Bianca

Facciamoci del male, in vita di Michele Apicella

(Immagine: Nanni Moretti/Michele Apicella in Bianca.)

Il problema con Apicella è che non andava mai bene niente.

Il problema con Apicella è che era tutto troppo: troppo rumoroso, troppo silenzioso, troppo colorato, troppo grigio. Oppure non abbastanza, che poi è un troppo al contrario. Vedeva tutto come perfezionabile, ma non era mai disposto a cercare di perfezionare se stesso. Si definiva perfetto, ma non si piaceva, per cui pensava che non ci fosse nulla da fare. Non esistevano mezze misure, Apicella le odiava, ma non poteva sopportare gli eccessi, aveva paura di tutto e la maggior parte delle cose che toccava gli facevano schifo. Il contatto con le altre persone gli faceva schifo, forse per questo nessuno lo ha mai visto stare veramente con una ragazza.

Gli piaceva seguirle, le ragazze, desiderarle, sognarle tutte le notti mentre erano lontane e poi, quando finalmente le incontrava, si metteva a fissarle con quegli occhi enormi e gli veniva una rabbia dentro che lo costringeva a correre via dal ristorante. Io non voglio morire, diceva. Il problema con Apicella è che non si capiva mai cosa intendesse. Era stonato ma gli piaceva cantare, anzi mentre cantava sembrava quasi felice, per il resto si aggirava con le spalle cadenti e il fare nostalgico, in attesa che qualcuno gli rivolgesse la parola solo per dargli contro agitando quelle braccia magre e lunghissime, roteando i polsi e sventolando il ciuffo sulla fronte. Giocava a fare il contrario sperando che gli altri lo notassero, ma in fondo a nessuno importava niente.

Michele Apicella è nato da qualche parte tra Roma e Frascati intorno al 1953. Ha fatto varie cose in quel suo modo stizzito e nervoso, distaccato e supponente che gli è valso il soprannome di “principino”, ma più di tutto è stato un grande alter ego. Non un eteronimo, ma una proiezione. Il vero talento di Apicella era quello di saper rivoltare da dentro a fuori il suo creatore, di sviscerarlo e sbrodolare sul pavimento le esasperazioni del suo carattere assieme alle budella. Di puntellare ogni scena con le schifezze della sua indole. Il creatore, l’uomo dietro al personaggio, pensava a una cosa e Apicella la amplificava, la gridava con una voce stridula e gracchiante, possibilmente in faccia a qualcuno, la sbatteva assieme alla cornetta di uno di quei vecchi telefoni tintinnanti. Ribaltava tutto, spingeva, rompeva, e quando non sapeva cosa fare giocava a pallone. Sudando, ma senza impegnarsi. Non sembrava provare emozioni, ma viveva di una preoccupazione logorante e continua che finiva per trasmettere a chi gli stava intorno. Forse per una complicata empatia, quindi, preferiva stare solo.

Questo estroflettere le emozioni senza porre alcun filtro, spararle fuori da sé a sventagliate cieche senza chiedersi chi avrebbero colpito, lo rendeva odioso. Sincero e odioso, diretto e odioso. E lui non lo capiva mica il perché. Continuava a chiedersi perché non stesse simpatico alla gente e quando qualcuno dei suoi cosiddetti amici gli rispondeva: “Michele, la gente non vuole sentirsi giudicata” “Ma io non la giudico – diceva – mi limito a riportare l’evidenza, per esempio tu, di politica, non ci capisci un cazzo.” E se non era la politica era l’umorismo, e se non era l’umorismo era il calcio, e se non era il calcio era il cinema. Anzi, era soprattutto il cinema. La massima espressione dell’egocentrismo, forse perché si trattava di una proiezione nella proiezione: il personaggio Apicella, proiezione del suo creatore, a cui veniva dato il privilegio di proiettare se stesso, di esagerarsi ancora di più. Quindi faceva la primadonna, quando c’era in ballo il cinema.

