve saggio, Houellebecq non manca di ripetere quanto abbia amato gli Aforismi, “il libro più brillante, più accessibile e più divertente che Schopenhauer abbia mai scritto. Come trovare delle soluzioni pratiche per la felicità, considerato il quadro desolante che ci viene presentato nelle opere del filosofo tedesco? E’ qui il paradosso che ci propone Houellebecq: “una tale filosofia è profondamente consolatoria; contribuisce in effetti a recidere le radici della voglia, fonte così feconda di tristezze umane: qualunque godimento, per quanto desiderabile possa sembrare, è relativo. […] Il messaggio – continua Houellebecq – è quello, radicale, del buddismo, di un buddismo temperato, umanizzato, adattato alla nostra cultura, al nostro temperamento impaziente e avido, alle nostre deboli disposizioni alla rinuncia”. Anche in questo caso, la filosofia di Schopenhauer – e la sua teorizzazione della supremazia dell’essere sull’avere in merito al raggiungimento della felicità – viene presa in prestito da Houellebecq per denunciare le derive del turbocapitalismo contemporaneo, che proietta l’essere umano verso “i soldi e la fama (ciò che abbiamo, ciò che rappresentiamo)”, ovvero verso ciò che Schopenhauer considera un’illusione e a cui contrappone “gli alti godimenti dello spirito”.

Tuttavia, se è vero che i soldi non fanno la felicità, è altrettanto vero che possono essere utili. E’ lo stesso Schopenhauer ad averlo scritto in un brano riportato da Houellebecq alla fine del libro: “Non credo di fare cosa indegna della mia penna – scrive il filosofo – raccomandando qui la cura nel conservare la propria fortuna, ereditata o guadagnata che sia”.

Ora è più chiaro il motivo che spinse Houellebecq a trasferire il suo domicilio in Irlanda e a viverci per quasi undici anni: pagare meno tasse significa vivere con più saggezza.

Federico Iarlori è nato ad Ortona, in Abruzzo, nel 1983 e ha studiato Lettere moderne a Milano. Da quasi 7 anni, vive e lavora a Parigi. È stato caporedattore della versione italiana del magazine europeo cafébabel.com e del portale meltyBuzz.it. Ha scritto di attualità francese per Il Fatto Quotidiano, Linkiesta, Pagina99 e di letteratura su Doppiozero, minima&moralia, Flanerì, Finzioni. Ha pubblicato La coerenza dei dadi (ArpaNET, 2009), Pericolo in curva d’ascolto (finalista Subway letteratura Città di Milano 2012), Progresso (Historica, 2015).
Commenti
3 Commenti a “Houellebecq e Schopenhauer: cronaca di un colpo di fulmine”
  1. Linda di Natale scrive:

    Mi sento sempre inadeguata quando leggo certi articoli di Federico Iarlori, ma mi abbandono alla sua narrazione come una bambina che guarda le illustrazioni di un libro di fiabe e capisce tutto senza saper leggere! Magia della parola😚

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