Si ergeva in cattedra, svuotava i polmoni senza concedere alcun diritto di replica e divertendosi a tormentare i più remissivi, a stuzzicare i punti sensibili, a pontificare sull’ovvio e giustificare l’ingiustificabile. Si arrogava il diritto di parlare per tutto il sistema, perché lui stesso credeva di incarnarlo. “Io sono il cinema” diceva, e certamente, da qualche parte del ragionamento malsano che lo aveva portato a formulare una dichiarazione del genere, esisteva un fondo di ragione. Apicella era il cinema di un certo periodo, quello fatto di dibattiti grigi e infiniti dopo le proiezioni, quello dei cineforum a cui partecipavano in pochi ed esclusivamente per criticare, non per confrontarsi. Il confronto li terrorizzava quanto terrorizzava Apicella, li costringeva a rintanarsi in un bozzolo di cappotto pesante, a nascondersi dietro alle barbe fitte, a calare i baschi sugli occhi. Quel cinema lì, che aveva la pretesa di non essere né divertente né drammatico, ma nemmeno lontanamente reale, era la sua dimensione. Lontano dai pastori umbri e dalle casalinghe di Treviso, vicino a una politica ideologica, talmente ideale da diventare irraggiungibile, talmente utopistica da diventare un sogno e quindi qualcosa per cui vale la pena vivere. Un vortice di pensieri complessi che alla fine di tutto non hanno risolto niente ma hanno tenuta occupata tanta gente che non dava l’idea di voler stare dove stava ma non sapeva dove stare, proprio come Apicella.

Dopo il cinema venivano i dolci. Ma se del primo si sentiva un guru, un portabandiera, i secondi lo mettevano in estatica soggezione per via della loro perfezione. Conosceva un serie infinita di regole su come mangiare un dolce senza offenderne la grazia, esaltandone l’enormità. Recitava a memoria la teoria, la cerimonia che sposa gli ingredienti con devozione religiosa, ma mai si sarebbe sognato di fare propria l’arte. Certo, era pretenzioso. Nessuno avrebbe potuto gustare una torta in sua presenza, perché nessuno ne comprendeva l’essenza quanto lui. La saint-honorè era una donna di classe in bianco virginale, il montblanc era una complessa opera architettonica di castagne in delicato equilibrio, la sachertorte era l’erotismo incarnato in strati di impasto e marmellata e cioccolato. Lui era il Casanova, il fine amatore nudo di fronte a un barile di Nutella, tutti gli altri volgari pornografi. Ma non andava oltre a questo: la teoria. I dolci per Apicella erano la fede della quale ostentava la mancanza, il mistero creato per rimanere tale. Se ne poteva conoscere ogni particolare, ricamarci intorno un catechismo rigoroso, ma non si poteva violare la volontà prima, varcare il limite del segreto della mossa creatrice. Era pomposo, devoto, integralista.

Messa così, Apicella può sembrare un monomaniaco, mosso da interessi tanto occasionali quanto casuali a cui si dedicava anima e corpo. Io l’ho sempre visto come un nervo scoperto, pieno di tutto ciò di cui era in grado di riempirsi, che occasionalmente pescava nella vastità della sua supponenza per scattare in avanti e imporre l’arroganza che faceva da schermo alla propria estrema fragilità. Perché quando di mestiere si fa l’alter ego, non c’è molto spazio per l’individualità, il carattere, la stima di sé. Apicella sapeva fingere. Di essere pazzo, di amare le scarpe, di non sopportare la musica leggera italiana, di essere un fissato dell’igiene tanto da dare fuoco al bagno, di innamorarsi. Sapeva fingere perché doveva farlo, doveva esagerare il suo io di personaggio inventato perché per sua natura non ne possedeva uno proprio. Ecco spiegati i grandi sguardi vuoti, i discorsi ripetitivi, la scelta di alzare il tono della voce anziché il tono della conversazione. Ecco la  necessità di essere pronto ad ogni esigenza del suo creatore, di animarsi delle passioni che gli venivano imposte e di esagerare quanto basta a confondere le acque e a mescolarsi con la persona reale dietro i baffi e i capelli a bandiera. Fare propria un’emotività inesistente fino a emozionare e offendere davvero, recitare.

Qualcuno pensa che il problema con Apicella sia che adesso non c’è più, da qualche anno c’è solo Nanni, che è un gran bel vedere ma non è la stessa cosa.

Giulio D’Antona (Milano, 1984). Fa il freelance duro e puro scrivendo di letteratura e televisione, collabora regolarmente con varie testate tra cui Blow Up, Il Mucchio e inutile. Cura una colonna su Serialmente. Ha pubblicato racconti su Colla, Follelfo, Vanity Fair e un paio di antologie, oltre a una raccolta (Senza un briciolo di emozione, Eclissi, 2012). Parla in un podcast che si chiama Tourette su trasmissione.eu. Traduce e fa il consulente, a volte. Nel 2011 ha fondato Cadillac.
Commenti
2 Commenti a “Facciamoci del male, in vita di Michele Apicella”
  1. Stefano scrive:

    Direi che un po’ tutti ci dobbiamo difendere, anche l’autore dell’articolo.

  2. dario scrive:

    me lo son proprio gustato….

Aggiungi un commento